Su lavoce.info il professor Massimo Bordignon illustra in modo divulgativo la proposta di riforma delle norme fiscali dell’Eurozona elaborata dallo European Fiscal Board (EFB), organismo consultivo della Commissione Ue istituito nel 2016 e di cui Bordignon è componente. Obiettivo è quello di maggiore semplicità e intelligibilità delle regole fiscali. Proviamo ad analizzare e commentare i punti qualificanti per verificare se rispondono all’obiettivo.

Quelli tra voi che usano come esclusiva fonte di informazione la stampa domestica, tra teatrini televisivi e buche delle lettere partitiche su carta stampata, negli ultimi giorni devono aver tratto motivo di conforto e di rinnovato orgoglio nazionalistico. Si narra infatti, di qua delle Alpi, di una Germania messa all’angolo anche in sedi europee, che ora “deve spendere, e poche storie”, e di un’Italia che praticamente ha preso per mano l’Europa e la sta conducendo verso le praterie del deficit “a fin di bene”, quello che toglie i peccati ordoliberisti dal mondo.

La revisione della spesa pubblica è un antico rito collettivo di questo paese. Ricordo che, durante il governo di Enrico Letta, quando il concetto divenne un brioso spin di marketing politico, ogni giorno sui nostri attenti giornali si potevano leggere editoriali e commenti in cui venivano suggerite nuove spese pubbliche, “da finanziare con la spending review”.

Visto che il mondo sovrabbonda di esperti del giorno dopo, quelli che spiegano cosa è andato storto e cosa si sarebbe dovuto fare per raggiungere il lieto fine, proviamo ad analizzare gli errori (di Mauricio Macri prima e del Fondo Monetario Internazionale poi) che hanno condotto al nuovo default sul debito dell’Argentina. Ma soprattutto proviamo a rispondere alla domanda ormai ricorrente: c’era un modo diverso di ballare il tango, per il governo di Buenos Aires ed il Fondo di Washington?

di Massimo Famularo

Egregio Titolare,

a leggere i giornali italici si finisce col convincersi che

Le nuove regole promosse dalla Bce sugli accantonamenti prudenziali che le banche dovranno operare a fronte dei Non performing loans (Npl) hanno riscontrato, in questi giorni, l’apprezzamento di banchieri ed operatori. La vigilanza della Bce, guidata da Andrea Enria, sconfessa le più stringenti disposizioni stabilite da Daniele Nouy nell’Addendum del marzo 2018, creando un percorso di copertura patrimoniale più morbido, per tempi e condizioni.

Sembrerebbe dunque che ci sia stato un “braccio di ferro” tra perfidi tecnocrati e difensori della libertà politica e che alla fine, con l’intercessione di sant’Andrea Enria (che neanche il Financial Times si astiene dal nominare invano) appena assunto all’SSM, abbia prevalso il buonsenso mettendo in fuga i teutonici Kattifi.

L’ultima volta che ho scritto di Argentina è stato quasi un anno addietro. Dopo il maxi prestito del Fondo Monetario Internazionale, concesso sotto gli auspici di Christine Lagarde e di una rinnovata valenza “sociale” dell’azione del Fondo (una cosa tipo “austerità, ma dolce”), la situazione non è migliorata. O meglio, i conti pubblici si sono più o meno raddrizzati, ma l’opinione pubblica non ha gradito il persistere di una condizione piuttosto misera.

Viviamo tempi decisamente interessanti. Sono i tempi in cui è tornato di moda il protezionismo, forse perché non si è ancora toccato il punto di non ritorno, quello in cui il sistema commerciale globale collassa, trascinando con sé l’economia mondiale. Sono anche i tempi in cui c’è chi, per cercare di tenere le posizioni del proprio settore declinante, decide che l’economia del proprio paese ha troppo successo, ed occorre fare qualcosa.

di Vitalba Azzollini

La mancanza di credibilità della politica nostrana non perde occasione di manifestarsi anche al di fuori dei patri confini. Il riferimento è alla indicazione di candidati italiani per la carica di commissario alla concorrenza presso l’Unione Europea. Si tratta di una carica di rilievo, in una realtà sempre più globalizzata: il commissario si occupa, tra l’altro, di competizione commerciale (cartelli e abusi di posizione dominante), di concentrazioni tra imprese e aiuti di stato, ai fini di una concorrenza leale nell’UE.

Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump non ha lasciato passare nemmeno ventiquattr’ore dall’annuncio del capo della Fed, Jay Powell, del piccolo taglio di tassi d’interesse definito come “aggiustamento da metà ciclo”, ed ha fatto partire una salva di tweet per ottenere quello a cui aspira: un massiccio taglio di tassi.