La stima definitiva della variazione del Pil italiano del terzo trimestre non ci dice nulla di inedito: siamo sempre col motore al minimo, gli investimenti sono frenati dalla crisi dell’automotive, la domanda interna è viva ma lotta poco assieme a noi. Scopriamo invece ulteriori elementi di conferma ad un fenomeno a dir poco inquietante, che mostra come il nostro paese stia percorrendo la strada opposta a quella dei paesi emergenti.

Il mercato del lavoro italiano di settembre segnala una disoccupazione in risalita, da 9,6% a 9,9%. Eppure, così come non c’era da esaltarsi per la precedente discesa, non ci sono particolari elementi per deprimersi su questo dato. Che, anzi, pare suggerire la lungamente attesa “riattivazione” di molte persone. Anche se riuscire trovare lavoro è ovviamente altro discorso.

Pubblicato da Istat il dato sul mercato italiano del lavoro in agosto. Balza all’occhio il robusto calo della disoccupazione, scesa al 9,5% da 9,8% rivisto di luglio. Ottima occasione per fare un po’ di esercizi di aritmetica e mettere a tacere i festeggiamenti. Lo so, rischio di diventare monotono e probabilmente più che un rischio è già una certezza, ma lo sono anche i trombettieri dell’ottimismo infondato.

In condizioni normali non andrei a guardare i conti trimestrali della pubblica amministrazione, perché si tratta di dati fortemente distorti da stagionalità caratteristiche ed ogni tentativo di proiettarli su scala annuale servirebbe solo a giustificare la scarsa comprensione della realtà da parte del suo autore. Quello che tuttavia si può fare è confrontare i dati rispetto allo stesso trimestre degli anni precedenti.

Qualche spigolatura dalle “Previsioni di primavera” della Commissione europea sulle economie dell’Unione europea. Col solito caveat: sono previsioni, non la costante di gravitazione universale. Indicano, qui ed ora, direzione di marcia e velocità di crociera dell’economia. Soprattutto comparativamente, tra paesi. Lo dico per aiutare prestigiosi economisti prestati alla direzione di giornali (cartacei ed online) a non ripetere in futuro che le previsioni “sono come l’oroscopo” o che “gli economisti non ci prendono mai”. Se per un attimo togliete sciarpa e fischietto, vi spiego alcune cose di ordine qualitativo ma pur sempre utili.