Dopo aver visto questo:

Mi sono convinto che c’è un’ulteriore strada percorribile, per reflazionare l’economia italiana: abrogare l’articolo 453 del codice penale. Solo così potremo ottenere il duplice obiettivo del rilancio della nostra economia, tenendo rigorosamente riservato il dato di crescita della base monetaria ombra (quella domestica) e contrastando vittoriosamente la disfattistica insubordinazione delle banche nazionali, che non forniscono sufficiente impeto patriottico all’espansione dell’offerta di moneta.

Dall’inizio della Grande Crisi, che per l’Italia è crisi esistenziale prima di tutto, si sono levate le voci di quanti vorrebbero reperire fondi fuori dal paese. La storia si ripete in queste settimane, al crescere dello psicodramma per la legge di bilancio 2019, e prima di essa la nota di aggiornamento al Def. Dalla maggioranza e dall’esecutivo arrivano singolari richieste alla Bce di mettere un tetto massimo allo spread o di tenere in considerazione la possibilità di proseguire gli acquisti di titoli di stato (sic).

Nei giorni scorsi è stato presentato un progetto di legge di iniziativa di due deputati (uno leghista ed uno pentastellato) relativo al ricalcolo delle cosiddette “pensioni d’oro”, che poi sarebbero quelle oltre i 4 mila euro netti mensili. Come noto, il M5S punta molto sul “ricalcolo” delle pensioni più ricche, per assegnare fondi alle minime e portarle alla famosa “soglia di cittadinanza” di 780 euro, che ad oggi resta irraggiungibile. La cosa interessante è il criterio di ricalcolo contenuto nella proposta di legge.

Il mese di agosto è, per tradizione, quello in cui le forze politiche sparano più idiozie del solito, oltre che quello in cui i giornali devono saturare la foliazione di luoghi ancor più comuni del solito. Quest’anno la situazione è simile ma differente. Perché abbiamo un esecutivo che danza sull’orlo di un vulcano attivo, perché si è già innescata una copiosa fuga di capitali dall’Italia, perché le iniziative legislative sono qualcosa di demenziale, ad essere gentili, e perché le dichiarazioni alla stampa hanno frequenza direttamente proporzionale al tasso di stupidità delle medesime.

Da quando si è insediato, questo esecutivo ha scelto di non decidere su alcuni bubboni che si trascinano da anni. In realtà, il messaggio che passa è che “stanno decidendo, oh se stanno decidendo!” Ora decidono, teneteli o decidono, e cose del genere. Ma al momento si è visto poco e nulla, se non una pervicace volontà procrastinatoria travestita da decisionismo. Ma questo decisionismo spesso viene presentato come “ascolto” e “partecipazione” dei cittadini sovrani, ci mancherebbe. Il risultato è ancor più straniante.

Mentre prosegue il tormentato e lentissimo iter parlamentare di conversione del decreto dignità (sic), segnaliamo l’ultima performance del vicepremier e bisministro Luigi Di Maio, l’uomo che ha un conto in sospeso coi numeri e che si avvia ad un gigantesco regolamento di conti con la realtà.

Si dice che solo i cretini non cambiano mai idea. Motivo per il quale i politici italiani, da tempo immemore, tendono ad essere prossimi al puro genio. Per fare emergere questa intelligenza superiore in tutta la sua geometrica potenza di fuoco, è sufficiente qualche minuto ed un archivio di agenzia di stampa.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

appreso che della “manina” in via Veneto lo sapevano da una settimana, sarebbe interessante adesso soffermarsi un attimo sul merito dell’ormai celeberrima relazione tecnica che stima una perdita di 8.000 posti di lavoro in ragione di anno, come effetto del “decreto dignità”.