La giornata di ieri è stata l’epitome della cifra stilistica di questo cosiddetto esecutivo che non esegue. Tutto si compendia nella sequenza “proclama-stallo-rinvio”. Uno schema a cui siamo ormai abituati e che ci accompagnerà sin quando la realtà, sotto forma di crisi economica grave, non darà una spallata decisiva a questa compagnia di giro.

Abbiamo già passato in rassegna le maggiori distorsioni ed incoerenze che il nuovo regime forfettario dei lavoratori autonomi causerà: dall’ennesima erosione dell’Irpef agli incentivi a limitare la crescita dimensionale dell’attività, anche mediante produzione di nero; sino al rischio di spingere lavoratori dipendenti verso attività fintamente autonome. Ma altre perle stanno emergendo, per un regime fiscale scritto con i piedi o con altre parti anatomiche assai poco nobili.

Tra le innumerevoli levate d’ingegno pensate per rastrellare gettito e contribuire a finanziare una manovra che pare scritta dagli ospiti di un centro di riabilitazione e reinserimento per soggetti disagiati, c’è anche la flat tax al 7% per i pensionati che decidessero di trasferirsi nel Mezzogiorno d’Italia. Misura in apparenza simile già attuata con successo in Portogallo e nelle Canarie spagnole e, fuori dall’Europa, in Tunisia. La declinazione italiana è, inutile ribadirlo, esattamente “all’italiana”, cioè destinata a fallire miseramente.

Oggi sul Sole trovate un commento di Dario Stevanato, ordinario di diritto tributario all’Università di Trieste, sul nuovo regime forfettario per gli autonomi, che nasce col dichiarato intento di “indennizzare” le partite Iva di tutte le sofferenze fiscali del passato. Sin qui, ed entro limiti di ragionevolezza, potremmo anche essere d’accordo. Se non fosse per il modo in cui il restyling è stato costruito.

Mentre il Senato vota una indecente fiducia notturna ad una legge di bilancio il cui articolato è composto di 1.100 (millecento) commi, emergono alcune tra le misure “caratterizzanti” del provvedimento. Che cioè ne caratterizzano la natura schifosamente autolesionistica e la pesante ipoteca posta sul futuro del paese.

Signori, è fatta: la Commissione Ue ci ha “promossi“. Questo per chi ci crede, ovviamente. Per tutti gli altri, ci sono i primi dettagli dei salti mortali fatti dal nostro esecutivo per tenere in vita le due misure-bandiera, che serviranno a nulla. In compenso, tra le coperture affiorano danni non lievi. Ma è tutto l’impianto della manovra che si rivelerà estremamente tossico-nocivo per questo povero paese. 

di Vitalba Azzollini

Nel Paese che fu la culla del diritto, il diritto viene addomesticato pure per l’esigenza di far cassa: basta applicare una certa imposta a ogni cosa che ha il nome previsto dalla norma impositiva, anche se nella sostanza si tratta di un’entità giuridica totalmente diversa, e il gioco è fatto. Se poi l’imposta va a gravare su ciò che tutti i governi, trasversalmente, dichiarano di voler favorire – l’avvio al lavoro dei giovani – senza che nessuno si preoccupi di trovare una soluzione, la questione diviene ancor più surreale. Proviamo a sbrogliare la matassa.

Ieri la Cassa Depositi e Prestiti ha presentato il proprio piano industriale triennale, 2019-2021. Avremo tempo e modo di valutarlo, anche perché da quel piano non paiono essere esplicitate ipotesi di redditività. Quello che invece vorrei segnalarvi è che oggi il prestigioso vicepremier e bisministro, Luigi Di Maio, nel corso di una delle sue famigerate “dirette Facebook”, ha pensato bene di spiegare al Popolo sovrano e manovrato alcuni dettagli del piano industriale. Ovviamente con esiti comici, almeno per chi ancora riesce a ridere per gli sfondoni di questa gente.

Alcuni dati, spunti e perle assortite, tratti dall’audizione di oggi di Istat sulla manovra di bilancio 2019. La conferma che l’analfabetismo funzionale ha fatto il suo trionfale ingresso nella stanza dei bottoni, ed ora sta legiferando. Ricordate la regola aurea di ogni parassita? Preservare l’organismo ospitante. Ecco, direi che, nel caso italiano corrente, tale regola è clamorosamente violata.