Nei giorni scorsi la Banca centrale europea ha pubblicato un bollettino di ricerca in cui si fornisce evidenza di un comportamento politico, indirettamente riconducibile allo spoils system, da parte delle banche di risparmio tedesche nell’investimento in bond sub-sovrani, cioè quelli dei Laender. Interessante evidenza del fatto che i tedeschi sono umani, dopo tutto, ma che da noi ha suscitato reazioni lievemente sopra le righe.

Mentre i banchieri italiani ed ampia parte della nostra stampa si danno compiaciute pacche sulle spalle a commento della forte riduzione di sofferenze nei bilanci delle nostre banche, la vigilanza della Bce, accusata nelle scorse settimane di condotta antidemocratica, prosegue serenamente per la sua strada, che è quella di una sostanziale accelerazione delle richieste di smaltimento dei crediti deteriorati.

Ieri, a firma di quattordici economisti francesi e tedeschi, è stata presentata una proposta di riforma delle regole di governance fiscale e finanziaria dell’area euro. Programmaticamente, il documento tratta di come “riconciliare condivisione del rischio e disciplina di mercato”. Analizziamo le proposte.

Si fatica a comprendere lo stupore ed i febbrili lanci d’agenzia di ieri nel tardo pomeriggio, quando, durante la registrazione di Porta a porta, il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, ha ribadito il concetto: “Non credo che per l’Italia sia più il momento di uscire dall’euro”, anche perché per l’Italia “ci sarà più spazio”, visto che “l’asse franco-tedesco non è più forte come prima”. Che c’è di inedito?

Giorni addietro, nella tradizionale retrospettiva di fine anno, il Financial Times ha ricordato la triste storia di Marine Le Pen, che solo un anno fa di questi tempi pareva percorrere un tappeto di rose che l’avrebbe portata trionfalmente all’Eliseo. Pur riuscendo ad arrivare al ballottaggio contro Emmanuel Macron, la leader del Front National si è schiantata contro la realtà, fatta di un confronto finale disastroso e della opportuna resipiscenza dei francesi, che hanno detto molto chiaramente che loro, ad ampia maggioranza, di privarsi dell’euro non avevano intenzione alcuna e che non si sarebbero bevuti (a differenza degli italiani, pare) purissime stronzate come quella sulla doppia moneta.

Il regolatore del mercato azionario israeliano ha avviato la procedura per vietare la quotazione sulla borsa locale di aziende i cui “servizi principali” sono in valute digitali, mentre quelle già quotate ma che sposteranno la maggioranza della propria operatività su servizi di moneta digitale saranno rimosse dal listino. Le motivazioni sono da ricondurre a timori di bolla speculativa ma anche di frode attraverso l’aggiramento del regolatore.