Dopo quattro giorni di negoziato, raggiunto l’accordo. Non è male, in complesso e viste le acrimoniose premesse. In ognuno di questi veri e propri parti europei, con lunghissimo e doloroso travaglio, ognuno può trarre conferma delle proprie convinzioni: dell’Europa che non spreca mai una crisi e progredisce o quella che vive di crisi e di esse morirà. Al netto di ciò, proviamo a vedere misure e conseguenze dell’accordo.

Al momento in cui scrivo, non è chiaro quando, se e come finirà il vertice europeo per decidere le sorti del fondo di ripresa e resilienza, per gli amici Recovery Fund, legato alla cornice di bilancio settennale della Ue. Nulla di nuovo, in circostanze del genere: riunioni fiume, recriminazioni, stampa italiana che vede nemici ovunque, nel solito riflesso pavloviano del nostro nazionalismo lacero. Ma sin d’ora qualche valutazione si può distillare.

C’è un topos assai caro alla politica, in questo paese, da molto tempo. È quello della “Banca del Mezzogiorno” la cui missione deve essere quella di aiutare le imprese localizzate là dove le condizioni sono meno favorevoli, per non dire palesemente ostili. È un tema che ricorre da svariati decenni. L’ultimo, anzi il penultimo, tentativo di rivitalizzare una banca siffatta fu di Giulio Tremonti, con la legge 191/2009. Sappiamo come finì: ibernazione del neonato istituto, acquisito prima da Poste e poi dal Mediocredito Centrale, di cui oggi è la seconda “anima”, su controllo di Invitalia.

Ieri è formalmente scaduto il termine utile per negoziare una proroga del regime transitorio tra Regno Unito e Ue, durante il quale i britannici continuano ad accedere a unione doganale e mercato unico. Dovrebbe quindi essere confermato che, il prossimo primo gennaio, il Regno Unito regolerà i propri rapporti con l’Unione o a mezzo di un trattato di libero scambio approvato nel frattempo, oppure con le tariffe doganali standard della WTO. Premesso che, se volete i miei due centesimi, quella di ieri era una finta deadline, non è di questo che voglio parlarvi, oggi.