Il Fondo Monetario Internazionale suona l’allarme per le condizioni di stress di debito in cui versano numerosi paesi dell’Africa sub-sahariana. Negli ultimi anni, complice sia la precedente fase di boom dei prezzi delle materie prime sia la fame di rendimenti da parte degli investitori internazionali, molti paesi africani hanno considerevolmente aumentato il proprio debito. Al venir meno delle condizioni favorevoli, il rischio default è schizzato.

Nei giorni scorsi, sul sito economiaepolitica.it (che poi sarebbe una sorta di lavoce.info de sinistra, con venature sovraniste) è stato pubblicato un interessante contributo che scompone il debito pubblico italiano negli elementi costitutivi, e ne indaga l’evoluzione temporale. Tutto molto pregevole ed informativo, se non fosse per le conclusioni, che sono piuttosto singolari, in termini di prescrizioni per ridurre lo stock di debito. Prescrizioni che, come sapete, sono ormai lo sport nazionale, in attesa della realtà.

Sotto la spinta del presidente francese Emmanuel Macron, che ne aveva fatto uno dei punti qualificanti della sua piattaforma elettorale, si è ormai prossimi a modificare la norma europea sui cosiddetti lavoratori distaccati (posted workers), dopo l’accordo tra una maggioranza di governi ed il parlamento europeo. Proteste dei paesi dell’Est che beneficiano della direttiva, in particolare della Polonia, a cui giunge il messaggio che una comunità di stati si regge sul compromesso e non sulla estrazione unilaterale di benefici. Ottima occasione per fare il punto su come declinare le spinte nazionalistiche in un contesto cooperativo sovranazionale.

Negli ultimi giorni sono stati pubblicati i dati di febbraio di produzione industriale e manifatturiera nei paesi europeo. Nei tre maggiori paesi dell’Eurozona (Germania, Francia, Italia), i risultati sono stati negativi e peggiori delle attese ma ciò che conta (per evitare il solito rumore statistico sul singolo dato mensile), è che fanno segnare il secondo mese consecutivo di contrazione, confermando quello che era già evidente: l’Europa, e l’Eurozona, stanno frenando a livello manifatturiero, quindi il picco ciclico di crescita potrebbe essere alle nostre spalle.

Nella guerra tra Usa e Cina non ci saranno vincitori, ma molte vittime. A cominciare dall’Eurozona, Italia inclusa

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

La retorica delle ritorsioni protezionistiche tra Stati Uniti e Cina sta assumendo le prevedibili forme del rilancio, dopo che Donald Trump ha istruito gli uffici dello US Trade Representative di verificare la possibilità di portare a 150 miliardi di dollari le importazioni cinesi a cui applicare dazi, in risposta alla reazione cinese all’iniziale misura americana di sanzioni su prodotti manifatturieri per un controvalore di 50 miliardi di dollari.

Su Ft Alphaville, un’esaustiva analisi del “boom” che l’economia portoghese sta vivendo, l’antefatto del periodo di incubazione della crisi, i presumibili cambiamenti strutturali dell’economia del paese dal 2013 e le criticità prospettiche, tra cui ne svetta una: la fine dell’easing quantitativo della Bce, con interessanti ma circoscritte analogie con la situazione italiana.

Nei giorni scorsi, Donald Trump ha scagliato una serie dei suoi celebri tweet contro Amazon, rea di causare perdite stratosferiche al servizio postale pubblico statunitense ma soprattutto di essere alla base di una gigantesca perdita di gettito fiscale per stati e contee. Scavando la notizia, si scopre che l’e-commerce a stelle e strisce ha criticità molto simili a quelle che si riscontrano nell’Unione europea, ma che Amazon con esse c’entra ormai assai poco.

Oggi Eurostat ci informa che i giovani italiani di età compresa tra 20 e 34 anni che risultano occupati non hanno dovuto spostarsi per trovare occupazione nel 98% dei casi, mentre solo l’1% ha dovuto incomodarsi. Per contro, dei disoccupati della stessa coorte anagrafica, il 60% degli italiani non ha intenzione di spostarsi, né all’interno del Paese né in Ue o EFTA.

La misura è appena partita. Ma secondo l’Ocse è destinata a fallire nel suo obiettivo principale: aumentare l’occupazione

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Il primo gennaio dello scorso anno partiva in Finlandia la sperimentazione di un reddito universale di base (UBI, Universal Basic Income), destinato ad un campione duemila disoccupati estratti a sorte, di età compresa tra 25 e 58 anni, a cui viene erogata una somma mensile di 560 euro prima delle imposte, senza obbligo di cercare o accettare un impiego durante i due anni della sperimentazione, e continuando a ricevere lo stesso importo anche in caso di occupazione.