Su la Stampa, sapido commento di Massimo Gramellini sulle esternazioni mediorientali del nostro premier. Che alla Knesset si è esibito in un discorso di alto profilo, usando parole dure nei confronti della seconda Intifada palestinese, definita “terroristica” e subito dopo, al cospetto di Mahmoud Abbas (che la stampa italiana, per insondabili motivi, continua a chiamare col nome di battaglia di Abu Mazen), abbozzando un parallelo tra i 500 morti palestinesi dell’operazione israeliana “Piombo fuso” e le vittime della Shoah.

We report, you decide: “In Italia la sinistra e gli intellettuali organici fanno il tifo per il dittatore perché è più chic”. Notevole anche il titolo di spalla, “Partito dell’amore, Franceschini scende in guerra”. A questo punto, pur a rischio di apparire elitisti (da non confondere con etilisti), qualche domanda sui lettori de il Giornale occorrerebbe iniziare a porsela.

Giù le mani dai valorosi ajatollah
Giù le mani dai valorosi ajatollah

Lakeside Capital condivide, giustamente, le considerazioni di Angelo Panebianco sulla posizione obamiana sull’Iran, e critica il riflesso pavloviano dell’arguto “responsabile Esteri” del Pd, Piero Fassino. Ma analoga critica va rivolta a tutti i neocon con lo scolapasta in testa che criticano Obama con le stesse argomentazioni, dimostrando di essere gli eredi naturali di quel “pensiero progressista” che tante devastazioni ha causato al mondo.

Dunque, vediamo: Ahmadinejad non ci piace. E ci mancherebbe, dato quello che da sempre vomita contro lo stato di Israele. Ma neppure Mousavi ci piace. Era uno sgherro di Khomeini, in fondo. Ma le folle per le strade delle città iraniane sono quelle di sostenitori dell’uno o dell’altro. Quindi, che vogliamo fare? Semplice: salviamo le manifestazioni come vibrante esempio di aspirazione alla democrazia (almeno pensiamo), ma ci dichiariamo schifati da ognuno dei due. E quindi, chi sono i veri manifestanti che dovremmo sostenere, se per ora nelle strade ci sono solo quelli di Ahmadinejad e di Mousavi? Un terzo gruppo, un gruppo che sia autenticamente “liberale”. Bene, ma chi, esattamente?

C’eravamo tanto azzardati:

Allora. Pare che Ahmadinejad abbia vinto, e non di poco. Se mi chiamassi Gad Lerner sosterrei che il discorso del Cairo ha convinto gli iraniani che da Obama potranno ottenere tutto quello che vogliono, a cominciare dal nucleare, e che non è il caso di mollare, proprio adesso che gli americani aprono le porte. Ma non mi chiamo Gad Lerner. (Camillo, 13 giugno 2009)

In un recente editoriale, Thomas Friedman argomenta che la crisi globale ed il forte ridimensionamento delle quotazioni del greggio potranno fornire al prossimo presidente degli Stati Uniti quel leverage necessario a mettersi attorno ad un tavolo e discutere con l’Iran. Un potere negoziale che, date le premesse, Friedman vede molto simile ad una mazza da baseball. Si è molto speculato sulla recente “malattia” di Ahmadinejad, definita da ambienti del governo di Teheran un semplice “esaurimento”. Secondo Friedman, contare a ritroso il prezzo del petrolio, da quasi 150 a circa 60 dollari, a Teheran avrebbe effetti opposti alla tradizionale conta delle pecore per addormentarsi.