Fondo sovrano italiano, norvegesi a casa nostra

Il cassetto della politica, non solo italiana, è sempre strapieno di idee meravigliose. Non si butta nulla, potrebbe sempre servire, con qualche modifica al margine, per fondere l’ennesimo proiettile d’argento. I politici sono accumulatori seriali di soluzioni in cerca di problemi. Per questo sono molto lieto di ragguagliarvi su un progetto che, in questa era sovrana e sovranista, carsicamente si riaffaccia: il fondo sovrano italiano.

Sul Sole di sabato 25 gennaio è infatti comparso un commento di Sestino Giacomoni, già parlamentare di Forza Italia e oggi presidente di Consap, la concessionaria dei servizi assicurativi pubblici. Già anni fa (2020) Giacomoni, all’epoca presidente della commissione parlamentare di vigilanza su Cassa Depositi e Prestiti, voleva creare un fondo sovrano a debito, usando le risorse del PNRR da unire col mitologico risparmio degli italiani “che vogliono diventare azionisti del proprio futuro”, secondo il claim di Giacomoni.

Il quale già all’epoca era fortemente affascinato dal fondo sovrano norvegese, quello alimentato dai proventi della rendita petrolifera e del gas, venduti da società statali. Ma quello per Giacomoni era un dettaglio, che tale è rimasto. La sua proposta di un lustro addietro puntava infatti a partire con capitali a debito, quelli del PNRR, con i proventi dei quali scorrazzare in giro per il mondo a fare investimenti:

L’obiettivo del Fondo sovrano inizialmente dovrebbe essere di investire risorse del Recovery Fund e risparmi privati in progetti concreti per sostenere e far ripartire il sistema produttivo, ma l’auspicio è che -subito dopo, grazie al ritorno degli investimenti effettuati- il fondo possa indirizzare i risparmi privati degli italiani anche verso acquisizioni estere, avendo come modello di riferimento il fondo sovrano norvegese.

Facciamo come la Norvegia

Oggi quel progetto, tirato fuori dal cassetto e aggiornato, è presentato agli attenti lettori del Sole. Restano due capisaldi: la Norvegia e il petrolio del Belpaese. Che non è il turismo ma il nostro risparmio:

Il Norges Bank Investment Management è partito nel 1998 con la gestione di 44 miliardi ed oggi è uno dei più grandi Fondi del mondo, con un patrimonio di 1.700 miliardi di dollari e grazie alla diversificazione degli investimenti registra rendimenti medi annui molto interessanti. In Norvegia è stato possibile avviarlo grazie alla scoperta del petrolio, noi dobbiamo essere consapevoli che il petrolio che ci consentirà di alimentare il nostro Fondo risiede nella grande capacità di risparmio degli italiani.

Il fondo sovrano norvegese investe in azioni (oltre il 70 per cento) e obbligazioni (circa il 26 per cento) praticamente in tutto il mondo, coi limiti del codice ESG che si sono dati. Quindi, il nome del gioco è diversificazione globale, la più estesa possibile. Non solo: al fondo sovrano norvegese è precluso investire in patria, “per non surriscaldare l’economia nazionale”, è scritto in bella mostra nel loro sito. Pare invece che Giacomoni voglia diversificare…in Italia:

Il Fondo Sovrano Italiano, gestito attraverso il coinvolgimento delle maggiori istituzioni finanziarie italiane e di Cdp, può indirizzare il risparmio verso l’economia reale, allocando le risorse anche su investimenti Made in Italy. 

Quindi, facciamo come la Norvegia facendo l’opposto della Norvegia, cioè investiamo solo in Italia, dove c’è il petrolio del risparmio. E rieccoci quindi con la solita giaculatoria:

Gli oltre 11.000 miliardi di ricchezza delle famiglie e delle imprese italiane sono per oltre la metà investiti in immobili, mentre 1.800 miliardi sono parcheggiati sui conti correnti e solo il 5% viene investito nelle nostre imprese. È una situazione paradossale. Se investissimo il 70% dei nostri risparmi nell’economia reale avremmo risolto gran parte dei nostri problemi, perché sostenendo le imprese avremmo oltre al dividendo economico anche un importante dividendo sociale, in termini di crescita e di posti di lavoro.

E tutti questi soldi parcheggiati in doppia e tripla fila, signora mia. Basta chiedere:

[…] oltre alle famiglie anche le casse di previdenza private, i fondi pensione, le compagnie assicurative, affinché investano una parte delle loro risorse nel Fondo in questione. Basterebbero piccole modifiche del quadro normativo per agevolare un maggiore impegno delle compagnie di assicurazione.

Diversificati in patria

Queste cose le sentite e leggete da molto tempo, quindi inutile reiterare le critiche. Quello che invece è nuovo è il parallelo col fondo sovrano norvegese anche nei numeri di performance:

Il Fondo sovrano norvegese, istituito 27 anni fa, ha realizzato interessi annui medi del 6,3%, tripli rispetto al 2,43% annuo medio realizzato dagli italiani investendo i loro risparmi prevalentemente in immobili e in titoli di Stato. Se il patrimonio delle famiglie italiane in questi 27 anni fosse stato investito prevalentemente nell’economia reale, ossia per il 72% nel mercato azionario, come ha fatto il Fondo Sovrano Norvegese, oggi tutti noi avremmo una ricchezza che ammonterebbe a quasi 30.000 miliardi di euro anziché a 11.000.

Cioè, per capirci: prendiamo la performance media annua di un fondo che investe in tutto il pianeta, e la applichiamo alla sola Italia. La logica, questa sconosciuta. Si prende un caso di indubbio successo ma fondato su risorse vere, provenienti dalla vendita di materie prime, e che diversifica investendo in tutto il pianeta, e lo si proietta su risorse in origine a debito (il PNRR), da investire solo in Italia. Cosa potrà mai andare storto?

Questo è il tipo di contributi che si possono leggere in questa fulgida era italiana sui nostri maggiori organi di stampa. Organi a canne, nel senso che sfiatano emettendo suoni psichedelici. Perché avviene? Cosa spinge un politico ad avanzare proposte così divorziate dalla realtà e a fare paralleli che semplicemente non esistono? Confesso che qui non ho ancora elaborato una teoria che mi soddisfi. Si tratta di ambizione di scoprire la soluzione semplice a problemi complessi? Di messaggi in codice tra esponenti delle élite? Di tentativi di convincere il grande pubblico che abbiamo davanti a noi un radioso futuro? Di mutazione genetica della politica, da “arte del possibile” a imbonizione dell’impossibile? Di ennesima conferma del male assai poco oscuro che affligge la penisola? Ah, saperlo.

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