Se c’è una cosa che in Italia torna con impressionante regolarità, questa è l’ipotesi di revisione delle tax expenditures, gli sconti fiscali che nei decenni hanno creato un’erosione di centinaia di miliardi di base imponibile, impedendo alle aliquote nominali di scendere e di conseguenza perpetuandone gli effetti distorsivi. Oggi, che abbiamo una maggioranza di governo che punta a realizzare una assai ossimorica flat tax ad aliquota multipla, il tema riaffiora.

Ieri, in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha tracciato le linee guida del suo programma di politica economica. Ferma restando l’importanza di rilanciare la spesa per investimenti pubblici, il ministro ha suggerito un intervento già proposto in passato da figure che non sono esattamente riconducibili a questa maggioranza.

Ieri su Repubblica si è data notizia della apparente volontà della Lega di estendere all’intero contenzioso tributario l’ipotizzato condono fiscale “per stato di necessità” dalle sole cartelle di Equitalia fino a 100.000 euro. In tal modo si raddoppierebbe a 100 miliardi l’importo condonabile di tasse non pagate o contestate dai contribuenti davanti alle commissioni tributarie provinciali e regionali, che rappresentano i due gradi di giudizio, oggi pari a 418.000 cause per un valore di 50,4 miliardi, di cui un quinto nella sola Lombardia. Prosegue quindi il mistero buffo su questa operazione una tantum finalizzata a ridurre in permanenza le imposte, in caso qualche gonzo se la bevesse.

Pensate quanto è dura la vita, se siete la prima forza di un governo populista, la cui funzione (per definizione) è quella di drogare le aspettative di milioni di gonzi che vi credono e pendono dalle vostre labbra, ed al contempo vi trovate la seconda forza di coalizione, che ha una consistenza elettorale pari a metà della vostra, guidata da un personaggio in trance agonistica che ogni giorno rilancia forsennatamente sullo scibile umano, travestendosi da ministro dei trasporti, della Salute, dell’Economia, della Giustizia. Una vera vita d’inferno, signora mia.

di Alessio Argiolas*

L’insegnamento della lingua inglese non era (rectius: è) una priorità dell’Istruzione patria, ma da circa quattro lustri il Burosauro dà nomi inglesi ai burosaurini (transparency act, bail-in). Tale prassi è invalsa anche per uniformazione terminologica, dovuta al recepimento della normativa sovranazionale. Purtroppo l’Italia chiama olive l’output del processo digestivo delle pecore (confrontate il FOIA italiano con l’equivalente USA).

Mentre oggi il governo Di Maio-Salvini entrerà nella pienezza della propria legittimazione parlamentare, con il discorso programmatico e la fiducia al Prestanome del Consiglio Giuseppe Conte, pare siano già iniziati i negoziati con la realtà del nuovo governo gialloverde, e si preannunciano tutt’altro che semplici.

di Vitalba Azzollini

Ogni iniziativa orientata alla trasparenza è sempre apprezzabile, specie in una realtà qual è quella italiana, ove la pubblica amministrazione stenta a diventare la “casa di cristallo” immaginata da Turati e la democrazia rappresentativa non sempre è quel “regime del potere visibile” di cui parlava Bobbio. Ma la disclosure può sortire effetti virtuosi solo se a chiunque eserciti un potere discrezionale non sia “concesso di tenere per sé le sue intenzioni” (Jefferson): cioè quel complesso di valutazioni, sottese alle sue scelte, destinate a divenire azioni che incidono sulla vita dei cittadini. Se, invece, la trasparenza si risolve in una mera esposizione di numeri – inidonea a far capire l’iter decisionale che ne è a fondamento e l’adeguatezza delle politiche di cui quei numeri sono espressione – rischia di restare un’operazione scenografica fine a se stessa.

Da ieri, su giornali e social, è tutto un fervore di lazzi all’indirizzo del senatore, dottore in giurisprudenza, già ispettore tecnico assicurativo e capogruppo pentastellato Danilo Toninelli, reo di aver insistito che l’eventuale flat tax, l’altra grande illusione per gonzi elettori italici assieme al reddito di cittadinanza, deve rispettare la progressività costituzionale e non penalizzare le fasce più deboli. Non è una bestemmia, almeno sinché non verrà modificata la Costituzione, ma lascia presagire cosa accadrebbe ove mai i nostri eroi si accordassero per l’agognata imposta ad aliquota invariante.