Partiamo da un punto fermo: qui ed ora, cioè a legislazione vigente, l’aumento Iva scatterà il prossimo primo gennaio. Spetterà al governo agire per evitarlo, in tutto o in parte. Il Def presentato nei giorni scorsi non poteva che essere costruito su questo dato di fatto. Premesso questo, passiamo al dibattito pubblico sul tema, che pare confermare che in campo sono rimaste due ipotesi: la prima, che si vada verso quell’aumento e ora bisogna solo cercare di trovare le parole per dirlo; la seconda, che un parassita stia divorando il cervello degli italiani, colpendo preferibilmente politici e giornalisti.

Oggi sui giornali trovate la notizia di un cosiddetto “piano Tria” per rilanciare la crescita italiana, da presentare prima dell’approvazione del Documento di economia e finanza, che ha scadenza 10 aprile e rischia di essere licenziato col solo quadro tendenziale e privo di quello programmatico, cioè cosa il governo intenderebbe fare per correggere eventuali scostamenti nei numeri.

La giornata di ieri è stata l’epitome della cifra stilistica di questo cosiddetto esecutivo che non esegue. Tutto si compendia nella sequenza “proclama-stallo-rinvio”. Uno schema a cui siamo ormai abituati e che ci accompagnerà sin quando la realtà, sotto forma di crisi economica grave, non darà una spallata decisiva a questa compagnia di giro.

Abbiamo già passato in rassegna le maggiori distorsioni ed incoerenze che il nuovo regime forfettario dei lavoratori autonomi causerà: dall’ennesima erosione dell’Irpef agli incentivi a limitare la crescita dimensionale dell’attività, anche mediante produzione di nero; sino al rischio di spingere lavoratori dipendenti verso attività fintamente autonome. Ma altre perle stanno emergendo, per un regime fiscale scritto con i piedi o con altre parti anatomiche assai poco nobili.

Tra le innumerevoli levate d’ingegno pensate per rastrellare gettito e contribuire a finanziare una manovra che pare scritta dagli ospiti di un centro di riabilitazione e reinserimento per soggetti disagiati, c’è anche la flat tax al 7% per i pensionati che decidessero di trasferirsi nel Mezzogiorno d’Italia. Misura in apparenza simile già attuata con successo in Portogallo e nelle Canarie spagnole e, fuori dall’Europa, in Tunisia. La declinazione italiana è, inutile ribadirlo, esattamente “all’italiana”, cioè destinata a fallire miseramente.

Oggi sul Sole trovate un commento di Dario Stevanato, ordinario di diritto tributario all’Università di Trieste, sul nuovo regime forfettario per gli autonomi, che nasce col dichiarato intento di “indennizzare” le partite Iva di tutte le sofferenze fiscali del passato. Sin qui, ed entro limiti di ragionevolezza, potremmo anche essere d’accordo. Se non fosse per il modo in cui il restyling è stato costruito.

Mentre il Senato vota una indecente fiducia notturna ad una legge di bilancio il cui articolato è composto di 1.100 (millecento) commi, emergono alcune tra le misure “caratterizzanti” del provvedimento. Che cioè ne caratterizzano la natura schifosamente autolesionistica e la pesante ipoteca posta sul futuro del paese.

Signori, è fatta: la Commissione Ue ci ha “promossi“. Questo per chi ci crede, ovviamente. Per tutti gli altri, ci sono i primi dettagli dei salti mortali fatti dal nostro esecutivo per tenere in vita le due misure-bandiera, che serviranno a nulla. In compenso, tra le coperture affiorano danni non lievi. Ma è tutto l’impianto della manovra che si rivelerà estremamente tossico-nocivo per questo povero paese.