di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

che il Reddito di Cittadinanza sia frutto di una rilevante confusione tra politiche sociali e politiche del lavoro è stato già rilevato. Resta ancora difficile capire concretamente in cosa consista, al di là dell’attribuzione ai destinatari della tessera prepagata, per fare fronte ad alcune spese quotidiane.

Della serie “Italia, dove nuove meravigliose idee prendono forma”, a conferma che siamo l’avanguardia mondiale dell’autoinganno, oggi su Repubblica viene rilanciata una variante delle ricorrenti ideuzze della nostra sinistra col pallottoliere, lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti”. Lo so, ne avete le tasche piene e pure io, ma qui vorrei solo richiamare la vostra attenzione su quello che accade quando l’ideologia occulta l’evidenza della realtà.

Una delle maggiori disfunzionalità della grande operazione di voto di scambio nota come reddito di cittadinanza è relativa alla cosiddetta congruità dei lavori offerti ai destinatari del sussidio, ovviamente prescindendo dall’esistenza di tali lavori. Il fatto che nel decretone sia stata inserita anche una soglia retributiva minima determinerà rilevanti casini.

Nel nostro paese è ufficialmente in corso un’offensiva contro le norme europee relative al bail-in. Per il momento, si tratta di un’offensiva immaginaria, nel senso che la revisione della disciplina di risoluzione delle banche in dissesto non appare in cima né all’agenda europea né a quelle dei singoli paesi dell’Unione. Ma tant’è. E dopo il sindacato dei banchieri, anche Banca d’Italia torna a far sentire la propria voce.

La giornata di ieri è stata l’epitome della cifra stilistica di questo cosiddetto esecutivo che non esegue. Tutto si compendia nella sequenza “proclama-stallo-rinvio”. Uno schema a cui siamo ormai abituati e che ci accompagnerà sin quando la realtà, sotto forma di crisi economica grave, non darà una spallata decisiva a questa compagnia di giro.

Da qualche tempo, la stralunata propaganda sovrana, incrociandosi con legittime frustrazioni ed aspirazioni, ha trovato un nuovo spin con cui rincitrullire l’opinione pubblica: il reddito di cittadinanza come leva per indurre un aumento dei redditi di lavoro. Si tratta dell’ennesimo proiettile d’argento in un paese che ha drammatici ritardi nello sviluppo della produttività, che è condizione necessaria (pur se non sufficiente) per far crescere gli standard di vita.

Con la kermesse de noantri di ieri (animata solo da 5S, con leghisti latitanti), all’auditorium dell’Enel, entra nel vivo il processo che condurrà all’erogazione del cosiddetto reddito di cittadinanza. Cioè alla più importante operazione di voto di scambio mai creata nella storia della Repubblica. Abbiamo scritto più e più volte, di tutte le incoerenze e disincentivi che questa misura produrrà sull’economia italiana; soprattutto ne ha scritto, da esperto, Luigi Oliveri. Qui facciamo sintesi con le ultime evidenze.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

analizzando il dettaglio del decreto sul reddito di cittadinanza, emergono inevitabili problemi di comprensione, che si è certi verranno dissipati in futuro. Delle molte questioni aperte, una appare particolarmente complessa: il rapporto, cioè, tra il Patto per il lavoro che i beneficiari del reddito di cittadinanza (non esentati o non soggetti al Patto di inclusione sociale in quanto la mancanza del lavoro non è causa unica dello status di povertà) debbono stipulare e il redivivo Assegno di ricollocazione.

Dopo che il governo ha deciso di fotocopiare su Carige il template di salvataggio di MPS, infuria (yawn) la polemica su chi abbia fatto cosa e a chi vadano i meriti (spoiler: a nessuno). I più spericolati ultrà con in tasca la tessera del cosiddetto Ordine dei giornalisti si lanciano in improbabili paralleli tra il caso Carige e la demoniaca Etruria e rimediano solo figure di palta, visto che la cornice dei due interventi non potrebbe essere più differente e normativamente lontana. Ma tant’è.