Bitcoin, un asset in cerca di narrazione

Il bitcoin è sceso sotto i 76.000 dollari nel weekend, perdendo circa il 40 per cento dal picco di quasi 125.000 dollari toccato lo scorso ottobre. Gennaio segna il quarto mese consecutivo in ribasso, la serie negativa più lunga dal 2018, l’anno del lungo inverno post-bolla delle ICO (Initial Coin Offering). Ve le ricordate? Sembra passata un’era geologica ma la motivazione resta la stessa: tosare i gonzi. La profondità di mercato, ossia la liquidità disponibile per assorbire ordini di grandi dimensioni, è scesa di oltre il 30 per cento rispetto a ottobre, ai livelli peggiori dal collasso di FTX nel 2022. Nel frattempo, l’oro ha toccato massimi storici sopra i 5.600 dollari l’oncia (prima di ripiegare venerdì a circa 4.800), e l’argento ha anch’esso registrato rialzi esplosivi ed un altrettanto esplosivo schianto nella stessa giornata nera.

Oro digitale, addio

Da anni i sostenitori del bitcoin lo presentano come equivalente digitale dell’oro, bene rifugio per eccellenza. Il 2026 ha offerto il test definitivo: tensioni geopolitiche in escalation (dazi, Groenlandia, Iran, Venezuela), dollaro debole, incertezza diffusa. L’oro ha risposto esattamente come da copione, schizzando verso l’alto in un momentum trade lisergico. Il bitcoin ha fatto l’opposto, comportandosi come un asset speculativo a rischio elevato e orientato in una sola direzione: all’ingiù.

Il punto è che il bitcoin mostra correlazioni mutevoli nel corso del tempo, che quindi sorreggono ma in modo fuggevole e fallace narrative altrettanto effimere. Ora siamo nella fase in cui qualcuno osa rimettere tutto in discussione parlando di un “asset alla ricerca di un modello di valutazione.” In altre parole: nessuno sa davvero cosa guidi il prezzo. Se non è oro digitale, non è protezione dall’inflazione, non è riserva di valore, non è decorrelato dai mercati azionari e non reagisce nemmeno ai rally di rischio — allora cos’è?

Il bitcoin ha toccato i massimi storici a fine 2025 grazie all’ondata di entusiasmo per le politiche crypto-friendly di Trump: regolatori amichevoli (diciamo così), stop alle azioni legali contro le aziende crypto, legge sulle stablecoin, il famoso GENIUS Act. Ma sinora il caos geopolitico, i dazi, le tensioni internazionali, l’imprevedibilità della politica estera hanno spinto gli investitori verso l’oro, non verso il bitcoin.

Io però non so se questa correlazione sia anche causalità. Di certo ho trovato esilarante la dichiarazione, raccolta dal FT, di un venture capitalist crypto secondo cui il bitcoin starebbe “pagando il prezzo dell’associazione con il Partito Repubblicano.” Non male come considerazione, per una lobby crypto che si è messa in tasca Trump e famiglia, riempiendo peraltro le loro tasche. Ora siamo al purismo virginale e alla denuncia della politicizzazione di questo meraviglioso asset libertario. Mi verrebbe da mandarvi a espletare una funzione fisiologica fondamentale ma cerco di restare sobrio.

La ludopatia finanziaria si è spostata altrove

Bitcoin non è più la novità. Oggi il capitale e l’entusiasmo sono altrove: le azioni legate all’intelligenza artificiale hanno alimentato un terzo anno consecutivo di guadagni a doppia cifra per l’azionario; i metalli preziosi hanno attratto sia macro trader sia cacciatori di momentum; i tossici del retail, colonna portante della ludopatia finanziaria globale che vi ho segnalato in tempi non sospetti si sono innamorati dei mercati predittivi come Polymarket e Kalshi; piattaforme come Hyperliquid, dove si scambiano i perpetual futures, la più grande invenzione per separare gli sciocchi dal loro denaro, stanno finendo l’opera di demolizione del trono del bitcoin. Persino le Digital Treasury Companies come Strategy di Michael Saylor si sono macchiate di blasfemia, destinando aumenti di capitale ad acquisto di odiata valuta fiat con cui pagare improbabili dividendi. E, tra l’altro, Strategy ha un prezzo medio di carico del bitcoin in un intorno di 76 mila dollari, quindi rischia di finire sott’acqua.

I dati di Bloomberg sulla liquidità sono particolarmente allarmanti. La profondità di mercato entro l’1 per cento del prezzo medio si è contratta di oltre il 30 per cento dal picco di ottobre. Non è il tipo di selloff guidato dal panico o da liquidazioni a cascata — è qualcosa di più insidioso: un’erosione progressiva della domanda, della liquidità e della convinzione degli investitori. O del loro interesse. Persino gli Etf sul bitcoin spot hanno iniziato a registrare deflussi netti.

