Il governo sta pensando a misure di agevolazione fiscale per incentivare la “canalizzazione del risparmio” (cit.) verso le piccole e medie imprese. Iniziativa astrattamente meritoria, non foss’altro perché rimedia (sia pure in modo parziale) all’inasprimento di tassazione del risparmio che ha caratterizzato l’esordio di Renzi come gabelliere e cultore della neolingua, ma che tuttavia va costruita con molta attenzione, ad evitare di produrre distorsioni e guai che non sarebbero poi così dissimili dal disastro di aver permesso alle banche di inzeppare di obbligazioni subordinate il portafoglio di innumerevoli incolpevoli (ed ignoranti, nel senso etimologico del termine) risparmiatori retail.

Ricordate la Tobin Tax? Ma si, quella che doveva punire la finanza kattiva e spekulativa, portare la pace nel mondo ed un robusto gettito alle casse pubbliche? Quella che crassamente ignorava chi venisse realmente inciso dall’imposta, cioè il contribuente de facto, focalizzandosi invece su quello de jure? Quella che doveva e poteva essere applicata solo “da chi ci stava”, col meccanismo comunitario Ue della “cooperazione rafforzata”, anche se questo avrebbe fatalmente creato maglie larghe di elusione verso altri mercati finanziari? Ecco, quella. Pare che, come nella migliore tradizione nazionale, sia servita all’Italia per spararsi nei piedi. O forse in altre parti anatomiche. Non che ne avessimo dubbi.

Come noto, Matteo Renzi è impegnato in uno strenuo braccio di ferro con la Commissione Ue per ottenere la “flessibilità” necessaria di fatto a disinnescare le clausole di salvaguardia anche nel 2017. Come abbiamo più volte osservato, il premier si è messo spalle al muro da solo, col rinvio della resa dei conti per due leggi di Stabilità consecutive, ed ora ha bisogno di sconti fiscali protratti e reiterati, altrimenti sono guai. Sarebbero (saranno) comunque guai, per motivi più o meno facilmente intuibili che ribadiremo sotto, ma oggi vogliamo dedicarci all’analisi di alcune meravigliose idee di detassazione coltivate dal nostro esecutivo. Perché l’economia è e resta la “scienza” della coperta corta.

Ennesima conferma della magica Renzinomics, ieri sera a Che tempo che fa. Il premier è riuscito a dire che “tra il 2012 ed il 2014 gli italiani hanno nascosto i soldi in banca” (qui, al minuto 19). Per paura, s’intende. Paradigmatico del rudimentale pensiero economico di Matteo Renzi, demiurgo di successo di un paese fondato su correlazioni spurie e pensiero magico.

Dall’inizio della sua avventura a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha espresso soprattutto un concetto: gli italiani hanno paura e quindi risparmiano. In astratto il concetto non è folle (basti pensare alla componente precauzionale del risparmio, a fronte di condizioni di forte incertezza sul futuro). Il problema sorge perché Renzi, da quel dì, ha cominciato a monitorare il tasso di risparmio come indicatore della paura degli italiani, e null’altro. A poco è valsa la spiegazione tecnica di Pier Carlo Padoan, circa la ricostituzione del tasso di risparmio che si verifica quando si esce da una recessione: Renzi, quando si mette d’impegno, è cocciuto come pochi.

Il 2 settembre giungerà alle Camere il progetto di legge di iniziativa popolare voluto dalla Cisl per erogare mille euro annui in più, su base pressoché universalistica (lavoratori, pensionati, incapienti). E sin qui, tutto molto bello, come avrebbe detto Bruno Pizzul. I problemi sorgono nelle coperture e nella filosofia ad esse sottostante. Oggi la segretaria generale Cisl, Annamaria Furlan, ha inviato una bella letterina al direttore de La Stampa, per illustrare il dettaglio dell’iniziativa. Il testo della quale trovate qui. Noi abbiamo già commentato nel (de)merito, molti mesi addietro.

Sempre della serie “Vi piacciono i dati lordi? Ecco qualcosa per voi“, vi comunichiamo un bel numeretto, tratto dall’ultimo bollettino delle entrate tributarie, e segnalato oggi dal Sole. Perché le tasse stanno diminuendo, e così speriamo di voi.

«La stangata retroattiva sui fondi pensione porta nelle casse dello Stato 1,1 miliardi nel primo bimestre del 2015: un dato superiore del 93% (novantatrepercento, ndPh.) rispetto all’anno precedente grazie all’aumento dall’11,5 al 20% dell’aliquota dell’imposta sostitutiva sul risultato di gestione delle forme pensionistiche complementari, introdotto con effetto retroattivo dalla legge di Stabilità 2015. Al sostegno delle entrate nei primi due mesi del 2015 ha contribuito il versamento del 16 febbraio effettuato da istituti di credito e intermediari dell’imposta sostitutiva applicata al “maturato” delle gestioni individuali di portafoglio: si tratta di 500 milioni (pari a 61,7%) dovuti principalmente all’aumento dal 20 al 26% delle rendite finanziarie applicate al risparmio gestito»