Il CCNL è morto. L’Irpef paga il funerale

Lo scorso agosto, ho scritto un articolo intitolato “Aumenti di stipendio? Offre Pantalone, in cui segnalavo la piega preoccupante presa dagli ultimi esecutivi italiani nel tentativo di far recuperare il leggendario “potere d’acquisto” ai lavoratori, segnatamente quelli a minor reddito. Cioè mettere gli aumenti a carico della fiscalità generale, contribuendo a svuotare la povera Irpef, ormai moribonda, e incastrare i contribuenti a maggior reddito (siano essi dipendenti o autonomi in regime ordinario) in una pressa fiscale che li spreme senza pietà. Tutto iniziò con gli 80 euro di Matteo Renzi. Dopo di che, non ci siamo più fermati.

Scrivevo:

Per sintetizzare: è ormai incistata la cattiva prassi di tentare di sostenere i redditi di lavoro più bassi intervenendo con la fiscalità generale, con le famose flat tax che tanto piacciono alla politica impotente. Ciò finisce col devastare l’Irpef e aumentare la pressione fiscale a danno degli agiati percettori di redditi superiori alle fatidiche soglie, quella classica dei 35 mila ma anche quella dei 50 mila e quella dei 75 mila che di recente ha fatto il suo debutto in società per rieducare i plutocrati. Poi leggerete e sentirete, nei rancidi “panini” serali dei tg, che l’urgenza è quella di ridurre le tasse al ceto (del dito) medio.

Costosa supplenza fiscale

Detto in altri termini, la fiscalità generale viene sempre più chiamata a svolgere un improprio e costoso ruolo di supplenza del mancato funzionamento della contrattazione collettiva nazionale. Il che non depone benissimo per il futuro di questo paese. Ora che la legge di bilancio 2026 è archiviata e operativa, possiamo andare a verificare quali danni aggiuntivi si sono prodotti dalle scelte che l’hanno plasmata.

Facciamo il punto grazie a un commento del professor Marco Leonardi, economista. Le premesse: l’Italia soffre di un crollo dei salari reali che non ha eguali nel mondo sviluppato o sedicente tale. Tra le spiegazioni c’è quella sulla presenza dei cosiddetti contratti pirata ma, come osserva Leonardi, ad oggi non c’è stato alcun tentativo non declamatorio di riformare il sistema della contrattazione collettiva con una legge sulla rappresentanza.

C’è poi la spiegazione della insufficiente crescita della produttività italiana, che in parte è vera ma che non spiega tutto. Se la produttività aggregata del paese è diminuita per lo sviluppo di settori ad alta intensità di lavoro, cioè i comparti dei servizi o di quello che definisco il nostro “terziario arretrato”, ciò non spiega quello che accade alle retribuzioni dei lavoratori della manifattura. Dove peraltro i rinnovi contrattuali restano improntati a metriche molto “old economy” nel senso che non considerano parametri quali l’evoluzione del valore aggiunto per addetto.

I contratti collettivi nazionali di lavoro si rinnovano con sistematico ritardo e, quando si trovano ad attraversare perturbazioni inflazionistiche rilevanti, come quella del periodo 2022-2023, non proteggono alcunché, perché le imprese fischiettano e puntano a portarsi a casa la “svalutazione competitiva” per altre vie, prodotta dal parziale e tardivo adeguamento della contrattazione collettiva.

Sorge un problema politico, e i governi (non solo l’attuale) escogitano di pagare “aumenti di stipendio”, in termini di maggior netto in busta, mettendoli sul groppone della fiscalità generale. Quest’anno, tuttavia, il governo Meloni ha fatto di peggio. Leggiamo Leonardi:

La promessa iniziale era di limitare lo sconto ai contratti firmati nel 2025 e 2026, e solo fino al limite del primo scaglione Irpef di 28 mila euro di reddito annuo. Dopo gli emendamenti, e al fine di includere il contratto del commercio che copre più di 2 milioni di lavoratori, si è passati ai contratti firmati nel 2024 e fino a redditi sopra i 33 mila euro (nel secondo scaglione Irpef). Ma l’intento della norma non doveva essere quello di incentivare il rinnovo dei contratti?

Distorsioni che resteranno

Già, non era quello l’intento? Però, poiché il contratto del commercio “pesa” in termini elettorali, ecco la retroattiva levata d’ingegno. Che di certo non incentiverà futuri tempestivi rinnovi, anzi produrrà l’effetto opposto oltre al rischio che diventino parte del panorama — nel senso che ogni anno l’esecutivo di turno dovrà cercare coperture per queste defiscalizzazioni. Aspettate le prossime tornate di rinnovi dei CCNL, e vedrete.

Ovvio che una simile tendenza, oltre a essere misura della febbre di questo paese, irrigidisce il bilancio pubblico, sussidia le imprese presentando il conto a chi ancora paga tutte le tasse, e approfondisce la fossa dell’Irpef. Ribadisco: questa per le imprese diventa una sorta di svalutazione competitiva dalla porta di servizio. Si va verso forme di suicidio fiscale come quello prodotto dall’aberrazione elettoralistica di questo governo chiamata flat tax incrementale.

Un futuro governo di sinistra, ammesso che non imploda durante la prima legge di bilancio, cercherebbe le coperture con aumenti di entrate, poste a carico dei “ricchi” che guadagnano oltre i 50 mila euro. Le premesse ci sono tutte, basta leggere le interviste di fine anno della confusa segretaria pro tempore del Pd, che in questo 2026 allieterà i retroscenisti politici con i suoi disperati tentativi di farsi incoronare candidata premier del camposanto largo.

Invece la strada resta una e una soltanto: prendere atto che il contratto collettivo di lavoro, nella configurazione attuale, è morto, e spostare la contrattazione a livello aziendale e territoriale, inserendo il salario minimo con funzione protettiva dei redditi più bassi. Non lo faranno, perché il CCNL è un tabù nazionale, e pensare di archiviarlo e decentrarlo è visto come una bestemmia. Anche da Confindustria, che dopo tutto ha qualcosa da guadagnare da questa contrattazione ritardata e con svalutazione competitiva gentilmente offerta dai contribuenti.

Ma queste sono forme di miopia politica sempre più grave, che ormai sconfina nella cecità.

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