Dal 1980, il Pakistan ha chiesto un salvataggio al Fondo Monetario Internazionale per ben dodici volte, l’ultima nel 2013 per poco più di 5 miliardi di dollari. Oggi si moltiplicano le voci di una nuova richiesta, stimata in 12 miliardi di dollari, dopo l’insediamento del nuovo premier, la ex stella del cricket Imran Khan. Il paese ha una drammatica penuria di valuta, esacerbata dal rialzo del prezzo del greggio; le riserve ammonterebbero a circa 9 miliardi di dollari, insufficienti a coprire le importazioni di un bimestre. Ma il Pakistan ha una peculiarità: è destinatario di una pioggia di finanziamenti cinesi, nell’ambito del progetto Belt and Road, che stanno strangolando il paese.

Negli Usa le imprese assumono perfino i galeotti o investono sui robot, in Giappone si offrono benefit e bonus

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

In Occidente viviamo un periodo storico in cui la tendenza dominante sta diventando quella di ridurre l’immigrazione, percepita come ostacolo al raggiungimento del pieno impiego autoctono e causa di stagnazione salariale e consumo di risorse di welfare. La Brexit è nata anche o soprattutto su questi presupposti, malgrado il Regno Unito fosse in condizioni di pieno impiego pur se con crescita della produttività molto debole.

Le leggi antitrust si limitano a tutelare i consumatori dagli aumenti dei prezzi ma dimenticano i dipendenti

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Da ormai molto tempo si rileva un andamento fortemente diseguale nella ripartizione dei benefici della crescita economica, tra lavoro e capitale. Negli Stati Uniti, dalla metà degli anni 70, la crescita della produttività non ha determinato corrispondenti aumenti delle retribuzioni reali, che sono invece risultate stagnanti, crescendo di solo il 3% al netto dell’inflazione mentre la quota di valore aggiunto catturata dal capitale ha segnato una forte crescita.

Oggi sul Corriere, a pagina 15, si può leggere un pezzo del corrispondente da Pechino, Guido Santevecchi, in cui si narra dell’apparente blocco degli acquisti di soia statunitense da parte della Cina, ancor prima che le ritorsioni protezionistiche contro gli Usa siano scattate. Leggendolo, mi è parso di vivere un déjà-vu, o meglio un déjà-lu, solo che il ricordo non era freschissimo. Un rapido controllo ha confermato la mia impressione.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Da inizio anno, sui mercati finanziari è in atto un fenomeno che ha attirato l’attenzione degli osservatori e delle tesorerie aziendali: il tasso Libor in dollari, che è quello al quale le banche si prestano fondi, è quasi raddoppiato, ed ora sulla scadenza trimestrale si trova a circa il 2,35%, mentre il suo differenziale col tasso swap overnight, legato ai finanziamenti in contropartita con la Federal Reserve, è tornato su livelli visti durante la fase acuta di stress della crisi dell’Eurozona; ma oggi non sono presenti criticità del sistema bancario globale, motivo per cui si indagano le possibili cause di questo anomalo rialzo.

Nella guerra tra Usa e Cina non ci saranno vincitori, ma molte vittime. A cominciare dall’Eurozona, Italia inclusa

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La retorica delle ritorsioni protezionistiche tra Stati Uniti e Cina sta assumendo le prevedibili forme del rilancio, dopo che Donald Trump ha istruito gli uffici dello US Trade Representative di verificare la possibilità di portare a 150 miliardi di dollari le importazioni cinesi a cui applicare dazi, in risposta alla reazione cinese all’iniziale misura americana di sanzioni su prodotti manifatturieri per un controvalore di 50 miliardi di dollari.

Nei giorni scorsi, Donald Trump ha scagliato una serie dei suoi celebri tweet contro Amazon, rea di causare perdite stratosferiche al servizio postale pubblico statunitense ma soprattutto di essere alla base di una gigantesca perdita di gettito fiscale per stati e contee. Scavando la notizia, si scopre che l’e-commerce a stelle e strisce ha criticità molto simili a quelle che si riscontrano nell’Unione europea, ma che Amazon con esse c’entra ormai assai poco.

Dopo poco più di un anno di attesa, e mesi dopo aver aperto il dossier della “sicurezza nazionale”, Donald Trump ha deciso di applicare dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio, nella misura del 25% e del 10% rispettivamente. Delle tre opzioni possibili (tariffa generalizzata, tariffa selettiva mista ad un sistema di quote contro Cina ed altri paesi, quote universali), è stata scelta quella che fa più danno al commercio mondiale.

Dopo la Grande Recessione i mercati si erano abituati a una crescita lenta ma ininterrotta. Una certezza che sta svanendo

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Dopo i violenti ribassi della scorsa settimana, i mercati finanziari cercano la stabilizzazione, chiedendosi quale narrativa prevarrà, e soprattutto se sarà confortata da evidenze economiche.