di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La riforma fiscale statunitense, che segna il primo vero successo della presidenza Trump e del partito Repubblicano che controlla il Congresso ma è lungi dall’essere un monolite, è centrata sulla riduzione fiscale permanente alle imprese, sia di capitali che di persone, mentre per le persone fisiche i benefici, pesantemente orientati sui soggetti ad alto reddito, si produrranno sino al 2025.

Oggi sulla stampa si dà conto delle unintended consequences prodotte dalla risoluta azione di Francesco Boccia, il nemico giurato degli Over the Top, strenuo difensore dell’antitrust alle orecchiette. L’uomo che, con un impressionante uno-due, riuscirà ad infliggere rilevanti danni a tutti tranne che agli Over the Top medesimi. Un talento naturale, altrettanto naturalmente associato ad una iattanza assertiva che ne fa uno dei maggiori demiurghi del tafazzismo italiano.

È preoccupato, Massimo Mucchetti. Il presidente della Commissione Industria del Senato affida le proprie angustie ad una intervista a Valentina Conte su Repubblica. Non è chiaro che vuol fare il Pd della Web Tax, dice Mucchetti. Ci sono almeno tre orientamenti differenti, nel gruppo Pd di Montecitorio, a suo giudizio. Mucchetti è preoccupato soprattutto dalla posizione di Francesco Boccia, suo compagno di partito e presidente della Commissione Bilancio della Camera, che pare voler mettere una gabellina dell’1% sul fatturato dell’e-commerce, incluso quello realizzato con consumatori e non solo con imprese.

di Vitalba Azzollini

La regolazione nazionale rappresenta un’inesauribile fonte di riflessioni non sempre edificanti. A indurle bastano talora, come in questo caso, un paio di notizie rinvenute casualmente e qualche approfondimento utile a capire meglio. Le notizie da cui si sono prese le mosse riguardano, da un lato, l’ordinanza (n. 244 del 24/11/2017) con cui la Consulta ha dichiarato manifestamente inammissibili le questioni di legittimità costituzionale relative a un articolo della legge sull’abolizione del finanziamento pubblico diretto ai partiti (l. n. 13/2014); dall’altro lato, la morosità verso il Partito Democratico di Pietro Grasso e altri, debitori di cospicue somme da versare in forza delle regole del partito.

Sul Foglio la replica lievemente stizzita di Massimo Mucchetti alle critiche alla sua astutissima Web Tax, pubblicate ieri in un articolo che menziona, tra altri ben più accreditati, anche il vostro umile titolare. Tralasciamo le argomentazioni mucchettiane sui dati personali come giacimento di petrolio digitale sul quale applicare quindi l’imposizione (ho già scritto che il concetto mi convince, almeno sinora). Parliamo invece del rischio di traslazione dell’imposta sul consumatore, che Mucchetti rigetta con una scrollata di spalle, con argomentazioni ed un esempio piuttosto singolari.

Su l’Economia del Corriere della Sera, questa settimana trovate un’intervista di Antonella Baccaro a Massimo Mucchetti, esponente Pd e presidente della Commissione Industria, Commercio ed artigianato del Senato, che è un po’ il co-papà (con Francesco Boccia) della Web Tax all’italiana, la rivoluzionaria imposizione che dovrà spezzare le gambe ai Signori della Rete ed al loro elusivo e-commerce, e dissetare di risorse fiscali il disidratato popolo italiano. L’intervista non appare aggiornata, nel senso che non fa cenno al rinvio al 2019 dell’entrata in vigore della legge né all’estensione del tributo alle transazioni in cui acquirente è un consumatore. Ma resta un’eccellente testimonianza antropologica di come ragiona un gabelliere socialista italiano.

Nella legge di Bilancio 2018 è prevista l’inclusione degli investimenti immobiliari nei Pir (piani individuali di risparmio), la ormai nota esenzione fiscale centrata su investimenti almeno quinquennali in imprese italiane (per 30 mila euro annui, fino ad un massimo di 150 mila). Oggi sul Corriere trovate la perplessità di un addetto ai lavori su questo inserimento.