In Italia abbiamo una certezza: ogni legislatura ha il suo tentativo di produrre una nuova legge elettorale, costruita in modo sartoriale per premiare la coalizione pro tempore al governo, o più spesso per penalizzare l’opposizione, e destinata ad essere affondata dal voto degli elettori. La legge elettorale spesso è la matrice che deve produrre governi stabilissimi ed in grado di distillare le pozioni miracolose che porteranno alla rinascita economica. Tali pozioni tendono ad essere differenziate per schieramenti, tra destra e sinistra, ma entrambe fanno leva sul feticcio del moltiplicatore keynesiano.

L’anno è appena iniziato ma il vibrante think tank dei nostri esperti da quotidiano macina nuove meravigliose idee per fondere proiettili d’argento e paletti di frassino e riportare il nostro paese agli antichi splendori. E così, dopo il concorso a premi di Marco Fortis sulla raccolta di avanzi primari, oggi tocca analizzare una proposta non meno suggestiva elaborata, sempre sulle colonne del Foglio, da Massimo Mucchetti.

Dopo l’ultimo (in ordine cronologico) episodio di misselling, cioè di vendita di titoli non idonei al profilo di rischio ed alle conoscenze del risparmiatore (il caso della Popolare Bari), e dopo la comparsa della figura mediatica della risparmiatrice truffata a sua insaputa e che tuttavia ha scordato di applicare il buonsenso e di non mettere tutte o quasi le uova nello stesso paniere, si moltiplica l’invocazione alla taumaturgica “educazione finanziaria”. Siamo sicuri che la soluzione sia davvero questa? Non fraintendetemi: io sono del tutto favorevole alla promozione dell’educazione finanziaria.

Per tentare di dare la misura di quello che continua ad accadere nelle nostre banche, riguardo alla cosiddetta profilazione dei clienti, cioè della loro classificazione a fini della tolleranza al rischio degli investimenti, dopo aver appurato il loro grado di educazione finanziaria (certo, certo), tutto quello che dovete leggere è un pezzo di Gianluca Paolucci (sempre sia lodato), su La Stampa di oggi.

Dopo la controversa decisione della DG Comp Ue, guidata da Margrethe Vestager, di considerare operazione a condizioni di mercato la ricapitalizzazione della banca tedesca NordLB per mano dei suoi azionisti (pubblici), in Italia qualcuno pare aver maturato il convincimento di disporre di un ricco bonus da spendere, prelevandolo direttamente dalle tasche dei contribuenti tricolori. Ancora una volta, l’epicentro è a Siena ma le scosse arriveranno anche da Bari.

Ieri si è tenuta l’assemblea di Assofondipensione, a cui era invitato anche il sottosegretario all’Economia, Pierpaolo Baretta. Ora, io non so chi, quando e come abbia sollevato il tema ma pare saremo costretti, nell’infinita via crucis italiana nel delirio, a discutere anche di una cosa chiamata “garanzia pubblica negli investimenti dei fondi pensione”.

Era fatale: un minuto dopo il giuramento dell’esecutivo demostellato, e ben prima del voto di fiducia alle camere, è partita la girandola di dichiarazioni pre-programmatiche su cosa spendere, e come (non) finanziarlo. Per la maggior parte dei casi si tratta di velleità molto manieristiche, con ostensione della “costituzione più bella del mondo”, che da decenni viene letta da moltissimi come un’unica, ossessiva incitazione a fare spesa pubblica e deficit. Ma oggi pare emergere anche un’altra trovata, decisamente più metafisica, pur se non inedita: il tesoretto dello spread calante.