C’è un tema che scorre, neppure troppo sottotraccia, nel desolante dibattito politico di questo periodo: che fare delle pensioni, quando la cosiddetta “sperimentazione” di Quota 100 giungerà al termine, il prossimo anno? Tra le tante emergenze fatte in casa, con cura artigianale, l’Italia ha anche questa, e più in generale ha lo stato allucinatorio che porta a credere di poter innalzare le pensioni quando si è nel mezzo di una delle peggiori crisi demografiche da tempo immemore ed il paese non cresce.

L’anno è appena iniziato ma il vibrante think tank dei nostri esperti da quotidiano macina nuove meravigliose idee per fondere proiettili d’argento e paletti di frassino e riportare il nostro paese agli antichi splendori. E così, dopo il concorso a premi di Marco Fortis sulla raccolta di avanzi primari, oggi tocca analizzare una proposta non meno suggestiva elaborata, sempre sulle colonne del Foglio, da Massimo Mucchetti.

Oggi sul Messaggero c’è una intervista “programmatica”, o da fine anno (che poi è lo stesso), al presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. In essa torna, come prescrive il canovaccio, il pet project dell’economista di Roma Tre in quota M5S: un fondo pensione integrativo, gestito dall’Inps, che si aggiungerebbe all’offerta esistente ma differenziandosi da essa. Confesso che sinora avevo capito assai poco di questo progetto, forse per miei limiti o forse per penuria di dettagli. Che invece giungono, almeno in parte, in questa intervista.

Ieri si è tenuta l’assemblea di Assofondipensione, a cui era invitato anche il sottosegretario all’Economia, Pierpaolo Baretta. Ora, io non so chi, quando e come abbia sollevato il tema ma pare saremo costretti, nell’infinita via crucis italiana nel delirio, a discutere anche di una cosa chiamata “garanzia pubblica negli investimenti dei fondi pensione”.

I violenti disordini scoppiati in Cile negli ultimi giorni, che hanno trovato detonatore nella decisione di aumentare (del 4% medio) il prezzo del biglietto dei mezzi pubblici ma che ovviamente hanno radici ben più profonde, forniscono l’opportunità per fare il punto sul sistema pensionistico del paese, che (come anche i sassi sanno, sia pure spesso per narrazione mitologica) è a capitalizzazione. Almeno in via prevalente.

Su Repubblica, Tito Boeri commenta l’ultimo “non si può fare” di una lunga serie italiana: la rimozione di Quota 100. Perché, sapete, mentre per i lavoratori autonomi è lecito stravolgere le norme fiscali da un anno all’altro, ché tanto quelli sono tutti ladri e farabutti, per le pensioni occorre prendere per mano gli esausti pensionandi e non vandalizzare i loro “progetti di vita”, a spese dei sempre meno numerosi idioti che ancora lavorano in questo paese.

Il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha da sempre forte assertività sui temi economici e politici a rilevanza sociale. A volte, tale assertività travalica il suo mandato istituzionale, forse perché Tridico si esprime ancora da economista-demiurgo (antico vezzo della categoria) prima che da presidente dell’istituto di previdenza pubblica. Ieri ha rilanciato un suo vecchio pallino ed ha lanciato l’ipotesi di fare dell’Inps anche un player della previdenza integrativa.

Dopo il reddito di cittadinanza, pare che anche Quota 100 produrrà avanzi rispetto agli stanziamenti triennali. Questa sarebbe una buona notizia, visto che parliamo di misure demenziali che non solo spingeranno la spesa corrente per prestazioni sociali ma sono destinate a lasciare cicatrici profonde nella struttura di spesa pubblica italiana. Dico sarebbe perché sono già iniziate corse e rincorse a vergare la lista della spesa per spendere quanto avanzerà.