Ieri, in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha tracciato le linee guida del suo programma di politica economica. Ferma restando l’importanza di rilanciare la spesa per investimenti pubblici, il ministro ha suggerito un intervento già proposto in passato da figure che non sono esattamente riconducibili a questa maggioranza.

Intervenendo ieri alla Camera durante la discussione sul Def, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha confermato l’approccio realista di “sentiero stretto” che aveva caratterizzato il suo predecessore, Piercarlo Padoan, aggiungendo altre considerazioni piuttosto interessanti. Attendendo i problemi che si presenteranno in autunno, e che per il nostro paese potrebbero essere seri.

Oggi sul Corriere trovate un’interessante intervista di Federico Fubini al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nel cui corpo pare essersi insinuato Piercarlo Padoan. O forse è solo buonsenso. Come che sia, il ministro pare essersi messo all’opposizione della maggioranza, a giudicare dalle sue parole.

Pare che ce l’abbiamo fatta, e che stavolta il governo si farà. Un sollievo, dopo quasi tre mesi di bizantinismi, machiavellismi da osteria, psicodrammi personali, accattonaggio politico e non solo, tentativi di trattare forme problematiche di senilità e, su tutto, disperate ricerche di alibi. Avremo quindi un governo sovranista, impegnato a “migliorare la qualità della vita degli italiani”, come si direbbe di cure palliative.

C’è una cosa che dovrebbe ormai essere dannatamente chiara: il contratto elettorale di M5S e Lega è palesemente irrealizzabile, per onerosità. Di conseguenza occorre porsi la domanda se chi ha assemblato le piattaforme elettorali da cui quel contratto origina ne fosse consapevole, ed ora necessiti quindi di un pretesto per far saltare tutto, tornare a votare ed aumentare il proprio bottino elettorale; oppure se quella lista della spesa (pubblica) non fosse funzionale e strumentale a creare “l’incidente”, per materializzare il cosiddetto Piano B. Che, in sintesi, sarebbe Italia delenda est.

Ieri il presidente Inps, Tito Boeri, ad un evento pubblico, ha ricordato che il costo effettivo di consentire l’uscita pensionistica al raggiungimento di quota 100, come somma di anni di contribuzione ed età anagrafica, determinerebbe a regime un aggravio annuo per i conti pubblici di 20 miliardi di euro. Per contro, nel programma-Contratto della nuova maggioranza legastellata, si parla di maggiori oneri per “soli” 5 miliardi annui. Chi avrà ragione?

Oggi i giornali sono un florilegio di analisi, congetture, retroscena, inferenze, interpretazioni, su quello che potrebbe realmente essere accaduto nella giornata di ieri, quando quello che appariva un governo praticamente già fatto da parte di M5S e Lega, ha prodotto una richiesta di altro tempo al capo dello stato. Visto che ormai questo è diventato il passatempo nazionale, cimentiamoci anche noi.

di Vitalba Azzollini

Ogni iniziativa orientata alla trasparenza è sempre apprezzabile, specie in una realtà qual è quella italiana, ove la pubblica amministrazione stenta a diventare la “casa di cristallo” immaginata da Turati e la democrazia rappresentativa non sempre è quel “regime del potere visibile” di cui parlava Bobbio. Ma la disclosure può sortire effetti virtuosi solo se a chiunque eserciti un potere discrezionale non sia “concesso di tenere per sé le sue intenzioni” (Jefferson): cioè quel complesso di valutazioni, sottese alle sue scelte, destinate a divenire azioni che incidono sulla vita dei cittadini. Se, invece, la trasparenza si risolve in una mera esposizione di numeri – inidonea a far capire l’iter decisionale che ne è a fondamento e l’adeguatezza delle politiche di cui quei numeri sono espressione – rischia di restare un’operazione scenografica fine a se stessa.