Questa settimana il ministro delle Finanze e vice-cancelliere tedesco, il socialdemocratico Olaf Scholz, ha pensato bene di rilanciare il tema dell’unione bancaria europea, impantanata da anni per i veti incrociati tra paesi. Scholz, che non è chiaro se abbia informato o consultato la cancelliera Angela Merkel, ha riproposto cose note quali precondizioni per smuovere il processo incagliato. Per quanto mi riguarda, si tratta di un non evento. Guardando in dettaglio, tuttavia, c’è una novità che riguarda la Penisola alla deriva nel Mediterraneo.

Non sapete che pesci prendere? Siete paralizzati di fronte ad uno degli innumerevoli bivi che segnano lo spartiacque tra la dannazione e la rinascita, mentre sopra le vostre teste fischiano proiettili d’argento? Temete per il vostro particulare ma non volete inimicarvi nessun interlocutore domestico perché non si sa mai e comunque “qui non si parla di politica”? Decidete della vostra esistenza senza uno straccio di dati oppure sulla base di correlazioni spurie, non prima di aver toccato un corno rosso? Niente paura, abbiamo quello che fa per voi.

Dal 2020 Unicredit, seconda banca italiana, applicherà tassi negativi ai conti correnti con saldo “ben superiore” a 100 mila euro [aggiornamento del 13 ottobre: pare oltre il milione]. Lo ha annunciato l’a.d. della banca, Jean Pierre Mustier, dando di fatto il calcio d’avvio italiano ad un processo che altrove in Eurozona è già in atto. Le banche cercano disperatamente di non subire ulteriori erosioni della loro redditività, e trasferiscono ai clienti l’onere di detenere riserve presso la Banca centrale europea. Quali conseguenze possiamo attenderci, da questa mossa?

di Massimo Famularo

Egregio Titolare,

a leggere i giornali italici si finisce col convincersi che

Le nuove regole promosse dalla Bce sugli accantonamenti prudenziali che le banche dovranno operare a fronte dei Non performing loans (Npl) hanno riscontrato, in questi giorni, l’apprezzamento di banchieri ed operatori. La vigilanza della Bce, guidata da Andrea Enria, sconfessa le più stringenti disposizioni stabilite da Daniele Nouy nell’Addendum del marzo 2018, creando un percorso di copertura patrimoniale più morbido, per tempi e condizioni.

Sembrerebbe dunque che ci sia stato un “braccio di ferro” tra perfidi tecnocrati e difensori della libertà politica e che alla fine, con l’intercessione di sant’Andrea Enria (che neanche il Financial Times si astiene dal nominare invano) appena assunto all’SSM, abbia prevalso il buonsenso mettendo in fuga i teutonici Kattifi.

Sul Sole un articolo di Luca Davi commenta i risultati dello studio annuale della società di consulenza A.T. Kearney sui conti delle banche retail europee, coprendo 92 istituti attivi in 22 mercati continentali. Per l’Italia, lo studio considera i bilanci delle divisioni commerciali delle nostre prime cinque banche. La sintesi è che il settore in un decennio è cambiato profondamente ed ancor di più è atteso cambiare. Ma sarà durissima.

Ieri, secondo indiscrezioni giornalistiche provenienti da Bloomberg, si è appreso che Unicredit inserirà nel nuovo piano quadriennale 2020-23, che sarà presentato a fine anno, un taglio fino a 10 mila posti di lavoro, oltre ad una riduzione del 10% dei costi operativi. Forse complice il gran caldo, la reazione dei sindacati è stata piuttosto sopra le righe. Molto rumore per nulla o segno dei tempi per un settore in ristrutturazione permanente?

Nei giorni scorsi abbiamo letto che i tassi medi praticati dalle banche italiane sui prestiti sono in linea con la media degli altri paesi dell’Eurozona. Come ho spiegato, questa indicazione non è sufficiente ad escludere la presenza di una stretta al credito. Oggi analizziamo l’impatto del fisco sui tassi praticati dalle banche, e cosa potrebbe cambiare (in peggio), grazie all’azione di questo esecutivo di bulli e scappati di casa, che hanno come denominatore comune una incoercibile e potenzialmente letale ignoranza.

Oggi sul Sole c’è un intervento del presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, che punta a ribadire una sua vecchia tesi: il costo del credito in Italia è uguale o inferiore alla media europea, anche grazie alla feroce competizione tra banche che esisterebbe qui da noi. Quindi nessuna stretta creditizia, nessun rischio paese da spread e banche italiane solidissime, quanto e più delle consorelle europee? Le cose non stanno esattamente in questi termini.