Il motivo che mi ha spinto a scrivere poco della crisi di governo è che tutto quello che si sta sviluppando sotto i nostri occhi può tranquillamente essere classificato alla voce “topi intrappolati in un laboratorio“, e quindi c’è in complesso poco da aggiungere a quanto sta assai prevedibilmente sviluppandosi.

Il professor Alberto Brambilla è uno dei massimi esperti di questioni previdenziali nel nostro paese. Tuttavia, quando si sposta in ambito fiscale, evidenzia minore robustezza di elaborazione teorica. In questi mesi Brambilla è tornato a rilanciare con forza il proiettile d’argento più amato dagli italiani: il contrasto d’interessi, noto anche col nome di battaglia di “scarichiamo tutto!”

Gli addetti ai lavori sui mercati finanziari non parlano d’altro da qualche tempo, nel modo ossessivo-compulsivo che caratterizza questa tribù di aruspici sempre pronta a spiegarti cosa accadrà ieri. Il tema è talmente caldo che ormai è affiorato sui giornali generalisti e persino nei telegiornali, che di solito si occupano di altre e ben più profonde questioni.

L’ultima volta che ho scritto di Argentina è stato quasi un anno addietro. Dopo il maxi prestito del Fondo Monetario Internazionale, concesso sotto gli auspici di Christine Lagarde e di una rinnovata valenza “sociale” dell’azione del Fondo (una cosa tipo “austerità, ma dolce”), la situazione non è migliorata. O meglio, i conti pubblici si sono più o meno raddrizzati, ma l’opinione pubblica non ha gradito il persistere di una condizione piuttosto misera.

Viviamo tempi decisamente interessanti. Sono i tempi in cui è tornato di moda il protezionismo, forse perché non si è ancora toccato il punto di non ritorno, quello in cui il sistema commerciale globale collassa, trascinando con sé l’economia mondiale. Sono anche i tempi in cui c’è chi, per cercare di tenere le posizioni del proprio settore declinante, decide che l’economia del proprio paese ha troppo successo, ed occorre fare qualcosa.

Ieri c’è stata l’ultima sceneggiata (solo in ordine cronologico) della lunga serie che punteggia l’attività al ministero dello Sviluppo economico del vicepremier Luigi Di Maio. L’annuncio del “salvataggio” delle maestranze dell’impianto Pernigotti di Novi Ligure. Poco meno di cento persone (pari a quelle che perdono silenziosamente il posto nelle piccole e micro imprese in un pomeriggio italiano), ma un battage politico-giornalistico da grandi occasioni. Ottima anche la regia dell’happy end, con distribuzione di cioccolatini da parte del vicepremier. E ora? Grattiamo sotto la superficie di questo successo.

di Vitalba Azzollini

La mancanza di credibilità della politica nostrana non perde occasione di manifestarsi anche al di fuori dei patri confini. Il riferimento è alla indicazione di candidati italiani per la carica di commissario alla concorrenza presso l’Unione Europea. Si tratta di una carica di rilievo, in una realtà sempre più globalizzata: il commissario si occupa, tra l’altro, di competizione commerciale (cartelli e abusi di posizione dominante), di concentrazioni tra imprese e aiuti di stato, ai fini di una concorrenza leale nell’UE.

Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump non ha lasciato passare nemmeno ventiquattr’ore dall’annuncio del capo della Fed, Jay Powell, del piccolo taglio di tassi d’interesse definito come “aggiustamento da metà ciclo”, ed ha fatto partire una salva di tweet per ottenere quello a cui aspira: un massiccio taglio di tassi.

Pubblicato oggi il report Istat sul mercato italiano del lavoro a giugno. Non intendo sovrainterpretare un dato mensile, che per definizione è ricco di rumore e povero di segnale, ma vorrei comunque segnalarvi una chiave di lettura, per contribuire a vaccinarvi contro la propaganda, i trombettieri e i tamburini.