Oggi sul Corriere c’è un editoriale di Paolo Mieli che già dal titolo apre il cuore alla speranza. La speranza che un numero crescente di italiani, magari sotto la “guida illuminata” di qualche editorialista, apra gli occhi davanti alla situazione psichedelica e kafkiana in cui il nostro paese è immerso. Si tratta di una speranza vana e vacua, perché semplicemente non esistono le condizioni culturali, ma almeno leggere analisi che dal retroscenismo onanistico da buca delle lettere e buco della serratura virano sulla psicologia e presto anche sulla psicopatologia di un paese fallito, mi è di (blando) conforto.

C’è un topos assai caro alla politica, in questo paese, da molto tempo. È quello della “Banca del Mezzogiorno” la cui missione deve essere quella di aiutare le imprese localizzate là dove le condizioni sono meno favorevoli, per non dire palesemente ostili. È un tema che ricorre da svariati decenni. L’ultimo, anzi il penultimo, tentativo di rivitalizzare una banca siffatta fu di Giulio Tremonti, con la legge 191/2009. Sappiamo come finì: ibernazione del neonato istituto, acquisito prima da Poste e poi dal Mediocredito Centrale, di cui oggi è la seconda “anima”, su controllo di Invitalia.

Ieri, nel corso della conferenza stampa di presentazione del “progetto” di ripresa economica, il premier Giuseppe Conte ha detto alcune cose. Ad esempio, che da lunedì parte questo momento di concertazione consultazione tra governo, opposizione e forze sociali, che prenderà l’assai logoro e vagamente menagramo nome di “Stati generali“. Poi, ha detto che stiamo cercando soldi europei. E qui iniziano i cortocircuiti.

Oggi su due quotidiani ci sono due interviste che, opportunamente incrociate mediante unione dei puntini, ci suggeriscono cosa bolle in pentola nel Grande Schema delle Cose, o meglio delle visioni per l’Italia che verrà dopo la pandemia. Come sempre, est modus in rebus, ma attenzione a ingegneri sociali, demiurghi e pianificatori centrali onniscienti.

Sul Sole, il direttore intervista il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Che lancia un ovvio allarme debito pubblico, destinato a gonfiarsi a causa del collasso economico causato dal lockdown da pandemia. Vi preannuncio che non ci sono particolari originalità nella elaborazione di Messina; c’è invece quello che sappiamo da sempre: compensiamo ricchezza privata e debito pubblico non a mezzo di tassazione bensì attraverso repressione finanziaria, o meglio incentivazione per lo più fiscale, e spostiamo quindi la prima verso il secondo.

A intervalli regolari ed alta frequenza, la politica italiana si fa dei viaggi psichedelici. Da un paio di giorni, il tema è diventato “ma perché non usiamo il MES senza condizioni che ci viene offerto?” E giù tutti a fantasticare, da Confindustria a Romano Prodi passando per Silvio Berlusconi ed altri padri più o meno nobili del paese. Contrari restano i sovranisti letteralisti, quelli che “se si chiama MES, è una fregatura: meglio i Btp patriottici”. Ognuno sogna a modo proprio.