Dalla pandemia allo Stato di Polizia

di Vitalba Azzollini

C’è sempre un momento in cui ci si chiede: come si è arrivati a questo punto? Il momento per molti è stato quando, durante un programma su una tv Mediaset, sono andate in onda le immagini di un elicottero della Guardia di Finanza, con un’inviata a bordo, all’inseguimento di un runner solitario su una spiaggia deserta. Ma anche la Tv di Stato, cosiddetto servizio pubblico, non è stata da meno, mostrando un drone che braccava un runner, anch’egli in solitudine totale, con un tutore delle forze dell’ordine alle calcagna e la Cavalcata delle valkirie in sottofondo. Ci si era lamentati del sistema di delazione implementato sul portale di Roma Capitale per eventuali violazioni delle regole in tema di Covid-19, ma evidentemente non c’è limite al peggio.

Qual è il punto cui si è arrivati? Uno Stato di polizia a ogni effetto. Come ci si è arrivati? I fattori sono diversi. Innanzitutto, si è arrivati facendo sì che la gente restasse nell’ignoranza. Il metodo è, per dirlo in modo forbito: «Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare». Tacere e adeguarsi, da sudditi. Tale metodo è stato realizzato, innanzitutto, inculcando nelle persone l’idea che, in nome della tutela della salute, tutto fosse possibile e lecito.

Pertanto, come più volte detto, in nome della salute sono stati conferiti poteri molto ampi – “pieni poteri”, almeno fino al d.l. 19/2020 – al presidente del Consiglio, che li ha esercitati con forti restrizioni a diritti e libertà, non sempre mostrando di rispettare principi generali dell’ordinamento giuridico e dell’Unione europea o di valutare costi e benefici di opzioni alternative al lockdown del Paese. Tutto ciò mentre il Parlamento – che (dovrebbe) rappresenta(re) i cittadini – si è come dissolto.

L’altra idea, conseguenza della prima, inculcata nella gente è che ogni scelta spettasse agli scienziati, in particolare a quelli del Comitato tecnico scientifico, e che la politica – in primis il presidente del Consiglio – dovesse fideisticamente adeguarsi, anziché assumersi la responsabilità di decidere contemperando tutti gli interessi coinvolti, oltre alla salute. Questo “fideismo”, da un lato, ha rafforzato l’ignoranza di cui si è detto, rappresentando la rinuncia a far capire alla gente le motivazioni di certe scelte, con l’alibi che la scienza non è da tutti e che la politica vi si deve solo conformare.

E l’ignoranza è amplificata dall’opacità dei pareri del Comitato, non pubblicati nella sezione Amministrazione Trasparente di siti istituzionali né resi accessibili per la sospensione del diritto alla trasparenza ex Foia.

Dall’altro lato, lo scudo del fideistico affidamento alla scienza ha comportato la deresponsabilizzazione politica più completa: se è la scienza che decide, comunque vada la politica può dire “non abbiamo assolutamente sbagliato niente“. Chissà se questo è lo scopo per cui i decisori governativi hanno istituito, oltre a quel Comitato, molti gruppi di esperti (15 a livello nazionale e 30 locale, circa 450 persone in tutto), ai quali hanno delegato valutazioni rilevanti, senza rendere trasparentemente noti criteri di scelta dei componenti, obiettivi prefissati e misurabili, disponibilità di mezzi e risorse e molto altro.

Ma lo Stato di polizia è anche il risultato del protagonismo di amministratori locali i quali, non osservando i limiti di legge ai loro poteri – in particolare, di sancire misure più restrittive di quelle nazionali solo per «specifiche  situazioni sopravvenute di aggravamento del rischio sanitario» – hanno continuato ad alzare l’asticella delle restrizioni a libertà e diritti: dal “tassametro sul carrello” del supermarket, alla puntuale fissazione degli importi della spesa, alla sanzione della “quarantena” anche a non infetti, al divieto consegne a domicilio ecc., fino ad arrivare alla ipotesi di chiusura dei confini regionali, in spregio alla norma costituzionale (art. 120, c. 1) in base a cui la regione non può ostacolare «la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni».

E le forze dell’ordine si sono adeguate allo stile da “sceriffo” degli amministratori locali, facendo perquisizioni nelle buste della spesa per verificare la necessità degli acquisti o, al contrario, irrogando multe senza nemmeno considerare la necessità dello spostamento. Allo Stato di polizia hanno pure contribuito quei Tar che, anziché stroncare iniziative “sceriffesche”, frutto di incursioni di presidenti di regione e sindaci in ambiti non di loro pertinenza, ne hanno spesso confermato le ordinanze in sede di azione giurisdizionale da parte di cittadini (talora con una sorta di copia-incolla di decisioni precedenti, anche a fronte di un quadro normativo mutato dopo il d.l. n. 19/2020).

Lo Stato di polizia è pure l’effetto di un Governo che ha drammaticamente abdicato non solo al ruolo di cui è investito per la gestione dell’emergenza sanitaria ma anche alla tutela dello Stato di diritto, rinunciando a impugnare ordinanze regionali (o ad annullare ordinanze sindacali) emesse – come detto – in violazione della legge. Eppure, il Governo era partito lancia in resta con l’impugnativa al TAR dell’ordinanza delle Marche che a fine febbraio aveva chiuso le scuole della regione. Parimenti apprezzabile era stato l’annullamento dell’ordinanza del sindaco di Messina, che prevedeva apposite autorizzazioni e altro per poter attraversare lo Stretto.

Lo Stato ha abdicato anche ai poteri di cui dispone per espressa previsione costituzionale. A questo riguardo, è utile un inciso, dedicato a chi dice che sarebbe servita la “clausola di supremazia” prevista dalla riforma costituzionale del 2016, bocciata con referendum, poiché tramite essa lo Stato sarebbe potuto «intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva», a «tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero …dell’interesse nazionale».

Ebbene, a fronte dell’emergenza sanitaria, lo Stato “comanda” anche a Costituzione vigente: ha legislazione esclusiva in tema di «profilassi internazionale» (art. 117, lett. q, Cost.), nonché di «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni …su tutto il territorio nazionale», tra cui rientra la «predisposizione di sistemi di risposta a emergenze di origine infettiva» (art. 117, lett. m, Cost.), per non dire delle materie inerenti a «ordine pubblico e sicurezza» (art. 117, lett. h, Cost.).

Inoltre, il Governo (art. 120, c. 2, Cost.) potrebbe sostituirsi a Regioni e Comuni «nel caso di mancato rispetto di norme (…) oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali». Il Governo finora ha rinunciato anche a questo potere sostitutivo, nonostante ne ricorressero gli estremi.

Infine, lo Stato di polizia si è radicato pure mediante il terrorismo psicologico fatto sulla gente, come dimostrano le immagini televisive degli inseguimenti “polizieschi” da cui si sono prese le mosse: a volte è sembrato che tale terrorismo fosse anche volto a sviare l’attenzione della gente stessa dall’assenza di una strategia per affrontare la fase 1, prima, la fase 2, adesso. Se, anziché spiegare i motivi per cui le regole (distanziamento, dispositivi di protezione e altro) vanno rispettate, si ricorre a certi metodi che trattano i cittadini come sudditi o minus habens, allora lo stato di emergenza diventa stato di Polizia e travolge lo Stato di diritto. Una foto rende più chiaro il concetto: 

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