Su lavoce.info il professor Massimo Bordignon illustra in modo divulgativo la proposta di riforma delle norme fiscali dell’Eurozona elaborata dallo European Fiscal Board (EFB), organismo consultivo della Commissione Ue istituito nel 2016 e di cui Bordignon è componente. Obiettivo è quello di maggiore semplicità e intelligibilità delle regole fiscali. Proviamo ad analizzare e commentare i punti qualificanti per verificare se rispondono all’obiettivo.

Quelli tra voi che usano come esclusiva fonte di informazione la stampa domestica, tra teatrini televisivi e buche delle lettere partitiche su carta stampata, negli ultimi giorni devono aver tratto motivo di conforto e di rinnovato orgoglio nazionalistico. Si narra infatti, di qua delle Alpi, di una Germania messa all’angolo anche in sedi europee, che ora “deve spendere, e poche storie”, e di un’Italia che praticamente ha preso per mano l’Europa e la sta conducendo verso le praterie del deficit “a fin di bene”, quello che toglie i peccati ordoliberisti dal mondo.

  • Come in una bella fiaba, dall’Italia liberata dal giogo populista giunge l’uomo che risolverà i più spinosi problemi della Ue. Interloquite numerosi;
  • Di Carta (costituzionale), treccartari ed ingegneria finanziaria per disperati tossici da deficit;
  • E poi c’era la marmotta che incartava aziende pubbliche per consegnarle alla Cassa Depositi e Prestiti e ridurre il debito
  • Il lavoro italiano nel secondo trimestre 2019: più occupati ma meno ore lavorate, mentre il part-time (involontario) dilaga. Festeggiate voi, che a me vien da ridere;
  • C’è euforia, in Italia: finalmente arriva la flessibilità europea, dicono. Quella che non abbiamo avuto sinora?
  • Ragazzi, continuate a non studiare e, se sarete fortunati, potrete arrivare alla Farnesina;
  • Con Alitalia, tutti veggenti;
  • Da biodegradabile a degrado, il passo è breve;
  • Scorporate, scorporate, qualcosa resterà: il debito;
  • L’importante è lanciare slogan, alla fine;

Poche cose in Italia tendono a ricorrere come l’idea di spostare in capo alla Cassa Depositi e Prestiti le quote residue di partecipazione del Tesoro nelle controllate pubbliche. Sono ormai anni che se ne parla, un po’ come si parla degli asili nido, puntualmente tornati all’onore delle cronache nel discorso programmatico del bis-premier Giuseppe Conte. Ma quest’anno l’urgenza è decisamente maggiore.

Era fatale: un minuto dopo il giuramento dell’esecutivo demostellato, e ben prima del voto di fiducia alle camere, è partita la girandola di dichiarazioni pre-programmatiche su cosa spendere, e come (non) finanziarlo. Per la maggior parte dei casi si tratta di velleità molto manieristiche, con ostensione della “costituzione più bella del mondo”, che da decenni viene letta da moltissimi come un’unica, ossessiva incitazione a fare spesa pubblica e deficit. Ma oggi pare emergere anche un’altra trovata, decisamente più metafisica, pur se non inedita: il tesoretto dello spread calante.

  • Proviamo ad ipotizzare che governo sarà l’esecutivo M5S-Pd, che appare dotato di forte impronta benecomunista, partendo dalla manovra fiscale;
  • Siamo italiani: estroversi, loquaci, un filo creduli e sempre alla disinteressata ricerca di amici;
  • Austerità, nel paese delle derivate seconde, è il mancato aumento del deficit di bilancio per prendere a calci la lattina del deficit fatto l’anno prima;
  • Un altro mondo era possibile, per Argentina e Fondo Monetario Internazionale? Piccolo ed inutile esercizio del giorno dopo;
  • Ragazzi, non studiate storia, economia, geografia né lingue straniere: con un po’ di necessaria fortuna, un giorno potrete diventare ministri degli Esteri;
  • Mai stati in guerra con l’Estasia a Bibbiano;
  • Appunti per il prossimo spoils system in Rai: verifica delle conoscenze computazionali dei giornalisti. Suona troppo impegnativo?

Visto che il mondo sovrabbonda di esperti del giorno dopo, quelli che spiegano cosa è andato storto e cosa si sarebbe dovuto fare per raggiungere il lieto fine, proviamo ad analizzare gli errori (di Mauricio Macri prima e del Fondo Monetario Internazionale poi) che hanno condotto al nuovo default sul debito dell’Argentina. Ma soprattutto proviamo a rispondere alla domanda ormai ricorrente: c’era un modo diverso di ballare il tango, per il governo di Buenos Aires ed il Fondo di Washington?