Intervenendo all’assemblea annuale dell’Ania, l’associazione delle assicurazioni italiane, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, ha ribadito alcuni punti che gli sono cari, riguardo al nostro debito pubblico e alla previdenza complementare. Riguardo al primo, Giorgetti ha ritenuto di tirare le orecchie alle assicurazioni, i cui investimenti nel 2024 hanno superato i 1.000 miliardi di euro, dei quali il 21,2 per cento rappresentato da titoli di stato italiani che tuttavia segnano una flessione di 1,1 per cento rispetto all’anno precedente.
Btp o muerte
Motivo per cui Giorgetti ha inserito nel testo ufficiale del suo discorso un bel “vi ringrazio per la fiducia!”, aggiungendo subito dopo, a braccio, che “è curioso che questa diminuisca mentre nel contesto generale aumenti ma abbiamo ovviato, diciamo così, a questa diminuzione”. Io comprendo che un ministro delle Finanze debba tutelare il suo prodotto tipico, il debito pubblico, ma spingersi a bacchettare una categoria di intermediari per aver osato ridurre in modo del tutto marginale lo stock di debito sovrano non suona benissimo, diciamo così.
Soprattutto perché avere un quinto degli investimenti assicurativi in debito pubblico nazionale non appare una robusta diversificazione né una scelta di redditività. Quella stessa critica che Giorgetti rivolge alla composizione dei fondi pensione, che spesso rendono meno del Tfr lasciato in azienda. Tornando ai Btp, se oggi siamo ai richiami pubblici agli intermediari a mantenere o incrementare il loro stock, comunque non basso, e lo spread è in contrazione come nel resto della periferia dell’Eurozona, che accadrà il giorno in cui le nostre metriche di debito dovessero peggiorare?
Ribadisco: i risparmiatori farebbero bene a riflettere su questo punto, perché rappresenta il nucleo di una potenziale futura repressione finanziaria che potrebbe essere molto pesante. Pensate anche alle “prescrizioni” imposte al tentativo di scalata di Unicredit a Banco BPM, col vincolo di mantenere il livello degli investimenti in Btp da parte dell’asset manager Anima. Una purissima idiozia, su cui non ho letto reazioni di sconcerto e protesta, come fosse la cosa più naturale del mondo.
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Nel suo discorso, Giorgetti ha offerto il solito lip service all’Unione di risparmi e investimenti Ue, dove
La realizzazione di un mercato davvero unico, privo di ostacoli alla mobilità di capitali e operatori, comporterà, inevitabilmente, un aumento nella competizione tra gli operatori, anche di comparti diversi, in cui prevarrà chi, meglio di altri, saprà essere in grado di intercettare le esigenze dei risparmiatori, offrendo servizi a valore aggiunto e consolidando il necessario rapporto fiduciario con la clientela.
Ecco, io fatico a quadrare questo elogio della concorrenza intraeuropea e del culto del consumatore-risparmiatore, vero sovrano a cui gli intermediari si genuflettono per potergli meglio sifonare il portafoglio a colpi di commissioni, con questo atteggiamento da cerbero appena il livello dei Btp in portafoglio alle assicurazioni cala di un nulla, ma certamente è limite mio.
Giungiamo poi a due temi che avranno sempre maggior rilevanza per i risparmiatori e cittadini italiani e che Giorgetti inquadra nella categoria della “sussidiarietà”, “per concorrere al soddisfacimento di bisogni individuali, soddisfacendo l’interesse pubblico”. Ora, dovete sapere che, ogni volta che sento parlare di sussidiarietà, metto mano al portafoglio e verifico che ci sia ancora. Un concetto magico, spinto storicamente da gruppi e associazioni che, tra una preghiera e l’altra, criticavano anche aspramente lo stato per eccesso di ingerenza nelle vite delle persone al contempo invitandolo a sussidiare le loro fondamentali iniziative.
Previdenza integrativa da riformare
Sussidiarietà ha la stessa radice etimologica di “sussidio”, avete colto perfettamente. Ma a parte queste sottigliezze da società civile vibrante e foraggiata, a cosa si riferiva Giorgetti? A due ambiti: previdenza integrativa e calamità naturali e/o eventi catastrofici. Riguardo alla prima, Giorgetti sostiene che sono maturi i tempi per riformare la legge istitutiva del 2005 ma anche per cambiare abitudini:
Il sistema, in estrema sintesi, appare attualmente caratterizzato da: una capacità di apportare capitali alle imprese domestiche (in particolar modo quelle non quotate) che presenta margini di miglioramento; tassi di adesione che, sebbene in costante aumento, non sono ancora in linea con quelli di altri ordinamenti, nonostante un favorevole trattamento fiscale; rendimenti che, in media, non sempre si discostano significativamente da quelli conseguiti optando per il mantenimento del TFR in azienda o destinandolo all’INPS.
Raccordare il risparmio previdenziale alle esigenze delle imprese è cosa buona e giusta, a patto di non esercitare coercizione a favore di forme forzose di private equity, che sarebbero altrettanto rischiose e che oggi sembrano essere l’oggetto della concupiscenza dei governi in crisi fiscale, come illustra il caso del Regno Unito. Riguardo ai tassi di adesione, invece, se un lavoratore ha carriere contributive discontinue e una retribuzione che non gli consente grandi risparmi, per usare un eufemismo, vedo piuttosto difficile aumentare il flusso di risparmio previdenziale.
