Mi sarei volentieri risparmiato di commentare l’esito del referendum consultivo sulla messa a gara del trasporto pubblico locale in area urbana a Roma. Si tratta di uno di quei temi ormai stucchevoli, per logoramento, e dove si realizzano polarizzazioni immediate, con conseguente frastuono. Però alcune riflessioni ve le infliggo comunque.

Dopo una giornata di esaltanti bocciature “tecniche”, o meglio da parte della realtà, oggi il nostro prestigioso esecutivo sovranista, intento a comprarsi le elezioni europee e quelle italiane, ha deciso che si procede, business as usual, o i più autarchici “me ne frego”, “se indietreggio, uccidetemi”, “molti nemici, molto onore”, che tanto bene hanno portato al titolare del copyright di quei claims. Ma la giornata di ieri è stata interessante soprattutto perché ha fornito alcune indicazioni su quanto potrebbe attenderci a breve.

Altre osservazioni spicciole domenicali su quello che ci aspetta se gli scappati di casa daranno seguito alle loro minacce contabili. Cominciamo dalla domandona che molti patrioti si fanno: perché questo deficit così basso e che replica quanto fatto in passato da altri governi italiani è diventato improvvisamente la pietra dello scandalo? Sarà mica un complotto contro di noi, eh? Eh?

E così, il sedicente “governo del cambiamento” ha gettato il debito oltre l’ostacolo, approvando una nota di aggiornamento al Def che prevede un rapporto deficit-Pil al 2,4% per ben tre anni, per finanziare nuova spesa senza copertura. Vinte le resistenze del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, le cui dimissioni sono probabilmente state bloccate dal presidente della Repubblica, almeno per ora. Avremo giorni e settimane molto interessanti.

Il Fondo Monetario Internazionale suona l’allarme per le condizioni di stress di debito in cui versano numerosi paesi dell’Africa sub-sahariana. Negli ultimi anni, complice sia la precedente fase di boom dei prezzi delle materie prime sia la fame di rendimenti da parte degli investitori internazionali, molti paesi africani hanno considerevolmente aumentato il proprio debito. Al venir meno delle condizioni favorevoli, il rischio default è schizzato.

Da Bloomberg un paio di grafici che mostrano il potenziale di rischio per l’economia globale che origina dalla Cina. Nel primo si nota la il rapporto di indebitamento del settore non finanziario dell’economia (famiglie ed imprese) era arrivato a dicembre 2014 al 192% del Pil, contro il 118% del 2008, prima della crisi finanziaria globale. “Ma questo non è un vero problema, per ogni passività ci sono degli attivi”, dirà qualcuno.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

II 2015 sarà un anno gravido di incognite sulla crescita globale. La Cina resta osservata speciale, con i persistenti rischi di scoppio della bolla immobiliare ma anche di un eccesso di investimenti che sta già traducendosi in pressione deflazionistica da eccesso di capacità produttiva soprattutto nell’industria pesante, e la costante minaccia di una esplosione di sofferenze bancarie. Ma gli ultimi mesi, con il forte apprezzamento del dollaro causato da attese di avvio di una fase di rialzo dei tassi d’interesse statunitensi, hanno inflitto danni molto severi all’intero blocco dei Paesi emergenti, con forti deflussi di capitali e deprezzamento delle valute locali.

Ieri, in ben due editoriali, su Project Syndicate e Financial Times, l’indaffaratissimo Adair Turner, barone di Ecchinswell e presidente della Financial Services Authority sino al suo scioglimento (ma non è rimasto senza incarichi pubblici, tranquilli), è tornato su una sua antica e dirompente proposta per affrontare l’ormai angosciante problema dell’intrattabile accumulo di debito e rilanciare l’inflazione.