C’era grande attesa, per usare un eufemismo, per le parole di Mario Draghi ieri dopo il meeting del Consiglio direttivo della Banca centrale europea. La domanda era sempre quella: quale coniglio Ogm uscirà stavolta dal cilindro? Quali attivi verranno acquistati, alla ripresa di un Quantitative easing che era stato avviato a chiusura subito prima che la congiuntura tornasse a deteriorarsi? Per il momento, si attende settembre. Ma la Bce potrebbe avere le polveri bagnate, e non solo per l’imminenza dell’uscita di Draghi.

Sono i mercati che bullizzano la Fed, non Trump

Da qualche tempo, i mercati stanno invocando massicci tagli dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve. In questo, si sono affiancati ai tweet da bullo di Donald Trump, che non perde occasione per ribadire tutta la rozzezza del suo armamentario ideologico, sostenendo che la Fed starebbe legando mani e braccia all’economia statunitense, ponendola a svantaggio competitivo rispetto a Cina ed Eurozona.

Dopo una giornata di esaltanti bocciature “tecniche”, o meglio da parte della realtà, oggi il nostro prestigioso esecutivo sovranista, intento a comprarsi le elezioni europee e quelle italiane, ha deciso che si procede, business as usual, o i più autarchici “me ne frego”, “se indietreggio, uccidetemi”, “molti nemici, molto onore”, che tanto bene hanno portato al titolare del copyright di quei claims. Ma la giornata di ieri è stata interessante soprattutto perché ha fornito alcune indicazioni su quanto potrebbe attenderci a breve.

Altre osservazioni spicciole domenicali su quello che ci aspetta se gli scappati di casa daranno seguito alle loro minacce contabili. Cominciamo dalla domandona che molti patrioti si fanno: perché questo deficit così basso e che replica quanto fatto in passato da altri governi italiani è diventato improvvisamente la pietra dello scandalo? Sarà mica un complotto contro di noi, eh? Eh?

E così, il sedicente “governo del cambiamento” ha gettato il debito oltre l’ostacolo, approvando una nota di aggiornamento al Def che prevede un rapporto deficit-Pil al 2,4% per ben tre anni, per finanziare nuova spesa senza copertura. Vinte le resistenze del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, le cui dimissioni sono probabilmente state bloccate dal presidente della Repubblica, almeno per ora. Avremo giorni e settimane molto interessanti.

Il Fondo Monetario Internazionale suona l’allarme per le condizioni di stress di debito in cui versano numerosi paesi dell’Africa sub-sahariana. Negli ultimi anni, complice sia la precedente fase di boom dei prezzi delle materie prime sia la fame di rendimenti da parte degli investitori internazionali, molti paesi africani hanno considerevolmente aumentato il proprio debito. Al venir meno delle condizioni favorevoli, il rischio default è schizzato.

Da Bloomberg un paio di grafici che mostrano il potenziale di rischio per l’economia globale che origina dalla Cina. Nel primo si nota la il rapporto di indebitamento del settore non finanziario dell’economia (famiglie ed imprese) era arrivato a dicembre 2014 al 192% del Pil, contro il 118% del 2008, prima della crisi finanziaria globale. “Ma questo non è un vero problema, per ogni passività ci sono degli attivi”, dirà qualcuno.