Su Voxeu, una analisi di Lars Calmfors, dell’Università di Stoccolma sul “miracolo fiscale” compiuto dalla Svezia a inizio anni Novanta, quando i conti pubblici del paese erano in condizioni disastrose. Tutto molto interessante ed una inequivocabile storia di successo. Ma anche l’ennesima conferma che la “contrazione espansiva” resta un’Araba fenice.

Il governo svedese ha annunciato tagli alle imposte sui redditi per 15 miliardi di corone (circa 1,5 miliardi di euro), che rappresentano poco più del 2 per cento del pil, con l’obiettivo di stimolare il mercato del lavoro. La proposta, che sarà presentata al parlamento il 22 settembre come parte della legge di bilancio del 2009, rappresenta il terzo modulo di un programma di tagli d’imposta introdotti nel gennaio 2007 per stimolare l’occupazione. Con l’approvazione di questo modulo, circa il 97 per cento dei lavoratori a tempo pieno otterranno riduzioni d’imposta di oltre 1000 corone al mese, rispetto al 2006.

di Mario Seminerio

Nell’ambito del progetto di ristrutturazione della pubblica amministrazione francese, il presidente Sarkozy sta studiando in queste settimane il “modello svedese” e le sue peculiarità. Tra le quali spicca il ridotto numero di dipendenti della burocrazia statale: 4.600 persone in 13 ministeri. Quello dell’Agricoltura, ad esempio, ne conta 100, quello delle Finanze 500. Per un paese di 9 milioni di abitanti. Ciò è causato dal fatto che i ministeri, nel paese scandinavo, si limitano a fissare le grandi linee-guida. L’attuazione delle quali è affidata a 270 agenzie (le più importanti sono l’Agenzia delle Imposte e quella dell’Impiego), che occupano da alcune decine ad alcune migliaia di persone. Ogni anno l’agenzia riceve una “lettera di missione” ed una dotazione finanziaria che non può quasi mai superare. Ogni trimestre le loro direzioni rendono conto della propria attività al rispettivo ministro di riferimento, ed i loro conti sono regolarmente sottoposti a revisione e certificazione. Per il resto, i margini di manovra sono amplissimi. Il direttore generale di ogni agenzia è nominato con mandato di sei anni dal governo, mentre il personale è reclutato in autonomia dalle agenzie, con contratti di lavoro stipulati in regime privatistico e remunerazioni contrattate su base individuale. I dipendenti delle agenzie non beneficiano di alcuna garanzia sull’impiego, con l’eccezione dei giudici, che hanno uno status particolare.

Con il progetto di bilancio, il governo svedese ha comunicato che il prossimo anno taglierà le imposte sul reddito, l’imposta patrimoniale sugli attivi finanziari ed i benefici di disoccupazione, per aumentare gli incentivi al lavoro nella più grande economia scandinava.

Le imposte sul reddito verranno tagliate di 38.7 miliardi di corone (circa 5.2 miliardi di dollari) e l’aliquota dell’imposta patrimoniale sulle attività finanziarie sarà dimezzata da 1.5 a 0.75 per cento), con un costo di 1.7 miliardi di corone, secondo quanto illustrato oggi nel primo budget della coalizione quadripartita guidata da Fredrik Reinfeldt, che il mese scorso ha sconfitto i socialdemocratici dopo 12 anni di governo ininterrotto, promettendo di tagliare le tasse per creare nuova occupazione (una vera blasfemia per Prodi, Visco e TPS), pur mantenendo la spesa in aree-chiave del welfare svedese, quali sanità ed educazione.

Dall’interessante sito di Johan Norberg, scrittore liberale e libertario svedese, un contributo al debunking del principale mito dell’economia svedese: il ridotto tasso di disoccupazione.
Ad oggi i senza lavoro svedesi, secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica, sarebbero il 5.4 per cento della popolazione attiva. Un tasso “anglosassone”, ottenuto tuttavia (secondo la vulgata comune) senza smantellare la generosa sovrastruttura welfaristica svedese. Ma le cose stanno proprio così?