La narrativa di una rinascita nucleare globale si scontra con una realtà difficile da ignorare: il divario tra l’Occidente e la Cina non è una questione di ambizioni o annunci, ma di capacità industriale accumulata. La Cina ha oggi 59 reattori operativi e più di 28 in costruzione — prima nella classifica mondiale per 18 anni consecutivi. La sua capacità installata è destinata a superare quella francese nel 2026 e quella americana entro il 2032. Dall’altra parte, in questo secolo, gli Stati Uniti hanno messo in rete solo tre reattori.
Il caso simbolo è Vogtle (Georgia): primo impianto nucleare americano in trent’anni, completato nel 2024 con sette anni di ritardo e oltre 35 miliardi di dollari di costo finale — più del doppio del preventivo iniziale. Il progetto utilizzava lo stesso design Westinghouse AP1000 che è ora al centro del grande piano di Trump di rilancio del nucleare americano che analizzeremo tra poco.
Cinesi a passo di carica
La Cina si pone in netto contrasto. Sta costruendo reattori a un ritmo senza precedenti – fino a 10 unità all’anno – sostenuta da finanziamenti statali e da una filiera interna, mentre persegue la sicurezza energetica, aria più pulita e dominio tecnologico. Se i piani di costruzione attuali e le proiezioni si confermeranno, supererà la capacità degli Stati Uniti entro il 2032, come mostrano i dati analizzati da Bloomberg. Un sorpasso storico.

La Cina punta a raggiungere una capacità nucleare di 200 GW entro il 2035, rispetto ai circa 57 GW attuali. Si prevede che il nucleare contribuisca a circa il 10% della generazione di energia nel paese entro il 2035 – rispetto al 4,5% odierno – e al 18% entro il 2060, con una capacità di generazione totale di 400 GW entro il 2060, secondo l’Associazione cinese per l’energia nucleare.
Quasi tutti i reattori cinesi completati dal 2010 sono stati messi in servizio in sette anni o meno — con cinque unità in rete dal 2022 con tempi compresi tra cinque e sette anni. In confronto, negli Stati Uniti e in Francia i costi sono sistematicamente lievitati: il costo per watt installato negli USA raggiunge oggi i $15, contro i circa $2 della Cina (secondo i dati di una ricerca pubblicata su Nature da Johns Hopkins/Harvard/CUNY/Stony Brook, 2025).
Le ragioni di questo vantaggio sono strutturali e riconducibili al sistema-paese:
1. Finanziamento di Stato a tassi irrisori. I prestiti statali coprono circa il 70% dei costi di costruzione a tassi d’interesse intorno all’1,4% — strutturalmente incomparabili con il costo del capitale privato in Occidente.
2. Standardizzazione dei design e learning by doing continuo. A differenza degli USA — dove ogni reattore è sostanzialmente un prototipo — la Cina ha puntato su design standardizzati come il reattore Hualong One (PWR di terza generazione). La costruzione ininterrotta dal 1985 a oggi ha permesso di accumulare curve di apprendimento che altrove si sono interrotte. Ogni reattore costruisce sulle competenze del precedente; la forza lavoro non si disperde tra un progetto e l’altro.
3. Filiera interna completa. L’indigenizzazione progressiva della produzione — dai componenti elettromeccanici ai sistemi di sicurezza — ha ridotto la dipendenza da fornitori esteri e ha eliminato i colli di bottiglia che affliggono i progetti occidentali (turbine a gas, manodopera specializzata, tempi di approvazione regolatori). La Cina afferma di aver sviluppato autonomamente circa il 90% della tecnologia dei reattori di quarta generazione.
4. Permessi e regolamentazione prevedibili. Negli USA il tempo mediano tra presentazione del progetto e approvazione per l’allacciamento alla rete è cresciuto da meno di 2 anni nel 2000 a 4,5 anni oggi (Goldman Sachs/Lawrence Berkeley National Laboratory). In Cina i processi autorizzativi sono centralizzati e privi di opposizione locale istituzionalizzata.
