La Federal Reserve ha annunciato ieri altre misure di emergenza per sostenere l’economia statunitense attraverso l’aiuto alle imprese, colpite (come quelle del resto del mondo) da un collasso di attività destinato ad azzerare di fatto i ricavi. L’angosciosa domanda che ci si pone è: quanto può resistere il sistema delle imprese alla evaporazione dei ricavi, in assenza di sostegno pubblico? Per ora, la Fed sta facendo il suo.

È molto difficile scrivere in un momento in cui la devastazione prodotta dalla pandemia e quella sui mercati finanziari ci ricordano che niente sarà più come prima, come si è detto nel passato di fronte a casi assai meno gravi dell’attuale. Questa è una rottura di paradigma e della storia, con la maiuscola e la minuscola, come preferite. Analizzarla e tentare di prevederne gli esiti è al contempo futile e necessario.

Solo qualche commento in ordine sparso sulla “comunicazione” di ieri della presidente della Bce, Christine Lagarde, al termine del meeting della Bce. La frase “non siamo qui per chiudere gli spread” ha causato una sorta di run al Btp, innestatasi su un contesto globale già con nervi eufemisticamente a fior di pelle, ripetutamente colpito da shock quali il coronavirus, la guerra petrolifera tra sauditi e russi, le decisioni cervellotiche di Donald Trump.

Oggi l’Arabia Saudita ha confermato che dal prossimo mese rifornirà il mercato con 12,3 milioni di barili di greggio al giorno, ufficializzando la guerra dei prezzi in reazione alla decisione di Mosca di non accordarsi su un taglio della produzione per sostenere le quotazioni. Questa iniziativa, che fa collassare il supercartello OPEC-Russia noto come OPEC+ ma anche la stessa OPEC, di fatto mette nel mirino i produttori americani di shale oil, è derivato in larga misura il crollo dei mercati finanziari globali nella giornata di ieri.

Oggi (domenica) le borse del Golfo sono colpite da fortissimi ribassi. Non è il timore per la pandemia di coronavirus (almeno, non è la motivazione diretta ma certamente quella indotta), bensì la resa dei conti tra Arabia Saudita e Russia, che minaccia di far crollare il prezzo del greggio. E per il mondo non sarebbe una buona notizia: soprattutto ora, anche se in molti penserete il contrario.

Questa settimana, con Gianluca Codagnone, proviamo a tratteggiare qualche scenario, più o meno macro, sulle conseguenze che il coronavirus potrebbe avere su mercati finanziari, sulla destabilizzazione (disruption, come dicono quelli bravi) delle catene del valore e più in generale sull’innesco di un processo duraturo di deglobalizzazione. In pratica, il coronavirus come prosecuzione con altri mezzi degli effetti del protezionismo.

Qualche giorno addietro, sul Corriere, è stato pubblicato un commento di Ignazio Angeloni, economista italiano già membro del Single Resolution Board della Bce, che va controcorrente rispetto al senso comune: allungare la durata media dello stock di debito pubblico, per l’Italia, è controproducente e dannoso per le generazioni future di contribuenti.

In Cina, su impulso della banca centrale, i tassi sui finanziamenti continuano a scendere, nel tentativo di puntellare l’economia in attesa che l’incubo coronavirus giunga alla sua fisiologica esaustione. Ma il sostegno monetario alle aziende cinesi si attua anche attraverso una gigantesca rinegoziazione dei debiti, che se è fisiologica quando i tassi scendono, rischia comunque di produrre nuove montagne di sofferenze bancarie che il sistema, cioè lo stato, dovrà ripulire.

Ieri, sul Sole, è apparso un editoriale dell’economista Innocenzo Cipolletta, uomo che ha solcato decenni di vita pubblica italiana in vari ruoli, da direttore generale di Confindustria a presidente di FS e che tuttora ha una discreta collezione di gettoni di presenza in vari consigli di amministrazione, tra pubblico e privato. Già il titolo è inquietante: “Una manovra alla Ciampi con tassa anti deficit“. Lo svolgimento è pure peggio.