Piccola notazione autobiografica seguita da richiesta pubblica al maggior quotidiano italiano. Mi accorgo solo oggi che il suo direttore responsabile, Luciano Fontana, mi ha bloccato su Twitter. I motivi mi sfuggono ma forse sono riconducibili alla richiesta di chiarimenti che il sottoscritto ed alcune altre persone, ben più titolate di me, gli hanno rivolto tempo addietro riguardo ad una “inchiesta” di Milena Gabanelli sulla mutualizzazione del debito pubblico in Eurozona.

Nei giorni scorsi la Banca centrale europea ha pubblicato un bollettino di ricerca in cui si fornisce evidenza di un comportamento politico, indirettamente riconducibile allo spoils system, da parte delle banche di risparmio tedesche nell’investimento in bond sub-sovrani, cioè quelli dei Laender. Interessante evidenza del fatto che i tedeschi sono umani, dopo tutto, ma che da noi ha suscitato reazioni lievemente sopra le righe.

Il nuovo passatempo degli italiani, in quella terra di nessuno che va da Natale a Capodanno, è in realtà assai vecchio: perché la Bce chiede più capitale per MPS? Perché non sono più i leggendari 5 miliardi scribacchiati sul tovagliolo al bar, durante il regno di Pinocchio-Lucignolo Renzi ma sono diventati ben 8,8? Cosa c’è sotto, dietro, sopra, di lato? Ah, saperlo. Però, anche nelle gravi angustie dei contribuenti italiani causate dalla banca più antica del mondo, eccetera eccetera, c’è un’ossessione che non si schioda dalla mente dei nostri giornalisti, editorialisti, politici, commentatori: perché Deutsche Bank riceve tutti questi favoritismi? Eh? Perché?

Spigolando tra i punti del programma presidenziale di François Fillon (che analizzeremo in dettaglio col trascorrere delle settimane), ci è caduto l’occhio sulla parte relativa alle politiche europee, in particolare su ruolo dell’euro e politica commerciale. Da essi si coglie il tentativo di Fillon di svuotare l’acqua dell’acquario in cui nuota il Front National di Marine Le Pen (che non ha ancora aggiornato il programma del suo partito, fermo al 2012) e rinsaldare il direttorio franco-tedesco, entro un quadro sempre più intergovernativo in cui la Commissione europea finirebbe rottamata. Operazioni ad elevato rischio di esecuzione, diremmo, oltre che basate su alcuni assunti piuttosto eroici.

Ieri, in occasione di un forum sulla Ue organizzato dall’Ansa, il sottosegretario agli Affari europei, Sandro Gozi, è tornato a intonare la canzoncina sulla Germania cattivona e mercantilista, che passa il tempo esportando come una forsennata (magari perché tiene alla fame i suoi lavoratori, come molti italiani sono nel frattempo riusciti a credere), spiazzando gli altri paesi dell’Eurozona ed impedendo quindi all’Italia di dispiegare tutto il potenziale di crescita racchiuso nelle imprescindibili riforme strutturali del governo Renzi. Yawn.

Per la prima banca tedesca, Deutsche Bank, il momento della resa dei conti sembra avvicinarsi. L’ultima di una lunga serie di gocce avvelenate è stata la richiesta del Dipartimento di Giustizia statunitense di una sanzione da 14 miliardi di dollari per frode legata a vendita inappropriata (misselling) di mutui. La banca tedesca ha una serie di problemi esistenziali, tra cui la propria missione, tra banca commerciale e banca d’investimento, ed un carico di contenziosi il cui petitum eccede ampiamente quanto sinora accantonato. La sorte del sistema bancario tedesco, e di DB in particolare, è seguita in Italia con singolare attenzione, sia per una classica Schadenfreude che per l’assai poco segreta ma del tutto irrazionale speranza che, presto o tardi, DB riceva aiuti di stato e che ciò apra la strada anche da noi ad una bella cascata di soldi pubblici (che non ci sono, ma sono dettagli) su un sistema bancario sinistramente scricchiolante, da MPS in giù. Sono speranze molto italiane, cioè miopi ed irrazionali.

Ieri Matteo Renzi, impegnato allo spasimo ad ottenere dalla Ue nuovo deficit di pessima qualità con cui impiccare il paese, ha detto che “la Germania ha un surplus commerciale di 90 miliardi di euro, che tiene fermi anziché investirli”. Oggi, in suo soccorso, accorre Federico Fubini sul Corriere con un’altra perla, sull’export tedesco: “Si tratta di una somma così grande che le imprese, lo Stato e i cittadini tedeschi non riescono a trasformarla in consumi e investimenti produttivi. Preferiscono la liquidità, dunque il risparmio inerte continua ad accumularsi”.