La paradossale guerra delle ferie nella PA

Il surreale braccio di ferro dei sindacati della PA per preservare per tempi migliori il rateo di ferie maturate nel 2020, anche se il dipendente non ha modo di lavorare né in sede né da remoto

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare

mentre il Paese è ancora immerso nell’emergenza coronavirus e la “fase 2” può solo essere programmata (restando chiaro che un ritorno “secco” alla normalità non sarà possibile), infuria la questione relativa alla fruizione delle ferie. Mentre una quantità di lavoratori impegnati in attività indifferibili e che non si possono fermare (dalla sanità alla logistica) agognerebbero le ferie, per quasi la restante parte dei lavoratori, soprattutto dell’ambito pubblico, si assiste ad uno spettacolo kafkiano.

Infatti, i sindacati hanno alzato le barricate, nel tentativo di impedire la fruizione delle ferie dei lavoratori maturate nel 2020, tanto nel privato, quanto nel pubblico.

Non si capisce esattamente quali siano le logiche. Nel privato, si contestano scelte compiute da aziende di chiudere i reparti, anticipando la chiusura di agosto, nella speranza che una volta usciti dall’emergenza si possa lasciare attiva la produzione in estate.

Nel pubblico, si utilizza un ragionamento che, oggettivamente non appare troppo stringente. Si parte dalla constatazione che il decreto “cura Italia” (articolo 87 del d.l. 18/2020) consente di esentare dal lavoro i dipendenti pubblici che non sia possibile impiegare in attività che richiedono la presenza in servizio né collocare in lavoro agile, dopo che abbiano esaurito ogni possibile assenza giustificata dal servizio, ivi comprese le ferie “pregresse”; per affermare che il datore non possa imporre, prima di esentare dal lavoro (si ribadisce, Titolare: esentare) la fruizione delle ferie intanto maturate anche nel 2020. Per ferie “pregresse” occorre intendere, come ha anche spiegato, in modo non sempre lineare, il Dipartimento della Funzione Pubblica, quelle che in realtà sono le ferie “arretrate”: maturate nel 2019 o anche prima e non ancora fruite.

Come dice, Titolare? Se il “cura Italia” impone l’azzeramento delle ferie arretrate, non si capisce perché da esso si dovrebbe ricavare un divieto ad imporre d’ufficio le ferie maturate nel 2020? In effetti, trarre da una norma che si occupa delle ferie del 2019 o precedenti la conclusione che essa riguardi anche le ferie dell’anno in corso, non pare eccessivamente fluido, sul piano sia logico, sia giuridico.

Sul piano logico è chiaro. L’articolo 87 del “cura Italia” affronta la questione delle ferie arretrate, indicando anche una misura ovvia: appare del tutto scontato che prima di esentare un dipendente dal lavoro, quanto meno azzeri l’arretrato; per converso, l’articolo 87 del “cura Italia” non disciplina minimamente le ferie del 2020. Dunque, non gioca alcun ruolo per verificare se e in che misura il datore possa utilizzare la leva delle ferie maturate nel 2020, sia per chiudere (come accade nel privato), sia come ulteriore strumento propedeutico all’esenzione dal lavoro.

Per le ferie del 2020 vale ancora quel che stabiliscono l’articolo 2109 del codice civile ed i contratti collettivi: le ferie sono certamente un diritto del lavoratore, ma debbono essere fruite tutte entro l’anno solare e in modo che si concilino il necessario recupero psico-fisico del lavoratore, con le esigenze aziendali. E se alla base di queste vi è una motivata chiusura ad aprile invece che ad agosto, o il tentativo di evitare un provvedimento molto grave per le finanze pubbliche, come disporre che un dipendente sia esentato e, dunque, non lavori ma percepisca egualmente lo stipendio, non sembra difficile dimostrare che il datore di lavoro disponga di ampie esigenze aziendali per chiedere ai dipendenti la collocazione in ferie. E, in caso contrario, di disporle d’ufficio, come è nel potere datoriale, con la sola eccezione (e su questo non c’è concordia in dottrina e giurisprudenza) delle due settimane di obbligatoria fruizione tra giugno e settembre.

Eppure, le organizzazioni sindacali elevano continuamente muri contro modalità organizzative difficilmente sindacabili nel merito, alla ricerca di un non precisabile diritto alla conservazione delle ferie.