Sui rendimenti, sono assolutamente d’accordo. Comprendo l’esigenza di offrire più linee di investimento, calibrate sull’età dei lavoratori. Ma vedere gente che mette i soldi nelle cosiddette linee garantite, che “garantiscono” un rendimento ridicolo e spesso fortemente inferiore a quello del Tfr lasciato in azienda, indica che serve molta educazione finanziaria.
Se sei un lavoratore giovane, cioè hai di fronte molti anni di contribuzione, si spera regolare, devi investire in linee ad alto o anche esclusivo contenuto azionario. E nessun ministro o politico indigeno deve romperti le palle se utilizzi linee azionarie internazionali per finalità di diversificazione. Poi, si valuti pure la formula “…e di private equity un pizzichin” ma, anche in questo caso, niente coercizioni o corralito domestico, grazie. La previdenza complementare è una cosa troppo seria per lasciarla alla politica.
Soprattutto, ribadisco: se dobbiamo puntare a ridurre il pension gap e ad aumentare i rendimenti del risparmio previdenziale, il peso di investimenti obbligazionari, tarato per l’età del lavoratore, non può che diminuire. Con esso, quindi, anche quello dei Btp. Ahi, ministro Giorgetti, che facciamo?
Sulla riforma della legge istitutiva della previdenza complementare, Giorgetti suggerisce alcune linee guida:
[…] miglioramento dei meccanismi di adesione; incentivi all’incremento della contribuzione, che non necessariamente comportino maggiori oneri a carico dello Stato; stimoli alla competizione e a soluzioni di investimento più efficienti.
Allora: se aumentano le adesioni, magari col silenzio assenso al momento dell’assunzione, sappiamo che lo Stato subirà un calo di entrate che andrà coperto. Analogamente, riguardo agli incentivi all’incremento della contribuzione, a me basterebbe che la soglia di deducibilità annua dei contributi, che da sempre è a 5.164 euro, cioè dieci milioni del vecchio conio, venisse indicizzata all’inflazione. Altrimenti, ancora qualche anno e quella quota di deducibilità diverrà una pizza con gli amici. Ministro Giorgetti, potrebbe spiegare a un ottuso contribuente kulako e risparmiatore previdenziale da ormai un quarto di secolo, in che modo tutte queste belle cose verrebbero realizzate “senza oneri per lo stato”? Siamo alla immacolata defiscalizzazione e ai fondi pensione coi fichi secchi?
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Quanto alla “competizione”, sono sempre d’accordo, e per me vuol dire evitare che i gestori finiscano a depredare i lavoratori-rispamiatori. Vaste programme, ne convengo.
Dissesto territoriale e finanziario
Da ultimo, riguardo alle coperture assicurative degli eventi catastrofici, direi che qui siamo in piena commedia degli equivoci. Se il territorio è sempre più dissestato e gli eventi climatici estremi si susseguono a frequenza crescente, quali rischi possiamo assicurare, e a che costo del premio? Mi ha molto colpito un passaggio del discorso del presidente di Ania, Giovanni Liverani, su questo punto:
Nonostante circa il 94 per cento dei Comuni italiani sia a rischio frane, alluvioni o erosione costiera e il 40 per cento degli edifici si trovi in zone sismiche medio-alte, la copertura assicurativa è ancora molto bassa, infatti solo il 7 per cento delle abitazioni e delle imprese è protetto.
Per Liverani questa persistente situazione di sottoassicurazione costituisce un fattore di svantaggio competitivo per l’Italia rispetto ad altri sistemi socio-economici con cui si confronta sui mercati globali. Tutto molto bello, ma Liverani è sicuro che i suoi associati assicurerebbero un contesto rischioso di questo tipo? A che premio? Oppure il sottinteso è che serve una robusta integrazione di sussidi pubblici per combattere lo svantaggio attuariale? Basta chiamare le cose col loro nome, no? Non dovrebbe essere difficile.
E, detto incidentalmente, prepariamoci: quando le polizze catastrofali diverranno obbligatorie anche per le piccole e medie imprese, sentiremo alti lai per gli eccessivi costi di sistema e qualcuno chiederà contributi pubblici secondo un canovaccio talmente scontato da essere ormai lacero.
Alla fine, la dice bene il presidente della Repubblica:
La limitazione dell’impegno dello Stato nella copertura di alcune tipologie di calamità derivanti da eventi climatici estremi rende ancora più rilevante la protezione assicurativa, circostanza che non esonera, naturalmente, le istituzioni dagli obblighi della prevenzione.
Che sembra un vago cerchiobottismo democristiano ma che preferisco leggere come impegno all’equilibrio e alla responsabilità pubblica, anche in presenza di pesanti vincoli di risorse. Il dissesto, prima che idrogeologico, è quello finanziario dello stato. Il presidente pro tempore del “sindacato” delle assicurazioni farebbe bene a prenderne atto.
Il “sistema Italia” sta diventando sempre più insostenibilmente costoso, al netto del catering di convegni e assemblee annuali dove si dà prova di patriottismo con le tasche degli altri.
(Immagine tratta da mef.gov.it)