Immaginate che Israele non sia mai esistito. Pensate che il profondo malessere economico e la repressione politica che spingono molti giovani uomini arrabbiati a diventare kamikaze svanirebbero? Che i palestinesi avrebbero un loro stato indipendente? Che gli Stati Uniti, liberati dal fardello del proprio ingombrante alleato nella regione, sarebbero finalmente amati nel mondo musulmano? Wishful thinking. Israele di fatto determina il contenimento di molto più antagonismo di quanto ne produca. E’ la tesi di Josef Joffe, ricercatore della Hoover Institution e dell’Institute for International Studies, entrambi della Stanford University, che vogliamo illustrare.

I due autori definiscono “occidentalismo” il quadro disumanizzato dell’Occidente tratteggiato dai suoi nemici. Il saggio si propone di analizzare questo nodo di pregiudizi, che non possono essere spiegati esclusivamente come un problema islamico, rintracciandone le radici storiche. L’occidentalismo non può essere ridotto a malattia mediorientale, non più di quanto lo si possa ridurre all’odio antioccidentale dei giapponesi di mezzo secolo fa. Secondo gli autori, che esprimono una posizione molto simile a quella presentata da Paul Berman nel libro “Terrore e liberalismo”, l’occidentalismo, il capitalismo, il marxismo ed altri “ismi” sono nati in Europa prima di essere esportati in altre aree del mondo. L’Occidente è stato la culla dell’illuminismo, del liberalismo, del secolarismo ma anche dei loro velenosi antidoti. Già nell’Ottocento e prima, il problema che si poneva a molte civiltà extraeuropee era quello di modernizzarsi, cioè in essenza produrre armi e tecnologia prevalentemente militare, imitando il modello sociale europeo e nordamericano senza contaminare le radici profonde dei propri modelli culturali. Questa discrasia ha prodotto alienazione e lo sviluppo di movimenti di pensiero e politici fortemente avversi all’Occidente.

Parlando sul tema dell’odiosa prescrizione per gli autori della strage di Primavalle, Luciano Violante spreca l’ennesima opportunità per affrontare in modo responsabile il tema della giustizia in Italia.

Dopo aver invitato a “ricordare tutte le vittime di quegli anni, di destra e di sinistra” (ma è sempre stata la sinistra a negare anche la dignità della morte al “nemico”…), Violante si lancia in un’ardita opera di decontestualizzazione degli eventi dall’epoca in cui accaddero, e tenta di ascrivere i folli esiti di alcune sentenze della magistratura al più generale malfunzionamento della giustizia:

“La prescrizione? E’ una notizia che provoca sconcerto e indignazione, perché una strage di quel genere meritava una sollecitazione ben maggiore affinché i responsabili scontassero le condanne.

Non conosciamo il gup di Milano, Clementina Forleo, che ha mandato assolti dall’accusa di terrorismo internazionale cinque maghrebini accusati (accuse confermate) di avere organizzato campi militari nel nord dell’Iraq e di avere svolto attività di arruolamento di aspiranti kamikaze. Si tratta di fatto della sconfessione della linea investigativa dell’ex pm Stefano D’Ambruoso, da poco diventato consulente presso la sede di Vienna dell’Onu per le questioni giuridiche legate al terrorismo internazionale. Colpisce la motivazione utilizzata dal gup per il proscioglimento. Riconoscendo che gli imputati “avevano come precipuo scopo il finanziamento, e più in generale il sostegno di strutture di addestramento paramilitare site in zone mediorientali, presumibilmente stanziate nel nord dell’Iraq“, e anche che, a tal scopo

“erano organizzati sia la raccolta e l’invio di somme di denaro, sia l’arruolamento di volontari, tutti stranieri e tutti di matrice islamico-fondamentalista”, ma “non risulta invece provato – aggiunge il giudice – che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attività di guerriglia da innescare in detti (cioè in Iraq, ndr) o in altri prevedibili contesti bellici, e dunque incasellabili nell’ambito delle attività di tipo terroristico”.

Singolare capziosità o interpretazione stilisticamente elegante e logicamente ineccepibile dell’attuale quadro legislativo italiano, tuttora caratterizzato dalla sostanziale assenza di una legislazione che recepisca le nuove situazioni internazionali?

Anche quest’anno si è ripetuto il logoro rituale nazional-popolare della cerimonia di apertura dell’anno giudiziario, con relazioni ponderose e allarmate dei procuratori generali, e proteste fatte di ipocriti simbolismi, come la toga nera indossata in segno di “lutto” e l’ostentazione di quella coperta di Linus che per molti giudici è diventata la Costituzione. Resta un unico punto fermo: la pervicace resistenza della corporazione giudiziaria a qualsivoglia ipotesi di riforma. Ricordate le estenuanti discussioni, ai tempi della Bicamerale di dalemiana memoria, sulla “bozza Boato”, un progetto di riforma certo non suscettibile di essere etichettato come berlusconiano? L’argomentazione più articolata che la magistratura, o la parte più conservatrice di essa, riesce ad esprimere è l’abituale niet ad ogni e qualsiasi ipotesi di riforma, anche le più impalpabili ed amichevoli, come quelle degli anni del governo dell’Ulivo, quando il guardasigilli era Giovanni Maria Flick.

Le elezioni presidenziali palestinesi (o meglio, le elezioni che dovranno scegliere il presidente dell’autorità nazionale palestinese) rappresentano un […]