di Massimo Famularo

Egregio Titolare,

a leggere i giornali italici si finisce col convincersi che

Le nuove regole promosse dalla Bce sugli accantonamenti prudenziali che le banche dovranno operare a fronte dei Non performing loans (Npl) hanno riscontrato, in questi giorni, l’apprezzamento di banchieri ed operatori. La vigilanza della Bce, guidata da Andrea Enria, sconfessa le più stringenti disposizioni stabilite da Daniele Nouy nell’Addendum del marzo 2018, creando un percorso di copertura patrimoniale più morbido, per tempi e condizioni.

Sembrerebbe dunque che ci sia stato un “braccio di ferro” tra perfidi tecnocrati e difensori della libertà politica e che alla fine, con l’intercessione di sant’Andrea Enria (che neanche il Financial Times si astiene dal nominare invano) appena assunto all’SSM, abbia prevalso il buonsenso mettendo in fuga i teutonici Kattifi.

Sul Sole un articolo di Luca Davi commenta i risultati dello studio annuale della società di consulenza A.T. Kearney sui conti delle banche retail europee, coprendo 92 istituti attivi in 22 mercati continentali. Per l’Italia, lo studio considera i bilanci delle divisioni commerciali delle nostre prime cinque banche. La sintesi è che il settore in un decennio è cambiato profondamente ed ancor di più è atteso cambiare. Ma sarà durissima.

Ieri, secondo indiscrezioni giornalistiche provenienti da Bloomberg, si è appreso che Unicredit inserirà nel nuovo piano quadriennale 2020-23, che sarà presentato a fine anno, un taglio fino a 10 mila posti di lavoro, oltre ad una riduzione del 10% dei costi operativi. Forse complice il gran caldo, la reazione dei sindacati è stata piuttosto sopra le righe. Molto rumore per nulla o segno dei tempi per un settore in ristrutturazione permanente?

Nei giorni scorsi abbiamo letto che i tassi medi praticati dalle banche italiane sui prestiti sono in linea con la media degli altri paesi dell’Eurozona. Come ho spiegato, questa indicazione non è sufficiente ad escludere la presenza di una stretta al credito. Oggi analizziamo l’impatto del fisco sui tassi praticati dalle banche, e cosa potrebbe cambiare (in peggio), grazie all’azione di questo esecutivo di bulli e scappati di casa, che hanno come denominatore comune una incoercibile e potenzialmente letale ignoranza.

Oggi sul Sole c’è un intervento del presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, che punta a ribadire una sua vecchia tesi: il costo del credito in Italia è uguale o inferiore alla media europea, anche grazie alla feroce competizione tra banche che esisterebbe qui da noi. Quindi nessuna stretta creditizia, nessun rischio paese da spread e banche italiane solidissime, quanto e più delle consorelle europee? Le cose non stanno esattamente in questi termini.

Ieri l’altro, a margine della presentazione di una iniziativa di housing sociale per la città di Milano, l’ormai ex presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, si è tolto un altro sassolino dalla scarpa, ricordando che il concetto di diversificazione di portafoglio non è un’ubbia ma una necessità. Un vero peccato che tutte queste importanti censure avvengano a tempo ampiamente scaduto.

Mentre tutte le maggiori banche italiane, presentando i contri trimestrali, informano che procederanno a ridurre lo stock in portafoglio di titoli di stato nazionali, nella finanza tricolore c’è chi va patriotticamente controtendenza, con argomentazioni da inversione del flusso causale o meglio con nostalgia dei ruggenti anni Settanta.