Nel secondo trimestre di quest’anno, l’economia della Cina è cresciuta del 3,2% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, tornando quindi alla crescita dopo il collasso di meno 6,8% tendenziale registrato nei primi tre mesi di quest’anno, in piena emergenza Covid: prima contrazione del Pil dalla fine della Rivoluzione culturale, negli anni Settanta. La borsa ha accolto la notizia con un mini crollo del 5% dopo un rialzo forsennato ed alimentato dai media secondo uno schema che ha ricordato sinistramente il collasso di agosto 2015.

Tempo addietro Facebook ha annunciato che, nel giro di cinque o dieci anni, sino a metà dei propri dipendenti potrebbe lavorare da casa. Non un episodio isolato, visto che a maggio il boss di Twitter, Jack Dorsey, ha comunicato che i propri dipendenti potranno continuare a lavorare da casa, per il tempo da essi giudicato opportuno e necessario. Decisioni che aprono la strada a ripercussioni di ampia portata sul mercato del lavoro, e che è opportuno monitorare.

Il governo e la maggioranza puntano sulla proroga al 31 dicembre della cassa integrazione, usando i prestiti europei SURE. Ma che accadrà quando diverrà evidente che una parte dei circa otto milioni di cassintegrati non riuscirà a rientrare al lavoro, perché le loro imprese non ce l’avranno fatta? Avremo il tentativo italiano di rendere permanente la Cig, proprio come il QE delle banche centrali sta diventando altrettanto permanente. Che c’entra questo bizzarro parallelo?

Tra i numerosi piani d’azione di Elizabeth Warren, concorrente Democratica alle presidenziali, spicca quello sul commercio internazionale. In esso, la senatrice del Massachusetts tenta, con grande equilibrismo, di conciliare due aspetti della politica americana: l’internazionalismo illuminato ed il protezionismo. Intrigante, no?

Viviamo tempi decisamente interessanti. Sono i tempi in cui è tornato di moda il protezionismo, forse perché non si è ancora toccato il punto di non ritorno, quello in cui il sistema commerciale globale collassa, trascinando con sé l’economia mondiale. Sono anche i tempi in cui c’è chi, per cercare di tenere le posizioni del proprio settore declinante, decide che l’economia del proprio paese ha troppo successo, ed occorre fare qualcosa.