Il Fondo Monetario Internazionale suona l’allarme per le condizioni di stress di debito in cui versano numerosi paesi dell’Africa sub-sahariana. Negli ultimi anni, complice sia la precedente fase di boom dei prezzi delle materie prime sia la fame di rendimenti da parte degli investitori internazionali, molti paesi africani hanno considerevolmente aumentato il proprio debito. Al venir meno delle condizioni favorevoli, il rischio default è schizzato.

Dietro lo scoop di Luciano Capone, che ha scoperto pesanti modifiche (editing, per chi sa l’inglese e lavora nella comunicazione politica in un paese di gonzi senza speranza) tra i punti programmatici votati sulla piattaforma Rousseau del M5S e la versione online il 7 marzo, non c’è solo un verosimile maldestro tentativo di ammorbidire i toni e mostrarsi rassicuranti, istituzionali e governativi. C’è soprattutto l’inesorabile azione della realtà, la stessa che sta impedendo la formazione di un governo.

di Vitalba Azzollini

L’ambigua natura della Rai – concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, quindi destinataria del relativo canone, e al contempo soggetto operante in concorrenza – non manca di creare problemi, se non addirittura danni. Da ultimo, ne forniscono conferma le considerazioni svolte dall’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) circa il contratto fra la Rai e Fabio Fazio.

Nei giorni scorsi, sul sito economiaepolitica.it (che poi sarebbe una sorta di lavoce.info de sinistra, con venature sovraniste) è stato pubblicato un interessante contributo che scompone il debito pubblico italiano negli elementi costitutivi, e ne indaga l’evoluzione temporale. Tutto molto pregevole ed informativo, se non fosse per le conclusioni, che sono piuttosto singolari, in termini di prescrizioni per ridurre lo stock di debito. Prescrizioni che, come sapete, sono ormai lo sport nazionale, in attesa della realtà.

Lo scorso 11 aprile, sul Sole, è comparso un editoriale di Tancredi Bianchi (classe 1925, professore emerito della Bocconi, storico decano dei docenti di economia delle aziende di credito) e Marina Brogi, ordinario di International Banking and Capital Markets alla Sapienza. In esso, si suggerisce al Tesoro italiano l’ennesima levata d’ingegno per ridurre il rapporto debito-Pil. Il risultato è sconsolante per l’ampiezza degli errori finanziari, logici e politici contenuti nella proposta.

“Il pacco” è il libro di Sergio Rizzo che, sul filo della cronaca di questi anni, oltre che delle risultanze delle audizioni della commissione parlamentare d’indagine, analizza la cause alla radice dei dissesti che hanno colpito alcuni istituti bancari italiani e scosso dalle fondamenta il nostro disgraziato paese. Ampie parti del nostro sistema bancario, così come il paese, erano attese all’appuntamento col destino: un evento esterno traumatico, che si abbatte con estrema violenza su un edificio già minato dalle fondamenta da conflitti d’interesse ubiqui ed asfissianti, che a loro volta richiedono connivenze, reti relazionali che si trasformano in potenti ricatti incrociati ed un processo di selezione del capitale umano che richiede acquiescenza come prima e spesso unica skill.

Sotto la spinta del presidente francese Emmanuel Macron, che ne aveva fatto uno dei punti qualificanti della sua piattaforma elettorale, si è ormai prossimi a modificare la norma europea sui cosiddetti lavoratori distaccati (posted workers), dopo l’accordo tra una maggioranza di governi ed il parlamento europeo. Proteste dei paesi dell’Est che beneficiano della direttiva, in particolare della Polonia, a cui giunge il messaggio che una comunità di stati si regge sul compromesso e non sulla estrazione unilaterale di benefici. Ottima occasione per fare il punto su come declinare le spinte nazionalistiche in un contesto cooperativo sovranazionale.

In questi giorni il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, è fieramente impegnato a battagliare su Twitter con tutti quelli che esprimono scetticismo per l’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti nel capitale di Tim (già Telecom Italia). Quello che sin qui sappiamo, è che non si tratta di una battaglia a difesa dell’italianità; come molto opportunamente ha twittato il ministro “ma perché, gli italiani la Telecom l’avevano gestita meglio?”. Non ci piove.