A colpi di cedolare, Pantalone ci resta secco

Una nuova, pericolosa tendenza sta affermandosi in Italia: ridurre l’imposizione fiscale ogni volta che c’è un problema di prezzi. Dalle bollette agli stipendi netti, e ora (pare) anche il contrasto allo spopolamento commerciale dei centri urbani, con la chiusura di negozi e botteghe. Una strada molto pericolosa, che assalta l’Irpef, intrappolando quelli che non possono sfuggire alla schiavitù del sostituto d’imposta e che poi, alla prima assai parziale restituzione del fiscal drag, vengono esposti al pubblico ludibrio in quanto “ricchi”.

Rinnovi contrattuali detassati

Della detassazione dei rinnovi contrattuali ho scritto. Nel dettaglio, il ddl Bilancio prevede che, per il solo 2026, visto che i soldi non ci sono, gli incrementi retributivi corrisposti ai dipendenti del settore privato, in attuazione di rinnovi contrattuali sottoscritti negli anni 2025 e 2026 e limitatamente a redditi da lavoro di importo non superiore a 28 mila euro, vengano assoggettati a imposta con aliquota del 5 per cento, che include Irpef e addizionali locali.

Inoltre, la quota dei premi di produzione tassata con cedolare passa da 3 mila a 5 mila euro, con aliquota ridotta dal 5 all’1 per cento per gli anni 2026 e 2027. Nel 2026 si introduce un’imposizione sostitutiva (di Irpef e addizionali) del 15 per cento, per un massimo di 1.500 euro annui, per la retribuzione legata al lavoro notturno, festivo o nei giorni di riposo, a patto che il reddito dell’anno precedente non superi 40 mila euro.

Misure del genere, che costeranno 1,6 miliardi di euro nel 2026, discriminano tra lavoro pubblico (non beneficiato) e privato, e fra lavoratori che vedranno il rinnovo del contratto di lavoro nel biennio 2025-26 e tutti gli altri, meno “fortunati”. Ho anche seri dubbi che la motivazione ufficiale che verrà avanzata in questo caso (“solo per un anno, affrettatevi a rinnovare i contratti!”) risulterà vincente. In ogni caso, consentirà alle organizzazioni datoriali di scaricare sui contribuenti parte del costo del rinnovo. Peraltro, se il beneficio fiscale di detassazione dovesse valere per il solo primo anno di vigenza del nuovo contratto collettivo, come pare, sarebbe in complesso poca e inutile cosa. Il caro vecchio concetto di costo opportunità: che fare con risorse scarse? Ma ai politici non entra in testa.

Sussidiare i proprietari di negozi

Questi sono i frutti della crisi fiscale, lo sappiamo. Ma anche (e direi soprattutto) di quella della contrattazione collettiva. Ma qualcuno vorrebbe espandere la scorciatoia fiscale anche ai beni patrimoniali. Parliamo di un emendamento alla legge di bilancio, presentato da Forza Italia, che prevede la possibilità di applicazione di cedolare secca del 21 per cento ai contratti di locazione di immobili censiti in categoria C/1, quindi negozi e botteghe, con superficie sino a 600 metri quadri ed escluse le pertinenze. La copertura è di 163 milioni annui, attinti dal Fondo per interventi strutturali di politica economica.

Si tratterebbe invero di una anticipazione di quanto previsto dalla cosiddetta riforma fiscale del governo Meloni ma sapete com’è: mancano soldi. E quindi meglio agire d’anticipo e appuntarsi al petto la medaglietta dell’ennesimo assalto all’Irpef. Questo beneficio fu già introdotto nel 2019 e durò assai poco: chiedetevi il motivo.

Perché intervenire su questi immobili? Per fare emergere il nero, come da motivazione usata per le locazioni residenziali? Ovviamente no. L’idea è quella di sostenere contemporaneamente i commercianti affittuari e i loro locatori. Questi ultimi avrebbero un beneficio in termini di reddito netto della locazione e potrebbero quindi trasferirlo, in tutto o in parte, ai locatari. Davvero?

Il fatto è che le botteghe vengono disintermediate dalla distribuzione più o meno grande e moderna, oltre che dall’e-commerce. Se qualcuno pensa di invertire o arrestare la tendenza sostenendo il reddito da locazione dei proprietari degli immobili, ha capito ben poco o finge di non capire.

Se i locatori non ottengono il livello di reddito a cui aspirano, possono sempre vendere, ovviamente alle condizioni di mercato, che non è un mercato di venditori, per usare un eufemismo. Ma usare la leva fiscale per preservare il loro livello di reddito è semplicemente assurdo, oltre che uno spreco di risorse fiscali. Se la domanda per le attività locali è pressoché svanita, queste ultime non avranno comunque modo di sostenere il costo dell’affitto. Se invece in Italia esistono ancora zone in cui gli affitti delle locazioni commerciali di piccola dimensione sono in aumento (dalla tendenza avversa non si salva neppure Milano), allora questa cedolare secca rischia di essere un sussidio inutile al locatore, che non è affatto detto andrà a traslarlo sul locatario. Comunque la si giri, una misura priva di senso.

I comuni possono contribuire, cambiando la destinazione d’uso di quegli immobili, rendendoli residenziali. Ma questo continuo assalto alla fiscalità generale per ritagliare mance che durano un anno, eventualmente rinnovabili a costo di ulteriori distorsioni, porta solo all’asfissia del sistema, già ingessato di suo. E se riguarda investimenti anziché lavoro, è ancor meno accettabile. Perché negli investimenti shit happens. Chiedere welfare anche per loro dà la misura della degenerazione del socialismo surreale che ha ammalorato questo paese.

Un po’ come leggere di organizzazioni imprenditoriali di categoria che invitano il governo a defiscalizzare i rinnovi contrattuali “perché così si contrastano i contratti pirata”. Oh, Flaiano, spero che tu stia guardando tutto ciò e ti stia divertendo un mondo.

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