I predatori dei fossili ritrovati

Nel mondo delle grandi majors dell’energia, c’è una grande malata: si tratta dei britannici di BP. Le cui azioni sono da tempo in sofferenza rispetto a quelle delle grandi rivali, soprattutto Shell, con cui da sempre si ipotizza una grande fusione per creare un mega compagnia britannica. Negli ultimi cinque anni, le quotazioni di BP sono scese dell’8 per cento, mentre quelle delle sue grandi rivali come Shell ed Exxon Mobil sono aumentate di almeno il 30 per cento. Con un valore di mercato di circa 86 miliardi di dollari, BP oggi capitalizza la metà di Shell.

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BP è stata forse la prima grande multinazionale dell’energia a sposare la causa ambientale ma la sua storia è segnata dal disastro della piattaforma DeepWater Horizon, di cui BP era affittuaria, nell’aprile 2010, che causò la morte di undici dipendenti e un catastrofico inquinamento nel Golfo del Messico, al largo delle coste della Louisiana. Evento che, al termine di lunghe operazioni di bonifica, costerà a BP 62,5 miliardi di dollari, che la compagnia sta ancora pagando. Più di recente, l’invasione russa dell’Ucraina ha costretto BP ad abbandonare la quota di minoranza in Rosneft, acquisita dopo anni di ricchi utili con la joint venture con TNK, e contabilizzare una perdita di 25 miliardi di dollari.

Svolta verde

La fase “ambientalista” della strategia aziendale è stata spinta dall’ex amministratore delegato, l’irlandese Bernard Looney, che ha fortemente scommesso sull’elusivo concetto di Peak Oil, il punto della produzione di petrolio oltre il quale inizia la discesa, e ne è divenuto a sua volta una delle tante vittime. Looney, dopo meno di quattro anni al timone, si è dimesso a ottobre 2023 non per aver sbagliato strategia ma per non aver dettagliato le sue storie di letto con colleghe prima di diventare amministratore delegato. Gli è succeduto il suo direttore finanziario, il canadese Murray Auchincloss, peraltro considerato uno degli architetti della svolta verde di BP.

Il quale ha in effetti proseguito la spinta verde di Looney, con una campagna aggressiva di acquisizioni e facendo lievitare il proprio debito mentre le consorelle ripagavano il loro. Negli ultimi cinque anni, BP ha effettuato cinque grandi acquisizioni di aziende a basso impatto carbonico, pagando 9,4 miliardi di dollari in cash e contraendo 6,6 miliardi di dollari di nuovo debito. Senza il quale, è stato calcolato, oggi risparmierebbe 700 milioni di dollari l’anno di interessi.

Nel primo anno di guida di Auchincloss, BP ha acquistato la quota dei suoi partner nella joint venture Lightsource BP, attiva nel solare, e in un’azienda brasiliana di biocarburanti, pagando un totale di 1,1 miliardi di dollari in contanti e consolidando 4 miliardi di dollari di debito netto. Mentre Shell è riuscita a ridurre il proprio debito da inizio 2022, un periodo di boom dei prezzi del petrolio e del gas, di circa 9 miliardi di dollari, si stima che il debito di BP sia aumentato da circa 36 miliardi a 38 miliardi di dollari nello stesso periodo.

Ora, la compagnia è spalle al muro e Auchincloss sta tirando il freno, in attesa di presentare a febbraio i conti e il nuovo piano industriale. A gennaio, ha annunciato il taglio di 4.700 dipendenti, il 5 per cento della forza lavoro, e di 3.000 contractor, dopo aver messo in pausa una trentina di progetti. BP è zavorrata da un debito netto, calcolato includendo leasing e obbligazioni ibride, di 50 miliardi di dollari; al contempo, deve promettere ai suoi azionisti di proseguire il piano di riacquisto di azioni proprie, per offrire ritorni sull’investimento in linea con le concorrenti.

Capolinea: arrivano gli attivisti

Un anno fa, BP aveva promesso di riacquistare azioni per 7 miliardi di dollari l’anno nel 2024 e nel 2025. I prezzi del petrolio Brent da allora sono diminuiti di oltre il 4 per cento. Gli analisti si aspettano che anche l’obiettivo di riacquisto di quest’anno venga tagliato. Tra i rimedi c’è il taglio degli investimenti, probabilmente nel settore delle energie rinnovabili e dell’idrogeno. A conferma della tendenza al ridimensionamento dell’investimento in rinnovabili, pochi giorni fa la compagnia statale norvegese Equinor ha annunciato il dimezzamento del suo investimento previsto in energie rinnovabili e tecnologie a basse emissioni di carbonio. I tempi sono decisamente cambiati.

Mentre tutti gli osservatori evidenziano la crisi di identità di BP e la sua evidente sottoperformance, arriva la notizia che l’investitore attivista statunitense Elliott Investment Management avrebbe accumulato una “significativa” posizione in azioni di BP, per indurre l’azienda a ristrutturarsi ed estrarre valore, come si dice in questi casi, magari attraverso il classico “spezzatino”.

BP ha proseguito sulla strada “verde” anche quando è apparso evidente che i combustibili fossili erano destinati a restare con noi ancora per molto tempo, all’interno di un mix energetico integrato, nella migliore delle ipotesi. Shell, che anni addietro sembrava avviata a percorrere la stessa strada di BP, ha deciso e avviato una conversione a U già nel 2023. Oggi le compagnie energetiche, liberate dal debito accumulato durante periodi di investimenti forsennati in ambito estrattivo, possono perseguire politiche di generosa remunerazione degli azionisti. Per contro, BP si è lanciata in un impegnativo shopping di acquisizioni “verdi”, che ne hanno gonfiato il debito netto.

Ora la parola passa agli investitori attivisti, e la direzione di viaggio è chiara. Per le rinnovabili un forte colpo di freno, non certo la parola fine. Ma la grande ubriacatura è terminata. BP in origine era British Petroleum, poi divenne Beyond Petroleum. Ora si torna al futuro.

  • Aggiornamento del 26 febbraio: la società annuncia un “reset”, con ridimensionamento del programma di investimenti e una ricomposizione dei medesimi, con aumento del peso dei fossili e conseguente riduzione di quelli in energie di transizione. Previste anche dismissioni e annunciato un taglio al programma di riacquisto di azioni proprie. Tutti passi scontati, quando hai un pesante fardello di debito. Basterà a Elliott per non chiedere un altro tipo di reset, quello del management? Ho qualche dubbio ma vedremo.

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