di Vitalba Azzollini

I governanti italiani mostrano spesso una incontenibile propensione a reputare che la realtà si conformi spontaneamente ai loro “desiderata” (tecnicamente: gli obiettivi perseguiti attraverso i loro atti normativi).  Non a caso, lasciano sostanzialmente inapplicata la disciplina in tema di analisi di impatto, convinti che l’intento ispiratore di un provvedimento basti a sancirne l’indiscutibile successo. E pure l’esecutivo del “cambiamento” non cambia tale vizio, pretendendo di ottenere risultati che, già a una primo esame sommario, appaiono ardui da conseguire: il riferimento, in questo caso, è alla misura che prevede dieci anni a zero tasse per i pensionati italiani o stranieri che trasferiscano la residenza fiscale in Sicilia, Sardegna o Calabria, prime tre regioni pilota, e ci vivano almeno sei mesi e un giorno all’anno.

Nei giorni scorsi, sul sito di analisi e proposte di politica economica di sinistra con venature sovraniste “Economiaepolitica“, è stata pubblicata una proposta di “riordino” delle spese sociali previdenziali, assistenziali e di stimolo fiscale esistenti, finalizzato al finanziamento di un reddito di cosiddetta cittadinanza, costante e permanente, che l’autore della proposta qualifica (bontà sua) “condizionato”, pur senza mai sporcarsi le mani con declinazione operativa di tale condizionalità.

Sul Sole di oggi trovate un’intervista al sottosegretario al Mise, Michele Geraci, in cui viene meglio precisata (si fa per dire) la tesi che Luigi Di Maio da qualche tempo reitera: e cioè che, sui dazi, alla fine qualcosa si potrebbe anche fare e portare a casa un miglioramento delle nostre condizioni. E bisogna confessare che Geraci mantiene le promesse, nel senso che è perfettamente omogeneo con le meravigliose idee di questa maggioranza.

di Vitalba Azzollini

Il governo “del cambiamento” non si è finora segnalato per produttività in termini di proposte normative sui temi oggetto del “contratto di programma”, a meno di non considerare le quotidiane dichiarazioni rese dai contraenti quali fonti del diritto (così come le slide al tempo del governo Renzi). In attesa di testi di regolazione – e con la chiara consapevolezza dei gravi problemi all’orizzonte – poteva comunque essere positivamente valutata l’intenzione del ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Alberto Bonisoli, di non confermare il cosiddetto bonus diciottenni.

Ieri il premier italiano, Giuseppe Conte, ha incontrato l’azzoppata cancelliera tedesca, Angela Merkel. Nel corso dell’incontro, Conte avrebbe sollevato due temi cari agli italiani: la gestione dei flussi migratori e le risorse europee per finanziare la spesa sociale. Sono punti che Conte doveva toccare, ma le aspirazioni italiane saranno frustrate. E non potrebbe essere altrimenti.

Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, starebbe apprestando un decreto quasi omnibus col quale rompere il ghiaccio e mostrare le sue prime azioni concrete sulla realtà. Al netto della scelta comunicativa, di “decreto dignità”, che fa parte del tradizionale armamentario anema e core, questa è l’occasione per valutare quelli che restano i maggiori nodi del paese.

La misura è appena partita. Ma secondo l’Ocse è destinata a fallire nel suo obiettivo principale: aumentare l’occupazione

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Il primo gennaio dello scorso anno partiva in Finlandia la sperimentazione di un reddito universale di base (UBI, Universal Basic Income), destinato ad un campione duemila disoccupati estratti a sorte, di età compresa tra 25 e 58 anni, a cui viene erogata una somma mensile di 560 euro prima delle imposte, senza obbligo di cercare o accettare un impiego durante i due anni della sperimentazione, e continuando a ricevere lo stesso importo anche in caso di occupazione.

Ora che persino la Corte dei conti ha scoperto che in Italia le concessioni autostradali sono secretate (a proposito, complimenti per la reattività!), dopo anni di evidenze abnormi e grotteschi tentativi di “trasparenza”, vale la pena riflettere su cosa è il settore autostradale “privatizzato” di questo paese. La conclusione potrebbe essere scontata.

Siamo a marzo 2018, come gli osservatori più attenti tra voi avranno notato. Quindi siamo entrati da quasi tre mesi nell’anno che segnerà la fine della decontribuzione da 8.060 euro annui per gli assunti a tempo indeterminato del 2015 che nei sei mesi precedenti l’assunzione non risultavano avere un rapporto a tempo indeterminato. C’è chi ha già iniziato a fare analisi.