Prosegue il tentativo della Turchia di Recep Tayyip Erdogan di sfidare le “leggi” economiche o piuttosto la realtà, attraverso il controllo del deprezzamento della lira, l’inesorabile combustione di riserve valutarie, la droga del credito facile per sorreggere la domanda interna. Da molto tempo in tanti ripetono che così il paese non può reggere, eppure regge. Fino a quando, considerando anche la variabile Covid che annichilisce le entrate valutarie?

Dall’inizio della pandemia, i governi hanno attuato una espansione fiscale senza precedenti, non solo sul piano quantitativo: si pensi, ad esempio, ai prestiti garantiti dallo stato, erogati a favore delle imprese. Il punto è presto detto: che accadrà quando (e non “se”) gran parte dei beneficiari alzeranno la mano sostenendo di non essere in grado di ripagare? Vediamo che ne pensano in Regno Unito.

Dopo quattro giorni di negoziato, raggiunto l’accordo. Non è male, in complesso e viste le acrimoniose premesse. In ognuno di questi veri e propri parti europei, con lunghissimo e doloroso travaglio, ognuno può trarre conferma delle proprie convinzioni: dell’Europa che non spreca mai una crisi e progredisce o quella che vive di crisi e di esse morirà. Al netto di ciò, proviamo a vedere misure e conseguenze dell’accordo.

Al momento in cui scrivo, non è chiaro quando, se e come finirà il vertice europeo per decidere le sorti del fondo di ripresa e resilienza, per gli amici Recovery Fund, legato alla cornice di bilancio settennale della Ue. Nulla di nuovo, in circostanze del genere: riunioni fiume, recriminazioni, stampa italiana che vede nemici ovunque, nel solito riflesso pavloviano del nostro nazionalismo lacero. Ma sin d’ora qualche valutazione si può distillare.