Questa settimana, con Gianluca Codagnone, proviamo a tratteggiare qualche scenario, più o meno macro, sulle conseguenze che il coronavirus potrebbe avere su mercati finanziari, sulla destabilizzazione (disruption, come dicono quelli bravi) delle catene del valore e più in generale sull’innesco di un processo duraturo di deglobalizzazione. In pratica, il coronavirus come prosecuzione con altri mezzi degli effetti del protezionismo.

Qualche giorno addietro, sul Corriere, è stato pubblicato un commento di Ignazio Angeloni, economista italiano già membro del Single Resolution Board della Bce, che va controcorrente rispetto al senso comune: allungare la durata media dello stock di debito pubblico, per l’Italia, è controproducente e dannoso per le generazioni future di contribuenti.

  • L’Italia si appresta ad entrare in una recessione globale “more solito”: con un grottesco teatrino diversivo ad uso domestico che occulta (si fa per dire) l’epocale fallimento della politica economica del paese;
  • Proiettili d’argento eppure arrugginiti: l’ossimorica ordinaria emergenza per realizzare i leggendari “investimenti”. Cose già sentite alcune bad company addietro;
  • Dopo l’amichevole assalto di Intesa Sanpaolo a Ubi, qualche analisi di scenario per ingannare il tempo in attesa della recessione, mentre si narra che la preda potrebbe cercare di sfuggire suicidandosi;
  • Le banche pubbliche cinesi sottoscrivono bond a tasso stracciato per sostenere le aziende travolte dal coronavirus. Di quanto aumenteranno e dove finiranno le sofferenze?
  • Best practice all’italiana (ma volete mettere l’iperglicemica retorica su Costituzione e “la salute prima dell’economia”?)

Per l’attualità della settimana, la prossima nazionalizzazione di Ilva, che infinite perdite addurrà agli italici, senza risolvere alcunché; il caso del Giappone, che aumenta l’Iva con lo zuccherino del cashback e fa crollare il Pil; il boom di cassa integrazione italiana, che ormai sostiene le statistiche di occupazione e il “negoziato” sul salario minimo orario, che a 9 euro potrebbe spingere nel sommerso molte imprese, anziché alzare la produttività, come invece qualcuno vaneggia; i miracolosi dati Anpal sui percettori del reddito di cittadinanza che hanno trovato lavoro.

In Cina, su impulso della banca centrale, i tassi sui finanziamenti continuano a scendere, nel tentativo di puntellare l’economia in attesa che l’incubo coronavirus giunga alla sua fisiologica esaustione. Ma il sostegno monetario alle aziende cinesi si attua anche attraverso una gigantesca rinegoziazione dei debiti, che se è fisiologica quando i tassi scendono, rischia comunque di produrre nuove montagne di sofferenze bancarie che il sistema, cioè lo stato, dovrà ripulire.

Dopo i pessimi dati del Pil giapponese del quarto trimestre 2019, causati ancora una volta da un improvvido rialzo dell’imposta sui consumi, e malgrado un sistema di cashback simile a quello che molti vorrebbero introdurre da noi per indorare la pillola di aumenti Iva, si dà per scontato che il paese del Sol Levante entrerà in recessione questo trimestre, anche per gli effetti della gelata prodotta da guerre commerciali e coronavirus.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

Ella ha capito quanti beneficiari hanno trovato un lavoro per effetto delle attività connesse alla percezione del Reddito di cittadinanza? Questi pixel confessano di non esserci riusciti. Il dato diffuso dal monitoraggio Anpal pare fotografi una situazione di fatto, 40.000 beneficiari che lavorano, rispetto alla quale isolare esattamente coloro che abbiano trovato lavoro grazie al RdC non è semplice.