Come era sin troppo prevedibile, i nostri chiacchieroni governativi si sono rapidamente incagliati sulle secche della realtà ed ora tentano disperatamente di liberarsi, rilanciando con nuove idiozie che finiscono invariabilmente alla casella del tassa & spendi. Questa è la condizione normale, in un paese che vive e muore di autoinganno.

Sarà che sto invecchiando, sarà che mi rendo conto ogni giorno di più dei rischi della ripetitività e che quindi voglio evitare di ridurmi come alcuni più o meno noti commentatori, quelli che vivono nell’attesa di poter scrivere o pronunciare davanti ad una telecamera la fatidica frase “il governo è andato sotto!”, salivando copiosamente, ma confesso che sto seguendo sempre meno la compagnia di giro della nostra “classe verbale”.

Quelli tra voi che usano come esclusiva fonte di informazione la stampa domestica, tra teatrini televisivi e buche delle lettere partitiche su carta stampata, negli ultimi giorni devono aver tratto motivo di conforto e di rinnovato orgoglio nazionalistico. Si narra infatti, di qua delle Alpi, di una Germania messa all’angolo anche in sedi europee, che ora “deve spendere, e poche storie”, e di un’Italia che praticamente ha preso per mano l’Europa e la sta conducendo verso le praterie del deficit “a fin di bene”, quello che toglie i peccati ordoliberisti dal mondo.

La revisione della spesa pubblica è un antico rito collettivo di questo paese. Ricordo che, durante il governo di Enrico Letta, quando il concetto divenne un brioso spin di marketing politico, ogni giorno sui nostri attenti giornali si potevano leggere editoriali e commenti in cui venivano suggerite nuove spese pubbliche, “da finanziare con la spending review”.

Era fatale: un minuto dopo il giuramento dell’esecutivo demostellato, e ben prima del voto di fiducia alle camere, è partita la girandola di dichiarazioni pre-programmatiche su cosa spendere, e come (non) finanziarlo. Per la maggior parte dei casi si tratta di velleità molto manieristiche, con ostensione della “costituzione più bella del mondo”, che da decenni viene letta da moltissimi come un’unica, ossessiva incitazione a fare spesa pubblica e deficit. Ma oggi pare emergere anche un’altra trovata, decisamente più metafisica, pur se non inedita: il tesoretto dello spread calante.

Comunque andranno le cose per il governo Conte 2 (Il ridorno), potremo contare su alcuni topoi. In primo luogo, continueremo a sentire politici ed editorialisti sostenere che “all’Italia serve una manovra espansiva”. In effetti, all’Italia da sempre serve una manovra espansiva. Serve quando già siamo in (solitamente assai moderata) espansione, perché “ehi, battiamo il ferro ora che è caldo, per riassorbire quanti più disoccupati è possibile!”. Ci serve anche quando siamo in recessione, e ci mancherebbe che così non fosse. Ci serve pure quando siamo in stagnazione, cioè la maggior parte del tempo. Insomma, ci serve una manovra espansiva. L’anno prossimo smetto, promesso.

Nuova puntata della farsa più costosa della storia d’Italia. Ieri i commissari straordinari di Alitalia hanno incontrato i sindacati e ci hanno fatto sapere che, nel mese di luglio, la liquidità in cassa, costruita sulla dote del prestito ponte pubblico da 900 milioni, è diminuita di 24 milioni, da 436 a 412 milioni, a cui vanno aggiunti i depositi cauzionali. I commissari si sono affrettati a comunicare che si tratta di numeri “comunque superiori a quanto programmato e comunicato come dato previsionale”. Ma le chiacchiere stanno avvicinandosi asintoticamente a zero.

Il motivo che mi ha spinto a scrivere poco della crisi di governo è che tutto quello che si sta sviluppando sotto i nostri occhi può tranquillamente essere classificato alla voce “topi intrappolati in un laboratorio“, e quindi c’è in complesso poco da aggiungere a quanto sta assai prevedibilmente sviluppandosi.