Ieri su Repubblica è stato pubblicato un editoriale del professor Roberto Perotti, dal titolo inequivocabile: “L’illusione dei coronabond”. Tutto verte intorno a quella che Perotti definisce “mancanza di realismo”, e che si può considerare più propriamente come una commedia degli equivoci: la distinzione tra manovra espansiva e solidarietà.

L’editoriale di ieri di Mario Draghi sul Financial Times colpisce come un pugno allo stomaco per le parole ed i concetti scelti, da cui traspare una autentica e pienamente giustificata angoscia. La “soluzione”, se così possiamo chiamarla, con grande inadeguatezza lessicale, è una ed una sola. In parte derivante dalla “dinamica dei fluidi” già vista durante la grande crisi finanziaria, cioè il fatto che i debiti privati si trasformano in debito pubblico durante le crisi più gravi.

La Federal Reserve ha annunciato ieri altre misure di emergenza per sostenere l’economia statunitense attraverso l’aiuto alle imprese, colpite (come quelle del resto del mondo) da un collasso di attività destinato ad azzerare di fatto i ricavi. L’angosciosa domanda che ci si pone è: quanto può resistere il sistema delle imprese alla evaporazione dei ricavi, in assenza di sostegno pubblico? Per ora, la Fed sta facendo il suo.

Ha suscitato perplessità e polemiche (eufemismi) l’intervista al Financial Times in cui il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, richiede alla Ue l’attivazione della potenza di fuoco del Meccanismo europeo di stabilità (MES-ESM), per integrare l’azione della Bce. Dovrebbe essere iniziativa collettiva ed incondizionata, di fatto l’emissione degli anelati/temuti/famosi/famigerati Eurobond. Non è difficile capire le motivazioni di questa posizione.

È molto difficile scrivere in un momento in cui la devastazione prodotta dalla pandemia e quella sui mercati finanziari ci ricordano che niente sarà più come prima, come si è detto nel passato di fronte a casi assai meno gravi dell’attuale. Questa è una rottura di paradigma e della storia, con la maiuscola e la minuscola, come preferite. Analizzarla e tentare di prevederne gli esiti è al contempo futile e necessario.

Solo qualche commento in ordine sparso sulla “comunicazione” di ieri della presidente della Bce, Christine Lagarde, al termine del meeting della Bce. La frase “non siamo qui per chiudere gli spread” ha causato una sorta di run al Btp, innestatasi su un contesto globale già con nervi eufemisticamente a fior di pelle, ripetutamente colpito da shock quali il coronavirus, la guerra petrolifera tra sauditi e russi, le decisioni cervellotiche di Donald Trump.

Oggi (domenica) le borse del Golfo sono colpite da fortissimi ribassi. Non è il timore per la pandemia di coronavirus (almeno, non è la motivazione diretta ma certamente quella indotta), bensì la resa dei conti tra Arabia Saudita e Russia, che minaccia di far crollare il prezzo del greggio. E per il mondo non sarebbe una buona notizia: soprattutto ora, anche se in molti penserete il contrario.

In Cina, su impulso della banca centrale, i tassi sui finanziamenti continuano a scendere, nel tentativo di puntellare l’economia in attesa che l’incubo coronavirus giunga alla sua fisiologica esaustione. Ma il sostegno monetario alle aziende cinesi si attua anche attraverso una gigantesca rinegoziazione dei debiti, che se è fisiologica quando i tassi scendono, rischia comunque di produrre nuove montagne di sofferenze bancarie che il sistema, cioè lo stato, dovrà ripulire.

Dopo i pessimi dati del Pil giapponese del quarto trimestre 2019, causati ancora una volta da un improvvido rialzo dell’imposta sui consumi, e malgrado un sistema di cashback simile a quello che molti vorrebbero introdurre da noi per indorare la pillola di aumenti Iva, si dà per scontato che il paese del Sol Levante entrerà in recessione questo trimestre, anche per gli effetti della gelata prodotta da guerre commerciali e coronavirus.