Oggi Istat ha pubblicato la stima finale della variazione del Pil per il terzo trimestre. C’è una spiacevole revisione al ribasso, per arrotondamento, che porta a meno 0,1% il dato congiunturale, cioè rispetto al secondo trimestre di quest’anno, a ed un assai magro +0,7% la crescita tendenziale, cioè rispetto al terzo trimestre dello scorso anno. Interessante è la disaggregazione del dato.

Posticipare il primo rialzo dei tassi e nuovi finanziamenti agevolati per le banche sono tra gli strumenti disponibili

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

A fine anno la Banca centrale europea concluderà il suo programma di acquisti noto come Quantitative easing (QE), ma la congiuntura dell’Eurozona mostra segni di affaticamento in alcune delle sue maggiori economie: nel terzo trimestre l’Italia è tornata a stagnare e la Germania (ma si avrà conferma solo il 14 novembre) dovrebbe segnare una forte frenata rispetto al +0,5% del secondo trimestre, imputabile soprattutto alla manifattura e che viene forse un po’ troppo sbrigativamente e semplicisticamente ricondotto ai colli di bottiglia causati dai nuovi e più rigorosi test per le emissioni degli autoveicoli.

Si moltiplicano le voci di un’entrata a regime molto differita delle principali misure della legge di Bilancio 2019. Secondo gli astutissimi gialloverdi, ciò sarebbe necessario per “tranquillizzare” gli investitori e rabbonire la Commissione europea, che a breve lancerà contro l’Italia una procedura per debito eccessivo. Se tali voci fossero confermate, il rallentamento di implementazione sarebbe la plastica rappresentazione di una politica economica demenziale e finalizzata solo al voto di scambio alle elezioni europee, a cui i nostri scappati di casa cercano disperatamente di arrivare.

Dietro la nuova volatilità le  incognite sull’economia mondiale: dalla guerra dei dazi Usa-Cina al rialzo dei tassi della Fed

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La recente ripresa di volatilità sui mercati finanziari ha lasciato gli analisti a chiedersi se non si sia trattato di un semplice episodio ma dell’inizio di una fase di difficoltà. Nulla di inedito: visto che l’attuale fase rialzista dei mercati azionari dura da oltre nove anni, e che l’espansione è tra le più longeve di sempre, ad ogni correzione dei mercati ci si domanda se la fine di questo ciclo positivo sia imminente.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Da inizio anno, sui mercati finanziari è in atto un fenomeno che ha attirato l’attenzione degli osservatori e delle tesorerie aziendali: il tasso Libor in dollari, che è quello al quale le banche si prestano fondi, è quasi raddoppiato, ed ora sulla scadenza trimestrale si trova a circa il 2,35%, mentre il suo differenziale col tasso swap overnight, legato ai finanziamenti in contropartita con la Federal Reserve, è tornato su livelli visti durante la fase acuta di stress della crisi dell’Eurozona; ma oggi non sono presenti criticità del sistema bancario globale, motivo per cui si indagano le possibili cause di questo anomalo rialzo.

Negli ultimi giorni sono stati pubblicati i dati di febbraio di produzione industriale e manifatturiera nei paesi europeo. Nei tre maggiori paesi dell’Eurozona (Germania, Francia, Italia), i risultati sono stati negativi e peggiori delle attese ma ciò che conta (per evitare il solito rumore statistico sul singolo dato mensile), è che fanno segnare il secondo mese consecutivo di contrazione, confermando quello che era già evidente: l’Europa, e l’Eurozona, stanno frenando a livello manifatturiero, quindi il picco ciclico di crescita potrebbe essere alle nostre spalle.

In Italia, dall’inizio della ripresa, le statistiche mostrano una crescita degli aggregati creditizi molto debole, che sfiora lo zero. Molto si è detto è scritto su questa mancata espansione del credito, e sulle sue determinanti, tra le quali vi è certamente la riduzione dello stock di sofferenze. Ma è interessante sapere che una tendenza analoga è in atto anche in un paese che da tre anni mostra un tasso di crescita nominale e reale ben più elevato del nostro.