Attendendo lo sviluppo negoziale tra la Ue e Donald Trump, la situazione attuale e gli scenari avversi che dovessero materializzarsi sono un’eccellente cartina al tornasole per comprendere l’approccio italiano al tema. In realtà, l’approccio italiano a ogni tema implichi costi e oneri di varia natura. In sintesi, da destra come da sinistra e dalla nostra leggendaria società civile suona alto il grido: datece li sordi. Solo un piccolo campionario che tuttavia mi pare paradigmatico.
PNRR agroalimentare
Il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, intervistato oggi dal Corriere, dopo essersi lanciato nei soliti caveat sulla irripetibilità dell’italica biosfera, ha un’idea meravigliosa: se dovessimo perdere il ricco mercato statunitense, anche solo parzialmente, dovremmo volgerci altrove. E sin qui, nulla quaestio. Sono i dettagli, il problema: puntare al mercato europeo, che è quello “che dà maggiori soddisfazioni alle nostre imprese, e fare uno sforzo anche per rafforzare il mercato italiano, convincendo i nostri concittadini che il prodotto italiano è migliore.”
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E anche qui, direte voi, nulla di inedito. Puntiamo alla solita asimmetria tanto cara ai nostri agricoltori: conquistiamo il mondo ma il mondo non si azzardi a chiedere reciprocità. E facciamo anche una bella campagna di educazione e rieducazione per i nostri concittadini, in caso fossero così poco patriottici da comportarsi come i consumatori degli altri paesi europei, conquistati dalle nostre eccellenze.
Solo che, alla fine, Giansanti non si tiene oltre e confessa il suo sogno bagnato:
Servono gli eurobond. Anzi, servirebbe proprio un altro PNRR.
Cioè, per chiarire: serve che i contribuenti degli altri paesi paghino per permettere alle eccellenze italiane di conquistare le loro tavole, mentre alziamo il ponte levatoio per non farci contaminare dai prodotti altrui. Giansanti peraltro non specifica quale dovrebbe essere la quota di ripartizione del nuovo indebitamento comune. Qualcuno forse dalle nostre parti è convinto che, poiché noi valiamo, e nulla deve frapporsi tra noi e la nostra joie de vivre, la quota di ripartizione del nuovo PNRR enogastronomico dovrebbe essere maggiormente sopportata dai barbari del Nord Europa, che non sanno stare a tavola e prima del nostro meraviglioso export dionisiaco si nutrivano di bacche e licheni.
Tajani e la stampante
C’è poi il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Intervistato dal Messaggero di lunedì 14 luglio, illustra la sua idea meravigliosa: si muova la Bce. Il ragionamento partiva anche benino, per carità: se la forza dell’euro dovesse persistere o aumentare, ci sono margini per tagliare i tassi. Vero, e con questo possiamo anche dirigerci risolutamente verso il primo convegno dove si dibatte di “Euro, l’alternativa al dollaro”, a patto che non si apprezzi troppo, signora mia. Altrimenti le tartine e il prosecco del convegno ci vanno di traverso.
Ma poi a Tajani scivola il piede dalla frizione, ed è subito stampante:
Potrebbe essere utile allo scopo una nuova politica espansiva della Banca centrale europea che tagli i tassi ma soprattutto proceda all’acquisto di titoli, magari per finanziare programmi di difesa, di politica industriale – come il taglio dei costi dell’energia – e la sanità.
Un Quantitative Easing 2.0?
Può essere una via, è stata già percorsa per rispondere alla pandemia del Covid. L’alternativa è fare altro debito europeo ma come noto diversi Paesi sono contrari, a partire dalla Germania.
Vi è chiaro? La Bce stampi moneta, così potremo fare tutte le meravigliose spesine che ci servono: difesa, sanità, la leggendaria politica industriale, cioè sussidi alle imprese che dovessero perdere mercati esteri. Un vero uovo di Tajani più che di Colombo, perché stampare moneta servirebbe ad aggirare i veti dei paesi che non vogliono debito comune. Come non averci pensato prima?
In questo magico mondo medioriental-sudamericano, se si perde base produttiva, si compensa stampando moneta. Dopo di che, se dovesse realmente accadere e successivamente si manifestassero strappi inflazionistici, la Bce sarebbe costretta ad alzare i tassi, mettersi in saccoccia pacchi di miliardi di minusvalenze sul portafoglio titoli, e dovrebbe pure sorbirsi le lamentazioni di Tajani, col suo “La signora Lagarde sbaglia candeggio, non bisogna alzare i tassi”.
Elly l’illusa
A proposito di debito comune: in una intervista al Financial Times, il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius, che appartiene alla SPD, cioè alla stessa famiglia politica del Pd italiano, ribadisce con nettezza di essere contrario a qualsivoglia forma di debito comune o di eurobond per le spese di riarmo. E lo fa col solito, ormai stucchevole, refrain dei compiti a casa:
Eurobond significa che quelli che hanno fatto o stanno facendo i compiti a casa pagano per quelli che non li hanno fatti.
Ora, a Pistorius sfugge che in questo momento la Germania sta facendo un solo tipo di compito a casa: spendersi l’enorme margine fiscale difeso a ogni costo negli ultimi lustri. Se questa maxi spesa non dovesse produrre risultati in termini di crescita e produttività, anche i tedeschi impareranno cosa vuol dire “fare i compiti a casa”, e dove mettersi quel quaderno e quelle penne.
Ma il punto è altro: in Ue non esiste consenso per un’operazione di finanziamento comune delle spese per la difesa. Che scoperta, direte voi. Lo so, lo dico anch’io. Occorre che lo scopra anche la vispa segretaria del Pd, Elly Schlein, quella che “no al riarmo dei singoli paesi, si alla difesa comune”. Che è la più trasparente delle foglie di fico per buttare la palla in tribuna. Ma, visto che Schlein usa questo tema della “spesa comune” per fare la nostra leggendaria “politica industriale” e magari scopiazzare il programma elettorale dell’aspirante sindaco di New York, Zoran Mamdani (supermercati pubblici, mezzi pubblici gratuiti, affitti bloccati), ecco, forse, ma solo forse, occorre che la segretaria Schlein tenga presente che non è colpa di Giorgia Meloni se non c’è debito comune europeo, e si faccia rapidamente passare questa coazione e ripetere filastrocche prive di senso.
Il problema è che c’è praticamente un intero paese di tossici da debito, convinti che “qualcuno” debba pagarci le spese. Chissà cosa è successo, per produrre un mainstream così malato.
(Photo by esteri.it)