5. Scala e ambizioni esplicite. La Cina punta a 200 GW di capacità nucleare entro il 2035, attraverso 150 nuovi reattori — un investimento stimato tra 370 e 440 miliardi di dollari. Vuole anche esportare 30 reattori entro il 2030 ai Paesi della Belt and Road Initiative, a prezzi fino al 30% inferiori ai concorrenti francesi e sudcoreani.
Le scogliere occidentali si avvicinano
L’amministrazione Trump ha annunciato a ottobre 2025 un impegno di oltre 80 miliardi di dollari per acquistare reattori da Westinghouse Electric — una mossa strutturata come garanzia di flusso di domanda pubblica (sul modello dei sussidi ai semiconduttori e all’acciaio) più che come sviluppo tecnologico. Il governo americano avrà una partecipazione agli utili al verificarsi di alcune condizioni e, in caso di quotazione, potrebbe ottenere una quota di circa l’8% di Westinghouse. Parte del finanziamento arriva da un accordo parallelo con il Giappone, che si è impegnato a investire oltre 330 miliardi di dollari nelle infrastrutture energetiche statunitensi.
Trump punta quindi a mettere a leva un “campione nazionale” da cui comprare reattori. Si tratta di un costruttore il cui ultimo grande progetto domestico è costato il doppio del preventivo e ha impiegato sette anni in più del previsto. La promessa è che stavolta andrà diversamente.
L’obiettivo dichiarato è sbloccare il finanziamento privato a progetti che stentano a decollare nonostante il rinnovato interesse. Il problema di fondo rimane però lo stesso: degli SMR (Small Modular Reactor) su cui l’industria americana punta per il futuro, solo NuScale ha ottenuto una certificazione di design, e nessuno ha ancora avviato la costruzione su scala reale. Nel breve termine, l’unica soluzione praticabile è mantenere in funzione la flotta esistente, con un’età media di 44 anni — oltre la durata di licenza standard di 40 anni.
In Francia, il nucleare ha coperto il 70% del mix elettrico nel 2025, ma il primo dei sei nuovi reattori pianificati da Macron è già slittato di tre anni al 2038. Il costruttore EDF fatica a consegnare in tempo ed entro il budget per le stesse cause degli USA: interruzione della costruzione seriale dopo Chernobyl, erosione delle competenze, base industriale svuotata. In Regno Unito, il settore è in contrazione dal picco di inizio secolo. Hinkley Point C, già in ritardo, ha subito un’ulteriore proroga al 2030, con immancabili revisioni di prezzo. Per Sizewell C, si punta anche sulla Regulatory Asset Base, cioè a mettere immediatamente in bolletta parte degli oneri di costruzione, oltre ad aver creato piani contingenti che, in caso di scenario avverso, farebbero scattare pesanti interventi pubblici di sostegno finanziario. In Giappone, solo 14 dei 33 reattori commercialmente disponibili sono stati riavviati dopo Fukushima. Più in generale, come si osserva dai grafici realizzati da Bloomberg (vedi slide show qui sotto), per molti paesi occidentali, soprattuto la Francia, dal 2040 circa si avrà un drop-off di generazione nucleare, con la dismissione definitiva di vecchie centrali la cui vita utile è stata estesa in modo considerevole.
SMR, promessa quasi eterna
La narrativa dominante vuole che i reattori nucleari di piccola taglia — gli Small Modular Reactor (SMR), convenzionalmente sotto i 300 MW — siano la soluzione al problema strutturale dell’Occidente: più flessibili, costruibili in fabbrica in modo standardizzato, finanziariamente meno impegnativi dei giganti da oltre 1.000 MW, e quindi più accessibili per le utilities e le Big Tech che cercano energia pulita di baseload per alimentare i data center. La promessa è quella di ribaltare la “maledizione dei costi” che ha bloccato il nucleare classico.