La contrarietà mostrata alla collocazione in ferie in questo periodo deriva da un’altra considerazione. Chi si oppone alla fruizione delle ferie nel 2020 (o, almeno, in questo scorcio d’anno) evidenzia che le misure di distanziamento sociale che limitano la libertà di movimento degli individui non ne permetterebbero un pieno e completo godimento, poiché verrebbe compromesso il pieno recupero psicofisico del lavoratore, privo della possibilità di disporre integralmente del tempo libero per esprimere la propria personalità senza incombenze lavorative o restrizioni.

Una suggestione affascinante, che appare però un sofisma. Il virus, purtroppo, ha colpito tutti: molti nella salute (con decine di migliaia di morti), molti altri nelle libertà personali. Medici e infermieri, quando usciranno dall’emergenza, avranno un bisogno estremo di fermarsi e riposarsi, anche se magari non potranno godere delle ferie come nei tempi normali: passare anche solo a casa qualche giorno, lontani dalla prima linea sarà indispensabile. Chi ha avuto la ventura di non dover affrontare la citata prima linea, perché in lavoro agile o perché comunque impiegato in attività meno a rischio, avrà certamente un bisogno di ferie meno impellente e profondo.

Ma non è certo responsabilità dei datori di lavoro se il virus ha colpito duramente e non consente di fare le ferie “da sogno” che ci si immaginava. Anche nella “fase 2” viaggi, spostamenti, attività turistiche, culturali, ludiche ed enogastronomiche saranno molto difficili e piene di restrizioni. Questa constatazione non può impedire che le aziende e le pubbliche amministrazioni programmino le ferie secondo le esigenze organizzative,

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Né pare si possa pensare di “risparmiare” le ferie del 2020 e creare un enorme arretrato anche per il 2021, poi estremamente complicato da smaltire.

Oltre alla circostanza che leggi e contratti collettivi impongano di esaurire tutte le ferie maturate nel corso dell’anno, semplice logica rende chiaro che si tratti di tutto tranne che di una buona pratica collezionare cumuli di giorni di ferie arretrate.

Certo, se il Governo su questo fosse più chiaro e meno contraddittorio, aiuterebbe. Col Dpcm (decreto del Presidente del consiglio dei ministri) del 10 aprile scorso, all’articolo 1, lettera h), si è specificato papale papale che, allo scopo di continuare nel contrasto contro il contagio “si raccomanda in ogni caso ai datori di lavoro pubblici e privati di promuovere la fruizione dei periodi di congedo ordinario e di ferie”. Badi bene, Titolare: “ferie”, senza specificare più che si tratti di ferie “pregresse”. Dunque, tutte le possibili ferie.

Ma, mentre la Presidenza del consiglio dispone questa, per altro ovvia, previsione, sempre la Presidenza del consiglio, Dipartimento della Funzione Pubblica approva con i sindacati del settore pubblico un accordo, nel quale si afferma qualcosa di differente: per non far circolare nel territorio i dipendenti non impiegabili nemmeno in lavoro agile le amministrazioni debbono utilizzare tutte le leve possibili (come ferie, congedi straordinari, ecc) “fermo restando l’eventuale ricorso alle ferie pregresse maturate fino al 31 dicembre 2019”. Attento, Titolare: come avrà notato, in questo accordo, le “ferie” sono anche non solo “pregresse”, ma anche “maturate” (aggettivo, per altro, assente nel decreto “cura Italia”).

E ad aumentare la confusione, la Funzione Pubblica, sempre nell’accordo citato prima, ha concordato con i sindacati di inviare segnalazioni al Servizio Ispettorato, finalizzate all’aggiornamento dell’accordo stesso.

Tuttavia, lasciando ancora dissotterrata l’ascia di guerra sulle ferie, i sindacati mandano a Palazzo Vidoni segnalazioni contro atti di collocazione in ferie relative al 2020 e il Servizio Ispettivo sta inondando le amministrazioni pubbliche di richieste di “dovute rassicurazioni in merito alle determinazioni assunte”.

Rassicurazioni che non sono per nulla “dovute”, visto che le ferie del 2020 non sono oggetto del “cura Italia” ed, anzi, il Dpcm 10.4.2020 le ammette senz’altro; e che non servono a nulla, poiché i datori pubblici, come quelli privati, mantengono l’autonomia organizzativa e datoriale di organizzare le proprie attività comprendendo anche la fruizione delle ferie, programmandone l’utilizzo.

Come dice, Titolare: ma, con le emergenze in atto, sanitarie ed economiche, tanto gravi e pesanti, è realmente possibile che si sia intrapresa una querelle sulle ferie?


Foto di DarkWorkX da Pixabay

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