Nella chiesa valdese di Piazza Cavour, a Roma, apre uno sportello per depositare le direttive di fine vita. Dopo Milano, Torino, Trieste e Napoli, quello di Roma è il quinto sportello che si apre nei locali di una chiesa valdese per raccogliere le disposizioni di fine vita.
“Le direttive anticipate di trattamento sanitario sono un atto di responsabilità che dà dignità all’uomo ed eliminano a priori possibili conflitti tra i medici, con i medici e i familiari. Si tratta di un gesto che rientra pienamente nella libertà del cristiano”, si legge in una nota diffusa dalla Chiesa valdese di Piazza Cavour di Roma.

Benedetto Della Vedova racconta di come il Pdl stia tentando con ogni mezzo di soffocare l’espressione del libero convincimento dei propri parlamentari su una materia (il testamento biologico) che non solo non è parte del programma di governo, ma soprattutto rappresenta un tema etico, su cui cioè non può né deve esistere disciplina di partito, come ebbe a dire qualche millennio addietro il premier stesso.

Le dichiarazioni di Gianfranco Fini sul testamento biologico sono, al solito, l’ennesima manifestazione di buonsenso (nell’accezione inglese del termine, commonsense, che sconfina nella banalità). Qualcuno potrebbe ragionevolmente affermare che in questa frase

«Non voglio fare nessuna crociata contro i cattolici, per i quali ho il massimo rispetto, ma chi dice che su queste questioni decide la Chiesa e non il Parlamento per me è un clericale. Io dico di no, spetta al Parlamento decidere». «Ogni cittadino e ogni parlamentare deve rispondere alla sua personale coscienza. Su questioni relative alla vita e alla morte non ci può essere un vincolo di maggioranza o di partito»

Oppure in questa

«Non credo che si tratti di favorire la morte ma di prendere atto della impossibilità di impedirla, affidando all’affetto dei familiari e alla scienza dei medici la decisione»

vi sia qualcosa di rivoluzionario o di sovversivo del ruolo istituzionale di chi le ha pronunciate?

Sul Corriere, istruttiva intervista di Sergio Rizzo a Maurizio Sacconi, dove il ministro del Welfare offre il suo manifesto programmatico, spaziando su una molteplicità di temi e con immancabile scorribanda nel campo della precettistica morale e moralistica che lo caratterizza da qualche tempo. L’intervista a dire il vero mantiene uno spessore piuttosto esiguo per tutta la parte relativa alla contrattazione decentrata, ed all’abituale lip service verso la sussidiarietà che è ormai, assieme agli asili-nido ed al quoziente familiare (qualsiasi cosa ciò possa significare a livello operativo), una delle più gettonate giaculatorie della classe politica, senza distinzione di schieramento.