Non si conoscono ancora i dettagli del nuovo rapporto deficit-Pil che ieri il premier italiano ha offerto al presidente della Commissione Ue. Conosciamo solo un numerino piuttosto bizzarro: 2,04%, in luogo dell’ormai familiare 2,4%. Come si giunga a quel numero non è ancora dato sapere: i più maliziosi ipotizzano che si tratti di una “astuta” mossa italiana per far leva sull’analfabetismo funzionale e computazionale degli orgogliosi connazionali e far credere che assai poco sia cambiato. Ma forse è davvero cambiato poco e non cambieranno neppure gli esiti. 

Nel terzo trimestre, l’occupazione in Ungheria ha raggiunto il massimo storico. Questa medaglia al merito ha come rovescio una crescente carenza di manodopera, acuita anche dal calo della popolazione in età lavorativa. Il risultato è una crescente pressione rialzista sui salari, che si sta trasmettendo anche ai prezzi al consumo. Anche per rispondere a questo collo di bottiglia, il governo di Viktor Orban ha portato in parlamento una proposta di legge che sta causando crescenti proteste e manifestazioni di piazza. 

di Vitalba Azzollini

I politici pro tempore al potere possono fare sostanzialmente ciò che vogliono, nel rispetto dei paletti dell’ordinamento, com’è ovvio. Quindi, può anche capitare che decidano di sovvertire l’orientamento espresso da chi li ha preceduti, annullandone le decisioni, perché in disaccordo con le idee che ne erano alla base. Se, invece, accade che le forze al potere facciano retromarcia rispetto a quanto da esse stesse affermato solo poche settimane prima, e senza che nel frattempo siano mutati elementi del contesto, allora la questione diventa più imbarazzante. Ancor più imbarazzante è, poi, il cambio di indirizzo giustificato da motivazioni prive di concreto fondamento. Non sembra, invece, provare alcun imbarazzo nessuno degli attori dell’attuale legislatura, dopo che il governo italiano ha annunciato che non firmerà il Global Compact for Migration (GCM) l’accordo in tema di migrazioni elaborato in sede Onu.

La Federal Reserve frena sulla corsa ai rialzi dei tassi. Il tycoon festeggia ma dazi e calo del greggio sono un boomerang

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Il presidente della Federal Reserve, Jay Powell, nei giorni scorsi ha in apparenza trasmesso un segnale accomodante sul percorso della politica monetaria statunitense, dichiarando che la serie di rialzi ha portato i tassi ufficiali “appena sotto” il livello neutrale. Un cambiamento rilevante, visto che lo scorso 3 ottobre lo stesso Powell ebbe a dichiarare che i tassi erano “ben lontani” dalla neutralità, causando alta volatilità dei mercati ed una forte correzione all’azionario.

A partire dal primo gennaio, la Bce interromperà non solo gli acquisti di titoli di stato dell’Eurozona, certamente la componente quantitativamente più rilevante del cosiddetto easing quantitativo (QE), ma anche quelli di obbligazioni societarie. Questa circostanza potrebbe creare più di un problema ai mercati ed ai debitori, viste le modalità degli acquisti.

Quindi, pare che i nostri scappati di casa, spinti a più miti consigli dall’eventualità di perdere l’accesso al mercato già a gennaio, siano intenzionati a modificare la Manovra del Popolo. Da quanto emerge in queste ore, tuttavia, non si tratterebbe di nulla di sostanziale ma dell’abituale tentativo di smerciare pacchi nel parcheggio dell’autogrill, che pare essere diventata l’attività prevalente degli italiani nel rapporto con la realtà. Un vero peccato che quest’ultima non si faccia turlupinare.

Vi ricordate HSH Nordbank? Ma sì, è la banca tedesca attiva nel credito alla cantieristica, finita nei guai per troppe sofferenze e che da anni godeva di aiuti pubblici, autorizzati dalla Commissione europea. La banca è (anzi, era) pubblica, e questa circostanza, per motivi imperscrutabili, suscitava negli italiani una incoercibile invidia. Ma come? I contribuenti tedeschi spendono un sacco di soldi per una banca in dissesto, e a noi orgogliosi italiani viene impedito? E chi saremmo, figli di un debito minore?

Oggi su MF compare l’ennesima letterina alla stampa del professor Paolo Savona, che proprio non si capacita del fatto che la sua rivoluzionaria proposta di riscrittura dei trattati europei non trovi l’eco che meriterebbe, fuori dall’Italia. Nell’esercizio divulgativo di oggi, sempre in bella prosa, Savona ci spiega che il keynesismo non è morto. Con qualche suggestione per rianimarlo, almeno entro le patrie mura.