Mi sarei volentieri risparmiato di commentare l’esito del referendum consultivo sulla messa a gara del trasporto pubblico locale in area urbana a Roma. Si tratta di uno di quei temi ormai stucchevoli, per logoramento, e dove si realizzano polarizzazioni immediate, con conseguente frastuono. Però alcune riflessioni ve le infliggo comunque.

Dopo la stroncatura delle stime di crescita italiana da parte della Commissione Ue e la dura reazione del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, siamo giunti con grande puntualità alle “analisi” che cercano di confutare l’approccio di Bruxelles. Più che altro, si tratta di una forma di fact checking alla vaccinara, compiuta in alcuni casi da giornalisti che hanno una assai scarsa dimestichezza con la logica, prima che con i numeri e le metodologie di previsione.

In caso vi fosse sfuggito, ieri il vice premier e bisministro Luigi Di Maio ha illustrato le linee guida della riforma dei centri per l’impiego e del reddito di cittadinanza. Più o meno tutto come da attese, spunti comici inclusi. Resta da capire dove finisca l’ignoranza specifica sul funzionamento del mercato del lavoro e dove inizi la furbizia politica della ricerca della forma definitiva del voto di scambio.

Dal 1975 esiste l’EITC: è un assegno calibrato a beneficio dei lavoratori a reddito medio e basso, in particolare quelli con figli

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Mentre in Italia si dibatte su un improbabile reddito di cittadinanza che, ove mai vedesse la luce, finirà ad essere un sussidio di fatto incondizionato ed un disincentivo all’offerta di lavoro, ci sono paesi che da molto tempo hanno cercato di supportare i cosiddetti working poor, chi lavora ma percepisce un reddito talmente basso da esporre al rischio povertà.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

quando si parla di proporre ai destinatari del reddito di cittadinanza tre “offerte di lavoro” congrue, il cui ingiustificato rifiuto implica la perdita del sussidio, esattamente cosa si intende? In questi giorni, il tema è particolarmente incentrato sulla questione relativa a “chi” avrà il compito di proporre le opportunità di lavoro. Secondo il Governo, la competenza sarà dei centri per l’impiego, che per questa ragione dovranno essere rinforzati (e, per far funzionare davvero il sistema, non poco).

di Vitalba Azzollini

I governanti italiani mostrano spesso una incontenibile propensione a reputare che la realtà si conformi spontaneamente ai loro “desiderata” (tecnicamente: gli obiettivi perseguiti attraverso i loro atti normativi).  Non a caso, lasciano sostanzialmente inapplicata la disciplina in tema di analisi di impatto, convinti che l’intento ispiratore di un provvedimento basti a sancirne l’indiscutibile successo. E pure l’esecutivo del “cambiamento” non cambia tale vizio, pretendendo di ottenere risultati che, già a una primo esame sommario, appaiono ardui da conseguire: il riferimento, in questo caso, è alla misura che prevede dieci anni a zero tasse per i pensionati italiani o stranieri che trasferiscano la residenza fiscale in Sicilia, Sardegna o Calabria, prime tre regioni pilota, e ci vivano almeno sei mesi e un giorno all’anno.

Nei giorni scorsi, sul sito di analisi e proposte di politica economica di sinistra con venature sovraniste “Economiaepolitica“, è stata pubblicata una proposta di “riordino” delle spese sociali previdenziali, assistenziali e di stimolo fiscale esistenti, finalizzato al finanziamento di un reddito di cosiddetta cittadinanza, costante e permanente, che l’autore della proposta qualifica (bontà sua) “condizionato”, pur senza mai sporcarsi le mani con declinazione operativa di tale condizionalità.

Sul Sole di oggi trovate un’intervista al sottosegretario al Mise, Michele Geraci, in cui viene meglio precisata (si fa per dire) la tesi che Luigi Di Maio da qualche tempo reitera: e cioè che, sui dazi, alla fine qualcosa si potrebbe anche fare e portare a casa un miglioramento delle nostre condizioni. E bisogna confessare che Geraci mantiene le promesse, nel senso che è perfettamente omogeneo con le meravigliose idee di questa maggioranza.

di Vitalba Azzollini

Il governo “del cambiamento” non si è finora segnalato per produttività in termini di proposte normative sui temi oggetto del “contratto di programma”, a meno di non considerare le quotidiane dichiarazioni rese dai contraenti quali fonti del diritto (così come le slide al tempo del governo Renzi). In attesa di testi di regolazione – e con la chiara consapevolezza dei gravi problemi all’orizzonte – poteva comunque essere positivamente valutata l’intenzione del ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Alberto Bonisoli, di non confermare il cosiddetto bonus diciottenni.