Ieri su Repubblica è stato pubblicato un editoriale del professor Roberto Perotti, dal titolo inequivocabile: “L’illusione dei coronabond”. Tutto verte intorno a quella che Perotti definisce “mancanza di realismo”, e che si può considerare più propriamente come una commedia degli equivoci: la distinzione tra manovra espansiva e solidarietà.

L’editoriale di ieri di Mario Draghi sul Financial Times colpisce come un pugno allo stomaco per le parole ed i concetti scelti, da cui traspare una autentica e pienamente giustificata angoscia. La “soluzione”, se così possiamo chiamarla, con grande inadeguatezza lessicale, è una ed una sola. In parte derivante dalla “dinamica dei fluidi” già vista durante la grande crisi finanziaria, cioè il fatto che i debiti privati si trasformano in debito pubblico durante le crisi più gravi.

Ieri pomeriggio, a mercati aperti, la Federal Reserve ha tagliato i tassi d’interesse di mezzo punto percentuale, in reazione alla diffusione dell’epidemia di coronavirus, con una decisione di quelle che classicamente vengono invocate a gran voce dal mercato e che quando si materializzano cedono il passo ad angoscia e preoccupazione “perché allora la situazione è davvero grave”. Psicopatologie a parte, resta il quesito esistenziale: che fare, ora, in termini di stimolo all’economia?

L’ultima arma di distrazione di massa del governo italiano pro tempore è l’ingaggio di due consulenti economici dall’estero: tal Gunter Pauli, che confesso di non conoscere ma che a naso mi pare un guru di economia circolare in autoconsumo (funghetti inclusi), e la ben più celebre Mariana Mazzucato, economista della University College London e tenace sostenitrice della tesi che vuole lo Stato come motore primo dell’innovazione.

Intervista “programmatica” ma anche “di principio” di Repubblica ad Emanuele Felice, ordinario di Politica economica all’Università “Gabriele D’Annunzio” di Chieti-Pescara, oltre che saggista e storico dell’economia, nuovo responsabile economico del Partito democratico. “Di principio” perché mette in chiaro le chiavi di volta ideologiche di Felice. Focalizzate le quali, di “programmatico” temo resterà pochino, di “operativo” ancor meno. Proviamo a spigolare, quindi.

Qualche giorno addietro, sul Corriere, è stato pubblicato un commento di Ignazio Angeloni, economista italiano già membro del Single Resolution Board della Bce, che va controcorrente rispetto al senso comune: allungare la durata media dello stock di debito pubblico, per l’Italia, è controproducente e dannoso per le generazioni future di contribuenti.

Gli anglosassoni lo chiamano “il gusto del mese“, rifacendosi ai gelati o ad altri alimenti, noi lo traduciamo come “quarto d’ora di popolarità”. Applicato alla politica, diventa invece un tormentone che dura in media un anno e a volte anche oltre. Di solito si tratta delle cosiddette “riforme”, più spesso della legge di bilancio dell’anno successivo. Quest’anno, ma anche il precedente, si tratta della cosiddetta rimodulazione Iva, che continua a mettere a dura prova la logica.

Ieri, sul Sole, è apparso un editoriale dell’economista Innocenzo Cipolletta, uomo che ha solcato decenni di vita pubblica italiana in vari ruoli, da direttore generale di Confindustria a presidente di FS e che tuttora ha una discreta collezione di gettoni di presenza in vari consigli di amministrazione, tra pubblico e privato. Già il titolo è inquietante: “Una manovra alla Ciampi con tassa anti deficit“. Lo svolgimento è pure peggio.

Il presidente Inps non ha gradito il parallelo, fatto da Luciano Capone, tra il morticino noto col nome di FondInps, in chiusura per inedia, e l’identikit del sarchiapone fondo integrativo a cui egli lavora alacremente da tempo, in “funzione anticiclica”. In una torrenziale lettera sono quindi contenute alcune interessanti precisazioni su questa creatura mitologica, e -soprattutto- sull’ideologia che sta dietro ad essa.