Aggiornamento su uno degli innumerevoli bubboni italiani. Pare che, con la determinante acquiescenza del Partito democratico, al premier Giuseppe Conte sia apparso un semaforo verde che lo autorizza a dichiarare insufficiente la controproposta negoziale di Autostrade per l’Italia (ASPI), che peraltro ricalcava le richieste governative iniziali, e a procedere con la revoca della concessione. Vediamo ora cosa attende i contribuenti italiani, e come siamo arrivati a nutrire amorevolmente, per lustri, questo bubbone tipico Made in Italy.

di Vitalba Azzollini

La proroga dello stato di emergenza prelude a un nuovo periodo di compressione dei diritti mediante Dpcm, come nei mesi scorsi? Dipenderà da Governo e Parlamento. Infatti, il potere del Presidente del Consiglio di incidere su diritti e libertà delle persone non deriva dalla dichiarazione formale dello stato di emergenza del 31 gennaio scorso, ma gli è stato attribuito dal Governo con la “complicità” del Parlamento. E potrebbe accadere ancora. Dunque, al di là dell’eventuale proroga, il rischio è questo.

  • Bonus a la playa: ennesima mancetta priva di analisi costi-benefici, servirà a poco e a pochi. In Italia, programmare razionalmente politiche pubbliche resta un’illusione;
  • L’Antitrust italiano salta di livello ed ora si dedica a indagare dumping e concorrenza sleale tra paesi europei. Sempre e comunque a danno dell’Italia, ovviamente;
  • Il miraggio della resilienza, la realtà di sussidi indiscriminati che sclerotizzano il mercato del lavoro, soprattutto in paesi come il nostro;

Oggi sul Corriere c’è un editoriale di Paolo Mieli che già dal titolo apre il cuore alla speranza. La speranza che un numero crescente di italiani, magari sotto la “guida illuminata” di qualche editorialista, apra gli occhi davanti alla situazione psichedelica e kafkiana in cui il nostro paese è immerso. Si tratta di una speranza vana e vacua, perché semplicemente non esistono le condizioni culturali, ma almeno leggere analisi che dal retroscenismo onanistico da buca delle lettere e buco della serratura virano sulla psicologia e presto anche sulla psicopatologia di un paese fallito, mi è di (blando) conforto.

C’è un topos assai caro alla politica, in questo paese, da molto tempo. È quello della “Banca del Mezzogiorno” la cui missione deve essere quella di aiutare le imprese localizzate là dove le condizioni sono meno favorevoli, per non dire palesemente ostili. È un tema che ricorre da svariati decenni. L’ultimo, anzi il penultimo, tentativo di rivitalizzare una banca siffatta fu di Giulio Tremonti, con la legge 191/2009. Sappiamo come finì: ibernazione del neonato istituto, acquisito prima da Poste e poi dal Mediocredito Centrale, di cui oggi è la seconda “anima”, su controllo di Invitalia.

Il miraggio della resilienza, la realtà di sussidi indiscriminati che sclerotizzano il mercato del lavoro, soprattutto in alcuni paesi.

L’Ocse ha pubblicato il proprio Employment Outlook 2020, che mostra l’impatto del Covid come la peggiore crisi occupazionale dai tempi della Grande Depressione. Il rischio, ormai noto, è quello di produrre drammatici aumenti di diseguaglianza ed un forte aumento della povertà, con effetti destinati a durare negli anni a venire, soprattutto se la pandemia non dovesse essere sconfitta in tempi ragionevoli, oltre a contribuire a produrre mutamenti del mercato del lavoro difficilmente reversibili. Che fare?

Questa settimana ci occupiamo dell’audizione del presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Antitrust), Roberto Rustichelli, in Commissione Politiche europee della Camera. Dove si è ripetuta una circostanza singolare: presidenti di autorità di regolazione che svolazzano liberamente su temi che non appaiono strettamente attinenti al loro ruolo ed alle loro funzioni. Per permettervi di comprendere meglio ciò che scrivo e vedrete nel video, qui sotto trovate il testo dell’intervento, dove ho evidenziato i passaggi più “interessanti”.