Dall’inizio della Grande Crisi, che per l’Italia è crisi esistenziale prima di tutto, si sono levate le voci di quanti vorrebbero reperire fondi fuori dal paese. La storia si ripete in queste settimane, al crescere dello psicodramma per la legge di bilancio 2019, e prima di essa la nota di aggiornamento al Def. Dalla maggioranza e dall’esecutivo arrivano singolari richieste alla Bce di mettere un tetto massimo allo spread o di tenere in considerazione la possibilità di proseguire gli acquisti di titoli di stato (sic).

Oggi, rispondendo su Repubblica ad un editoriale critico di Ferdinando Giugliano, il ministro per le Politiche europee, Paolo Savona, pesca a strascico una serie di correlazioni spurie e commette un errore da matita blu, nel tentativo di illustrare la sua Grande Riforma della Banca centrale europea. Il tutto dopo aver rilasciato ieri un’intervista in cui ha spiegato come spianare il Turchino ed i conti con l’estero italiani. Per puro dovere di antropologo militante, riporto e commento gli episodi.

Se siete stanchi di leggere e sentire proclami senza senso lanciati da esponenti di un governo e di una maggioranza che minaccia quotidianamente di suicidare il paese davanti all’Europa, per dare una dimostrazione tangibile della propria forza negoziale, oggi vi segnalo un articolo “tecnico” ma in realtà non troppo, che fornisce la misura di quanto sia ancora lunga la traversata nel deserto per le banche italiane e di conseguenza per il nostro sistema economico, e di quanto costerà al paese lo scalone nello spread che ha salutato l’avvento del governo gialloverde.

Della serie “mi si nota di più se mi chiudo in un ostinato ed altero silenzio o se pronuncio delle pensose ricette di politica economica così ermetiche da risultare incomprensibili?”, oggi il marziale ministro degli Affari europei, Paolo Savona, parlando alle Commissioni Ue di Camera e Senato ci ha fatto sapere cosa servirebbe, tra le altre cose, per “salvare l’euro”.

Dopo Airbus, anche BMW dà un avvertimento a Theresa May per l’incertezza sul futuro regime tariffario

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Mentre il processo che dovrà condurre alla Brexit è sempre più avvolto dalle nebbie, al punto che la Commissione Ue invita a considerare l’eventualità di un vero e proprio crash, cioè di una fuoriuscita traumatica del Regno Unito dall’Unione, cresce il numero di grandi imprese multinazionali che segnalano in modo molto vocale a governo e opinione pubblica britannici il rischio di dover delocalizzare.

Ci sarebbe un modo proficuo, per Matteo SalviniLuigi Di Maio ed il loro prestanome Giuseppe Conte, per recuperare montagne di soldi con cui finanziare tutto il loro sontuoso Contratto per gli italiani. Attivarsi senza respiro per promuovere l’uscita dalla Ue di Polonia e Ungheria. La prima riceve ogni anno sussidi netti Ue (cioè incassa più di quanto contribuisce) per circa 7 miliardi di euro; la seconda per circa 4,5 miliardi. Considerato che si tratta di paesi che contribuiscono in modo rilevante a bloccare la redistribuzione dei richiedenti asilo, ci danneggiano direttamente.

Intervenendo ieri alla Camera durante la discussione sul Def, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha confermato l’approccio realista di “sentiero stretto” che aveva caratterizzato il suo predecessore, Piercarlo Padoan, aggiungendo altre considerazioni piuttosto interessanti. Attendendo i problemi che si presenteranno in autunno, e che per il nostro paese potrebbero essere seri.