L’ultima volta che ho scritto di Argentina è stato quasi un anno addietro. Dopo il maxi prestito del Fondo Monetario Internazionale, concesso sotto gli auspici di Christine Lagarde e di una rinnovata valenza “sociale” dell’azione del Fondo (una cosa tipo “austerità, ma dolce”), la situazione non è migliorata. O meglio, i conti pubblici si sono più o meno raddrizzati, ma l’opinione pubblica non ha gradito il persistere di una condizione piuttosto misera.

Viviamo tempi decisamente interessanti. Sono i tempi in cui è tornato di moda il protezionismo, forse perché non si è ancora toccato il punto di non ritorno, quello in cui il sistema commerciale globale collassa, trascinando con sé l’economia mondiale. Sono anche i tempi in cui c’è chi, per cercare di tenere le posizioni del proprio settore declinante, decide che l’economia del proprio paese ha troppo successo, ed occorre fare qualcosa.

di Vitalba Azzollini

La mancanza di credibilità della politica nostrana non perde occasione di manifestarsi anche al di fuori dei patri confini. Il riferimento è alla indicazione di candidati italiani per la carica di commissario alla concorrenza presso l’Unione Europea. Si tratta di una carica di rilievo, in una realtà sempre più globalizzata: il commissario si occupa, tra l’altro, di competizione commerciale (cartelli e abusi di posizione dominante), di concentrazioni tra imprese e aiuti di stato, ai fini di una concorrenza leale nell’UE.

Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump non ha lasciato passare nemmeno ventiquattr’ore dall’annuncio del capo della Fed, Jay Powell, del piccolo taglio di tassi d’interesse definito come “aggiustamento da metà ciclo”, ed ha fatto partire una salva di tweet per ottenere quello a cui aspira: un massiccio taglio di tassi.

Nel mese di luglio, la sterlina ha perso contro dollaro il 4% circa, mentre contro euro la discesa è stata di quasi il 3% negli ultimi quattro giorni. Nulla di misterioso, è il mercato che sta prezzando una crescente probabilità di una Hard Brexit il giorno di Halloween (simbolismo piuttosto azzeccato), mentre il neo premier Boris Johnson sta mostrando quel priapismo mascellare che noi italiani ben conosciamo in uno dei nostri vicepremier, quello noto per le retromarce e le fughe, oltre che per l’assenteismo dai consessi europei.

C’era grande attesa, per usare un eufemismo, per le parole di Mario Draghi ieri dopo il meeting del Consiglio direttivo della Banca centrale europea. La domanda era sempre quella: quale coniglio Ogm uscirà stavolta dal cilindro? Quali attivi verranno acquistati, alla ripresa di un Quantitative easing che era stato avviato a chiusura subito prima che la congiuntura tornasse a deteriorarsi? Per il momento, si attende settembre. Ma la Bce potrebbe avere le polveri bagnate, e non solo per l’imminenza dell’uscita di Draghi.

Sono i mercati che bullizzano la Fed, non Trump

Da qualche tempo, i mercati stanno invocando massicci tagli dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve. In questo, si sono affiancati ai tweet da bullo di Donald Trump, che non perde occasione per ribadire tutta la rozzezza del suo armamentario ideologico, sostenendo che la Fed starebbe legando mani e braccia all’economia statunitense, ponendola a svantaggio competitivo rispetto a Cina ed Eurozona.

di Tortuga

I dati sull’occupazione nel primo trimestre del 2019 sono stati salutati con grande ottimismo dal governo e da molti media. Accanto ai risultati leggermente positivi sul piano dell’occupazione, permane tuttavia una crescita del Pil ancora vicinissima allo zero. Cosa significa? Proviamo a considerare i dati da una prospettiva più ampia.

Un paio di anni addietro ho scritto un post, sulla pluriennale e persistente crisi di Deutsche Bank. In quel post esprimevo l’opinione che la banca tedesca si sarebbe tratta d’impaccio, pur se al termine di un processo molto complicato ed altrettanto doloroso. Da allora sono cambiati i vertici aziendali ed i business plan sono stati continuamente riscritti ed aggiornati, senza apprezzabili risultati. Ora (forse) siamo alla svolta.