“Quando ero ministro dell’Economia ho ridotto le tasse per le imprese, quindi non posso che essere d’accordo con un dibattito in tal senso. I fatti parlano per me”. Lo ha dichiarato l’economista ed ex ministro del Tesoro, Tommaso Padoa-Schioppa, in occasione della Quarta giornata franco-italiana, alla facoltà di Sciences Po di Parigi.
In realtà Padoa-Schioppa aveva ridotto le aliquote nominali ma alzato la pressione fiscale nel medio termine, ma non sottilizziamo.

“L’ultima previsione di crescita sull’Italia è l’1% di Bankitalia. Il Governo aveva previsto l’1,5%, Confindustria l’1,3%. E’ chiaro che le ultime
stime sono più vicine a quelle che ognuno di noi farebbe in questo momento”. Lo ha detto il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa. ”A maggio, nell’ambito della relazione unificata, faremo le nostre nuove previsioni. Certamente – ha proseguito il ministro – siamo in un clima in cui l’economia europea rallenta. Conosco bene il modo in cui lavora Bankitalia. Le sue stime sono uscite a gennaio e le nostre risalgono a settembre. Dunque quelle di Bankitalia sono certamente le previsioni più aggiornate”. E così, il buon TPS scoprì di aver finora usato delle stime di crescita datate, cioè taroccate. Naturalmente, non lo si può biasimare per questo, giusto?

Leggiamo dello sconcerto del ministro dell’Economia di fronte alla richiesta di sfiducia individuale presentata dall’opposizione e relativa alla gestione del “caso Speciale”. Sostiene Tommaso Padoa Schioppa:

“Che senso ha una mozione di sfiducia individuale verso un ministro il quale non ha fatto altro che esercitare il proprio diritto, quello di sostituire il capo di un corpo militare con il quale si è rotto il rapporto di fiducia?”

Appunto. Che senso ha, aldilà delle comprensibili tattiche di “spallata” da parte dell’opposizione, presentare una mozione di sfiducia individuale perché un organo di giustizia amministrativa ha dato torto per ben due volte al ministro dell’Economia, in relazione ad altrettanti “atti politici” del medesimo? Bizzarro paese, quello in cui la giustizia amministrativa fa premio sull’indirizzo politico. Però. C’è un però.

Della trasmissione di ieri di “In 1/2 ora“, condotta da Lucia Annunziata, non dovrebbe essere consegnato ai posteri tanto il commento di TPS sulle tasse. No, quella è una considerazione banale, lapalissiana e tautologica. Le tasse servono a fornire servizi pubblici. A dire il vero, TPS avrebbe potuto segnalare che, prima di definire il livello di tassazione, occorre specificare il perimetro di intervento della mano pubblica. Solo dopo aver fatto ciò si può parlare di adeguatezza della pressione fiscale rispetto ai servizi forniti. Forse una maggiore attenzione al tema della sussidiarietà servirebbe a valorizzare l’azione dei corpi sociali intermedi, e magari anche ciò che resterebbe erogato direttamente dallo Stato. Ma da questo TPS non si può pretendere tanto, trattandosi dello stesso personaggio che, nella preparazione della Finanziaria dello scorso anno, aveva individuato quattro grandi aree di spesa pubblica da aggredire, ridimensionare e riqualificare, e proclamato solennemente che “occorre agire il più possibile dal lato della spesa, e non da quello delle entrate“, per ritrovarsi dopo un anno con un aumento di pressione fiscale per finanziare quella stessa spesa rimasta gaiamente intonsa tra una concertazione notturna pansindacale e un diktat comunista.