La realtà è più complessa — e per certi aspetti imbarazzante. Secondo i dati di JP Morgan riportati nel report energetico 2025, nel mondo esistono tre SMR operativi: uno in Cina, due in Russia. Un quarto è in costruzione: in Argentina, con 12 anni di cantiere all’attivo e costi lievitati del 700% rispetto al preventivo. I due reattori russi e quello cinese hanno anch’essi impiegato 12 anni invece dei 3-4 previsti, con sforamenti di costo rispettivamente del 400% e del 300%. Siamo di fronte, in tutti i casi, a prototipi unici costruiti senza economie di serie — il che spiega in parte i problemi — ma anche a un segnale inequivocabile che le promesse di costruzione rapida e a basso costo restano, per ora, promesse.
Il caso NuScale, si diceva, è emblematico. Si tratta dell’unica azienda americana ad aver ottenuto la certificazione di design dalla Nuclear Regulatory Commission per un SMR. Eppure il suo progetto-faro — sei moduli da 77 MW presso l’Idaho National Laboratory, destinato ad alimentare 33 utilities dello Utah — è stato cancellato nel novembre 2023. Il costo stimato era salito da 4,2 miliardi di dollari per 600 MW nel 2018 a 9,3 miliardi per soli 462 MW a progetto definito, con un costo per kW installato di circa $21.500 — comparabile a Vogtle, il disastro da cui gli SMR dovevano essere la via d’uscita. Il prezzo dell’elettricità prodotta aveva raggiunto $89/MWh contro l’obiettivo dichiarato di $55/MWh, e nessuna utility voleva più comprarne l’output.
Il problema di fondo è strutturale: le economie di scala funzionano al contrario per i reattori piccoli rispetto a quelli grandi. Un impianto da 1.000 MW non costa cinque volte un impianto da 200 MW, né impiega cinque volte il personale. Di conseguenza, il costo per kW installato degli SMR tende a priori ad essere più alto, non più basso. I proponenti sostengono che la produzione seriale in fabbrica compenserà questo svantaggio — ma è una tesi che richiede di costruire molti reattori identici in serie, il che a sua volta richiede domanda stabile e coordinata, cosa che un mercato frammentato e incerto non garantisce.
Chi si muove più velocemente, ancora una volta, è la Cina: ha messo in funzione il Linglong-1 (ACP100), il primo SMR commerciale al mondo con design cinese, e sta sviluppando ulteriori progetti. In Occidente, gli annunci proliferano — Rolls-Royce SMR in UK (Galles, poi Repubblica Ceca), Holtec SMR-300 in Inghilterra, X-energy nel nordest inglese, Amazon con 960 MW da costruire nello Stato di Washington in partnership con Energy Northwest — ma nessuno ha ancora avviato costruzione su scala reale.
Tempi e costi, un solo leader
La domanda di energia pulita e continua per i data center AI è reale e urgente (Goldman Sachs, come ho segnalato, stima che i data center assorbiranno quasi la metà della crescita della domanda elettrica USA nei prossimi quattro anni). Il nucleare è la risposta tecnologicamente coerente a quella domanda. Ma la capacità dell’Occidente di costruire nuovo nucleare in tempi utili è compromessa da decenni di inattività che hanno smantellato filiere e disperso manodopera specializzata e know-how operativo. Nel frattempo, la Cina ha costruito esattamente quella capacità — e la sta trasformando in vantaggio competitivo sull’AI.
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La sintesi di tutto ciò è scomoda: l’Occidente sta puntando sul nucleare come risposta alla domanda energetica dell’AI, e sugli SMR come risposta alla propria incapacità di costruire grandi centrali. Ma la tecnologia che dovrebbe risolvere il problema è essa stessa in ritardo di almeno un decennio rispetto alle promesse, con costi che non convergono verso il basso e un unico pioniere globale — la Cina — che nel frattempo costruisce sia i reattori grandi che quelli piccoli, più in fretta e a meno di un quinto del costo occidentale. Cina che, come vi sto spiegando da tempo, ha un mix energetico che orchestra agevolmente rinnovabili, fossili e nucleare. Forse dietro a tutto ciò vi è il maggior spreco di risorse pubbliche della storia dell’umanità (il tempo dirà), ma i risultati immediati sono visibili.
Il problema del nucleare sono i suoi costi. Ma fuori dalla Cina.
(Immagine creata con ChatGPT Sora)