Il bitcoin ha attraversato quattro grandi bear market, ciascuno con un pattern straordinariamente simile di declino del 77-85 per cento nell’arco di circa 12-14 mesi. I passati risultati non sono garanzia di quelli futuri, lo sapete.

CicloPiccoMinimoCaloDurataTempo di recupero
2014-15 (Mt. Gox)1.135 $170 $-85%14 mesi37 mesi
2018-19 (bolla ICO)19.666 $3.122 $-84%12 mesi36 mesi
2022-23 (FTX/Luna)69.000 $15.476 $-78%13 mesi24 mesi
2025-26 (attuale)126.272 $~76.000 $-40%4 mesida definire

Un grumo di contraddizioni

La contraddizione fondamentale: bitcoin ha costruito la propria narrativa sull’essere “anti-sistema,” ma il suo rally più importante lo deve a un presidente degli Stati Uniti e a Wall Street. Ha promesso decorrelazione, ma si comporta come una tech stock a leva. Ha promesso di essere rifugio, ma crolla quando gli investitori cercano realmente un rifugio. La comunità crypto ha passato anni a deridere l'”oro dei boomer”, solo per scoprire che quando il gioco si fa duro, è esattamente il vecchio metallo giallo che gli investitori vogliono in portafoglio. Almeno sinora.

Le spinte legislative americane hanno sinora prodotto esiti inferiori alle enormi attese successive alla accettazione ufficiale del bitcoin. Il GENIUS Act, promulgato il 18 luglio 2025, è diventato la prima legge federale organica sulle criptovalute, stabilendo un quadro regolatorio per le stablecoin. Un ordine esecutivo del 7 agosto 2025 ha autorizzato le crypto nei piani 401(k), spingendo brevemente Bitcoin sopra i 116.000 dollari.

Ma la Riserva Strategica di Bitcoin ha deluso. L’ordine esecutivo di Trump del 6 marzo 2025 creò un “Fort Knox digitale” capitalizzato con circa 200.000 BTC ottenuti da confische penali, ma specificava che non sarebbero stati effettuati nuovi acquisti governativi. Bitcoin perse il 6 per cento sulla notizia, dato che i mercati si aspettavano un accumulo attivo e magari uno switch con l’oro posseduto dallo stato federale.

La nomina di Kevin Warsh alla Fed è stata vissuta, a caldo e in modo francamente singolare, come presagio di un irrigidimento monetario. Warsh è effettivamente stato un noto falco monetario favorevole a politiche restrittive, anche quando le sue teorizzazioni hanno sbattuto la faccia contro la realtà. Nonostante precedenti investimenti e ruoli di consulenza nel settore crypto, la sua caratterizzazione del 2022 di molti progetti crypto come “fraudolenti” e “senza valore”, unita al supporto per le valute digitali di banca centrale, ha contribuito al crollo di Bitcoin da 90.400 a 82.800 dollari. Ma oggi siamo nel 2026, Warsh è forse un falco che ha cambiato le penne per avere quell’incarico, e il dollaro digitale è morto e sepolto.

Tirando le somme

La crisi attuale del bitcoin rappresenta un punto d’inflessione identitario o una semplice correzione ciclica? Le evidenze accumulate attraverso molteplici stress test sono ormai difficili da ignorare: il bitcoin funziona come un asset rischioso correlato all’azionario durante episodi di stress di mercato. La narrativa dell'”oro digitale”, pur abbracciata istituzionalmente da BlackRock e altri, è stata ripetutamente smentita dal comportamento del mercato nei momenti in cui tale funzione di copertura sarebbe stata più necessaria.

Del resto, come vi ho segnalato da qualche anno, prendendomi dell’ignorante dagli evangelisti del crypto-verbo, il bitcoin anti-debasement è solo un sottoprodotto dell’azione delle banche centrali e delle loro imponenti iniezioni di liquidità. Da qui si è sviluppata la narrazione del valore di scarsità, quello per cui siamo di fronte a qualcosa che ha un numero finito di pezzi, quindi non reflazionabile. Ho ascoltato anche cantastorie da scatola magica (e nera) sostenere che il bitcoin è ontologicamente superiore all’oro perché ha un numero finito di pezzi mentre di oro se ne produce ogni anno, e poi ci sono gli asteroidi aurei che potrebbero trovarsi a passare dalle nostre parti, svilendo il metallo giallo. Il tempo spiegherà che tutte queste sono autentiche stronzate narrazioni, che ogni volta sanciscono l’eterno principio secondo cui il valore è negli occhi di chi compra.

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