Nei derivati sulle materie prime è chiaro chi è il venditore naturale. Con le criptovalute invece no

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Per il bitcoin, l’inizio delle contrattazioni su due borse futures statunitensi dovrebbe segnare un momento di maturità, l’ingresso ufficiale nel novero degli strumenti finanziari scambiati su mercati regolamentati. In astratto, si potrebbe ritenere che la quotazione su mercati a termine rappresenti anche uno stabilizzatore delle quotazioni della criptovaluta, che negli ultimi mesi hanno conosciuto un andamento esplosivo che raffigura plasticamente un momento di isteria collettiva.

Nella legge di Bilancio 2018 è prevista l’inclusione degli investimenti immobiliari nei Pir (piani individuali di risparmio), la ormai nota esenzione fiscale centrata su investimenti almeno quinquennali in imprese italiane (per 30 mila euro annui, fino ad un massimo di 150 mila). Oggi sul Corriere trovate la perplessità di un addetto ai lavori su questo inserimento.

Immaginate di avere un portafoglio titoli in cui un singolo investimento arrivi a pesare un terzo. Sareste a vostro agio, con un assetto del genere, oppure vi verrebbe fatto di pensare che forse si tratta di un portafoglio squilibrato, anche se questo maxi investimento sta al momento andando bene? E che vi aspettate possa dirvi il vostro consulente di risparmio, spesso un bancario alle prese con l’angustia di fare il suo budget, e piazzarvi prodotti di risparmio carissimi e poco trasparenti? In astratto, dovrebbe dirvi che un portafoglio del genere è troppo squilibrato, che serve diversificazione, non mettere tutte le uova nello stesso paniere.

Oggi la Stampa in apertura di giornale si è meritoriamente dedicata non al solito chiacchiericcio romano ma a qualcosa di ben più tangibile: i guai finanziari del sistema cooperativo italiano. E lo ha fatto per mano di un suo bravissimo giornalista, Gianluca Paolucci, protagonista settimane addietro di una invasiva perquisizione ordinata dalla magistratura su denuncia di Unipol per presunta violazione del segreto istruttorio, e terminata con le scuse del procuratore capo di Torino, Armando Spataro. Questa volta Paolucci si dedica ad un tema complesso, ma fondamentale: la valutazione del capitale azionario nell’ambito di quello che è a tutti gli effetti un sistema di scatole cinesi.

Oggi sul Sole trovate un’inchiesta di Morya Longo su un tema che da anni arruffa le penne del dibattito politico sulla finanza pubblica italiana: quanto ci sono costati i “famigerati” derivati accesi nel corso degli anni dal Tesoro, con l’obiettivo dichiarato e comune anche agli altri paesi di ridurre dinamicamente il costo del debito pubblico? Longo ha usato la comparazione omogenea sulla base dati Eurostat, ed il risultato è effettivamente desolante.

La giornata di ieri, sui mercati finanziari, è stata anomala, sotto molti aspetti. Gli attivi italiani martellati, a partire dai Btp, con spread sul Bund in allargamento di una decina di punti base; questo è il tradizionale veicolo di contagio che si estende in tempo reale alle quotazioni delle banche, stante il legame banco-sovrano che continua a piagare il nostro paese. Ma ieri i volumi sui mercati erano pressoché natalizi, per il contemporaneo bank holiday sulle due maggiori piazze finanziarie mondiali, Londra e New York.

Sul Sole di ieri è comparso una tabella riepilogativa dell’offerta “pre-impacchettata” di Piani individuali di risparmio da parte di banche e reti. Come noto, i Pir offrono la possibilità di godere di esenzione fiscale investendo per un quinquennio in azioni e debito di piccole e medie imprese italiane. I dati confermano i timori qui espressi, tempo addietro: un crescente rischio di predazione da parte degli intermediari ma anche e soprattutto un effetto liquidità che pone le basi per una bolla speculativa.