Oggi sul Sole trovate un’interessante inchiesta, a firma di Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci, in cui vi sono numerose evidenze aneddotiche di quello che tutti o quasi sapevano, da subito: il cosiddetto decreto dignità è destinato semplicemente ad aumentare il turnover dei contratti a tempo determinato. Ovviamente, il “quasi” è riferito agli scienziati che hanno fortemente voluto una simile idiozia.

Su lavoce.info, un interessante articolo di Chiara Giannetto e Mario Lorenzo Janniri cerca di identificare tutte le criticità attuali dei centri per l’impiego. L’argomento, se leggete questi pixel con regolarità, non vi sarà inedito, visto che di esso ha scritto assai estensivamente il nostro Luigi Oliveri. Io invece vorrei rilevare e ribadire un punto ed uno solo. Quello sui cui casca l’asino della propaganda.

Devo confessare che si fatica molto a tenere il passo della girandola di annunci che i partiti di governo lanciano su base giornaliera e spesso oraria, dopo aver scoperto il grande potenziale di rimbecillimento delle masse dato dai social network e da talk televisivi sempre più beceri. E così, tra dirette Facebook, proclami Twitter e foto Instagram, il rischio è quello di perdere il contatto con la realtà e di andare incontro ad un rischio di burnout simile a quello che coglierà i nostri eroi.

Ieri è uscito un imprescindibile documento, elaborato dagli uffici del ministro per le Politiche europee, Paolo Savona, destinato a fornire una pluralità di spunti di riflessione sulle riforme della governance europea. Anzi. della politeia, come tiene a rimarcare il ministro, perché governance è troppo tecnocratico ed aziendalistico, mentre politeia indica qualcosa di ben più elevato e complesso, nella categoria del bene comune. Tutto ciò premesso, vediamo i punti qualificanti per mutare l’architettura istituzionale dell’eurozona, almeno secondo Savona.

L’innovazione dei prodotti di Borsa è più veloce dell’adeguamento delle leggi e dei controlli delle Banche centrali

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Dieci anni dopo il collasso di Lehman Brothers, resta la domanda: potrebbe ripetersi? La risposta è piuttosto scontata, ed è affermativa. A livello macro, questi dieci anni hanno visto una impetuosa crescita del debito privato, in molti paesi superiore a quella del Pil, ed il parallelo sviluppo degli attivi finanziari. Poi l’innovazione tecnologica nel trading, che non di rado ha concorso a frammentare gli scambi, portandoli fuori dalle borse. Sullo sfondo, resta la creazione di nuovi prodotti finanziari o l’evoluzione di quelli esistenti, anche con finalità di aggiramento delle regole.

di Vitalba Azzollini

I governanti italiani mostrano spesso una incontenibile propensione a reputare che la realtà si conformi spontaneamente ai loro “desiderata” (tecnicamente: gli obiettivi perseguiti attraverso i loro atti normativi).  Non a caso, lasciano sostanzialmente inapplicata la disciplina in tema di analisi di impatto, convinti che l’intento ispiratore di un provvedimento basti a sancirne l’indiscutibile successo. E pure l’esecutivo del “cambiamento” non cambia tale vizio, pretendendo di ottenere risultati che, già a una primo esame sommario, appaiono ardui da conseguire: il riferimento, in questo caso, è alla misura che prevede dieci anni a zero tasse per i pensionati italiani o stranieri che trasferiscano la residenza fiscale in Sicilia, Sardegna o Calabria, prime tre regioni pilota, e ci vivano almeno sei mesi e un giorno all’anno.