Per la prima banca tedesca, Deutsche Bank, il momento della resa dei conti sembra avvicinarsi. L’ultima di una lunga serie di gocce avvelenate è stata la richiesta del Dipartimento di Giustizia statunitense di una sanzione da 14 miliardi di dollari per frode legata a vendita inappropriata (misselling) di mutui. La banca tedesca ha una serie di problemi esistenziali, tra cui la propria missione, tra banca commerciale e banca d’investimento, ed un carico di contenziosi il cui petitum eccede ampiamente quanto sinora accantonato. La sorte del sistema bancario tedesco, e di DB in particolare, è seguita in Italia con singolare attenzione, sia per una classica Schadenfreude che per l’assai poco segreta ma del tutto irrazionale speranza che, presto o tardi, DB riceva aiuti di stato e che ciò apra la strada anche da noi ad una bella cascata di soldi pubblici (che non ci sono, ma sono dettagli) su un sistema bancario sinistramente scricchiolante, da MPS in giù. Sono speranze molto italiane, cioè miopi ed irrazionali.

Da alcuni giorni è in corso una singolare campagna, orchestrata dalla Associazione bancaria italiana col supporto del quotidiano dei vescovi italiani, Avvenire. Il punto è così riassumibile: fermate la speculazione sulle banche italiane causata, tra le altre cose, da innovazioni tecnologiche quali il trading algoritmico. Affascinante tesi, che punta sull’hi-tech e sulle imperfezioni del mercato e non sul complotto banalotto di cui leggiamo da sempre. L’esito finale cambia poco, però: siamo sempre impegnati a scalare con le unghie la ormai tradizionale parete di vetro, per non voler vedere altro.

Da qualche tempo, su un settimanale di mercati finanziari e sul corrispondente quotidiano, edito dallo stesso gruppo editoriale, è in corso una singolare campagna “patriottica” a favore delle nostre banche. Gli ingredienti sono i soliti: il complotto dello Straniero, in particolare della Commissione Ue asservita ai tedeschi, e la “speculazione” internazionale che prende di mira i nostri istituti di credito, mettendoli in ginocchio. Nulla di inedito, molto di agostano: alla fine, in un modo o nell’altro, le pagine vanno imbrattate di inchiostro, senza tregua.

Oggi su Il Mattino c’è un’intervista al presidente dell’Abi, Antonio Patuelli. Da essa, apprendiamo che le banche italiane soffrono più delle consorelle europee perché il nostro paese è troppo “liberista”, ed anche che “paghiamo il prezzo delle privatizzazioni”. Siamo in agosto, c’è il sole e fa caldo, ma certe cose riescono comunque a sorprenderci.

Nel suo editoriale settimanale sul Financial Times, Wolfgang Munchau riconduce l’intemerata di Wolfgang Schaeuble contro la politica monetaria non convenzionale della Bce di Mario Draghi alla pressione che i tassi negativi esercitano sui bilanci di banche ed assicurazioni, che come noto sono l’architrave del sistema finanziario tedesco. Anche di quello italiano, a dire il vero, ma sono dettagli che a breve analizzeremo.

Continua il calvario percorso parlamentare della cosiddetta legge sulla concorrenza, quella che in astratto dovrebbe aumentare il benessere dei consumatori. Almeno quella sarebbe l’idea, pur con tutte le limitazioni ed i caveat del caso, in un paese economicamente analfabeta, patria del socialismo surreale e divorato dai conflitti d’interesse. Ieri, tra le altre cose, si è deciso che i consumatori-risparmiatori italiani devono essere protetti dalla realtà. Passiamo il tempo a dire le peggiori cose possibili del nostro legislatore ma siamo degli ingrati, questa è la verità.

I violenti spasmi dei mercati azionari, e segnatamente del settore più sistemico che esista, quello delle banche, sembrano indicare che, contrariamente a quanto anche da noi sempre pensato sin qui, le banche centrali siano ormai diventate le prime vittime dei loro passati successi. O meglio che, dopo aver vinto molte battaglie, stiano per perdere la guerra.