Dunque, ricapitolando: il premier dice che eliminare lo scalone Maroni è cosa buona e giusta; che questo scalone rappresenta una flagrante violazione del principio di equità orizzontale, cioè dell’eguale trattamento degli eguali. Chi compirà 57 anni il prossimo 31 dicembre potrà andare in pensione dal giorno successivo. Chi compirà 57 anni a capodanno del 2008 dovrà attendere il primo gennaio 2011. In effetti, una vera e propria beffa del destino cinico e baro, non c’è che dire. Quante sono le vittime di questa nequizie? Secondo alcuni calcoli, nel 2008 saranno poco meno di 130.000 le persone a cui lo scalone Maroni impedirà di andare in pensione. Tra esse, figurano 43.000 lavoratori autonomi, oltre ad alcune migliaia di pubblici dipendenti. Sempre a proposito di equità orizzontale, vi ricordate che accadde nel 1995, con la riforma Dini, sottoscritta dai sindacati? Chi, a quella data, aveva almeno 18 anni di contributi previdenziali, manteneva il ricco sistema retributivo. Gli altri passavano al contributivo. Una misura espressamente progettata per spostare sulle giovani generazioni di lavoratori i costi dell’aggiustamento previdenziale. Una misura che riguardava alcuni milioni di persone, non 130.000, e che avrebbe dovuto essere gestita con l’introduzione del metodo contributivo pro-rata, anziché con la netta separazione tra sommersi (i giovani) e salvati (la base dei tesserati sindacali). Ora, il ministro del lavoro del governo Prodi, Cesare Damiano, ha proposto una sbracatura, pardon un compromesso al ribasso, in cui si fissa dal primo gennaio 2008 a 58 anni l’età minima di pensionamento per anzianità, e si introduce un bel triennio di “sperimentazione”, per vedere come evolve la spesa.

Lodevole sussulto di onestà intellettuale del ministro dell’Economia. Intervenendo al forum di Confcommercio a Cernobbio, Tommaso Padoa Schioppa ha confessato di essere stato sorpreso dall’ampiezza del recupero dei conti pubblici, certificato anche dalla relazione unificata su economia e finanza pubblica. Per TPS i conti non sono ancora a posto, ma “l’emergenza può dirsi superata”. A noi sembra che l’unica vera emergenza che abbiamo superato è quella della crescita zero, che di riflesso ha piagato anche i conti pubblici, soprattutto nel 2005, e dalla quale siamo usciti (anche se con minor vigore rispetto ai paesi con cui ci confrontiamo) grazie alla forte espansione globale del 2006. In questo senso, il governo Prodi non ha alcun merito nel recupero di gettito fiscale, ed ha anzi il demerito di aver attuato una restrizione fiscale di oltre un punto percentuale del pil che peserà sulla crescita, senza alcuna correlativa riduzione di spesa pubblica, che è anzi aumentata. Riguardo quest’ultimo tema, e dopo aver dato un qualche merito alla Finanziaria tremontiana del 2006 (meriti ancor più rilevanti trattandosi di anno elettorale), Padoa Schioppa pronuncia parole di grande saggezza:

“Abbiamo un problema di dimensione dello Stato, se si tagliano baldanzosamente le tasse bisogna tagliare in modo altrettanto baldanzoso le spese”

Padoa Schioppa sembra quindi consapevole di alcune priorità per rendere la crescita sostenibile, in primo luogo che la competizione globale richiede la creazione di condizioni favorevoli all’investimento diretto estero.

Ieri il centro studi di Confindustria ha diffuso le proprie previsioni di crescita per l’economia italiana per i prossimi due anni, dalle quali si evince che la restrizione fiscale causata dai provvedimenti della Finanziaria determinerà nel 2007 una riduzione della crescita pari allo 0.3 per cento. La scoperta dell’acqua calda, nella sostanza. A noi risulta difficile definire espansiva una manovra che in un anno aumenta di circa un punto percentuale la pressione fiscale sul pil. Peraltro, la stima di Confindustria è coerente con quelle pubblicate nelle ultime settimane da case d’investimento, agenzie di rating e centri studi internazionali, oltre che con le considerazioni del governatore di Bankitalia durante la sua ultima audizione parlamentare, e con il leading indicator Ocse, che vede l’Italia in affanno rispetto al resto del G7 nel prossimo semestre.

“In Italia l’aggiustamento è interamente legato a nuove tasse, con nessun serio tentativo* di tagliare la spesa”. E’ quanto si legge nell’Economic Outlook dell’Ocse in merito alle modalità con cui l’Italia punta a riaggiustare i conti pubblici nel 2007.
Secondo l’ Organizzazione, la Finanziaria per il prossimo anno è troppo imperniata intorno all’aumento dell’imposizione fiscale, “che avrà un effetto depressivo sulla crescita dei consumi”.