Mentre si avvicina l’8 settembre, giorno in cui il premier francese François Bayrou potrebbe essere costretto alle dimissioni a seguito della assai probabile sconfitta sulla mozione di fiducia che egli ha deciso di cercare, oltralpe ferve il dibattito su quali misure utilizzare per ridurre il deficit. Non solo e non tanto qui e ora, ma dopo un’eventuale ennesima elezione generale.
Ma Bayrou non è uno che si arrende facilmente: sta sondando partiti e parti sociali per capire dove potrebbe situarsi il punto di caduta, non la sua. Ma resta tetragono sui famigerati 44 miliardi di risparmi, tra minori spese e maggiori entrate, che serviranno al bilancio 2026 per tentare di restare entro il percorso, non particolarmente ripido, di rientro verso i parametri europei.
Lo scorso anno, Bayrou era riuscito a farsi salvare dai socialisti, che non avevano votato la mozione di sfiducia, facendosi irretire da un coniglio spelacchiato estratto dal cilindro di Bayrou: un grande dibattito nazionale tra le parti sociali sulla “riforma delle pensioni”. La formula magica che sta progressivamente demolendo i grandi paesi europei e il loro discorso pubblico.
Anche i fortunati piangano
Giunti al dunque, Bayrou ha detto che tornare indietro, a 62 anni, era fuori discussione, con grande scorno dei socialisti, che evidentemente mangiano pane e volpe prima di partecipare a negoziati politici. Ma ora siamo tornati alla casella di partenza, i socialisti giurano e spergiurano che non salveranno Bayrou. A meno che…
A meno che il premier non produca qualche proposta sufficientemente progressista. Ad esempio “far pagare i più fortunati”, come si insiste a dire nell’Esagono, dove i luoghi comuni della politica riescono incredibilmente ad essere più stantii e luogocomunisti di quelli di casa nostra. Lo stesso Bayrou ha detto al sindacato CFDT che “uno sforzo specifico sarà richiesto ai redditi più elevati”. Non solo redditi, come vedremo.
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Nel bilancio 2026, quello che sta per costargli il posto, Bayrou ha già inserito “misure di equità fiscale” per 4,2 miliardi di euro, di cui 2 miliardi dal contrasto alla “sovra-ottimizzazione fiscale”, cioè a prassi elusive, con norme già in vigore da quest’anno. Ad esempio, la Contribution différentielle sur les hauts revenus (CDHR), che stabilisce che chi ha un reddito annuo a partire da 250 mila euro se single o 500 mila se coppia, deve pagare non meno del 20 per cento di imposte personali. In pratica, una sorta di minimum tax.
Ma nel bilancio 2025 è presente anche la Contribution exceptionelle sur les hauts revenus (CEHR), che è in pratica un’addizionale dell’imposta sui redditi personali che anche qui scatta per single che superano i 250 mila e coppie che eccedono i 500 mila. Addizionale del 3 per cento che sale al 4 per redditi, individuali o di coppia, che superano il milione di euro.
Ma nel menù 2026 Bayrou aveva previsto una minimum tax anche per i patrimoni, pari allo 0,5 per cento con esclusione dei beni professionali e d’impresa. Come si nota, il premier aveva fatto i “compiti a casa” e già deciso di aumentare il gettito proveniente dai “più fortunati”, verosimilmente per allettare i socialisti, visto che i radicali di Jean-Luc Mélenchon non si accontentano di queste misure risibili e borghesi.
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I socialisti, scottati dalla precedente seduzione con abbandono, ora rilanciano in modo più aggressivo, con un contro-budget presentato sabato 30 agosto, per mostrare che c’è “un’altra via” per il dopo Bayrou, che viene quindi dato già per archiviato. Vediamolo, quindi questo programma che potrebbe diventare elettorale, se Emmanuel Macron decidesse di richiamare al voto i francesi.
Tassa e spendi, la via socialista
In numeri: 26,9 miliardi di nuove entrate, 14 miliardi di risparmi e 19,2 miliardi di “investimenti”. Ovvero, secondo le stime del PS, 21,7 miliardi di riduzione del deficit nel 2026, per un eventuale ritorno sotto il 3 per cento rinviato al remoto 2032. Cioè la metà dei 44 miliardi su cui punta Bayrou, che promette invece un ritorno alla magica soglia nel pur differito 2029.
Una prima considerazione: quello che conta non è tanto il deficit e la soglia magica del 3 per cento, ma l’andamento del rapporto debito-Pil. In altri termini, in virtù della nota relazione tra costo medio del debito e crescita nominale, un paese potrebbe anche avere un deficit non basso e persistente ma una crescita tale da consentire la riduzione del rapporto debito-Pil, che a sua volta lo premierebbe in termini di minore rischiosità del suo merito di credito.
Per contro, se si adottano misure tossico-nocive, cioè depressive della crescita, per riportare il deficit al 3 per cento del Pil, il rapporto debito-Pil può continuare a crescere e fare danni veri. Ma i socialisti precisano che, partendo da un deficit-Pil del 5 per cento nel 2026, si arriva al 3 nel 2032 proprio per non indebolire la crescita. Può essere.
Ma è sulle entrate, che i socialisti si esercitano (altrimenti, che sinistra sarebbe?). E rilanciano quello che è diventato un feticcio progressista, la cosiddetta “tassa Zucman”, che prevede un prelievo aggiuntivo del 2 per cento sui patrimoni superiori ai cento milioni di euro. Gettito annuo previsto: 15 miliardi di euro, che per i proponenti sarebbe pure un’ipotesi prudenziale.
Tutto molto bello se i confini fossero chiusi, con le buone o le cattive. Invece, al momento sono aperti e quindi si può essere scettici sul successo di questa misura. Tra le altre proposte, la riforma della tassazione su dividendi e plusvalenze porterebbe ulteriori 3,8 miliardi. C’è poi una modifica alle esenzioni ai contributi sociali per le imprese (2,9 miliardi di entrate) su cui non ho approfondito ma, se si traducesse in un aumento del costo del lavoro, potrebbe essere un problema.
Sempre riguardo alle imprese, Arrivano poi i risparmi, “senza far pesare il costo sui lavoratori e sui servizi pubblici”. Il PS intende ridurre i sussidi alle imprese per riservarli alle “medie, piccole e piccolissime imprese innovative” e mettere mano ai regimi fiscali di favore, in particolare quello degli armatori. Il tutto produrrebbe risparmi annui per 4 miliardi. L’immancabile spending review sul funzionamento dello Stato, sulle sue agenzie, o sui vantaggi degli ex ministri, produrrebbe ben 5,4 miliardi.
Altro grande classico di questi tempi di dissesto fiscale in Europa è la leggendaria lotta all’evasione fiscale e contributiva, che per il PS produrrebbe ben 3,2 miliardi di maggiori risorse. Tra le altre entrate, i socialisti vogliono raddoppiare il gettito della loro tassa sui servizi digitali, portandola a 800 milioni e disinteressandosi del fatto che Trump è tornato a minacciare i paesi che la adottano.
Tra i nuovi aumenti d’imposte figura anche un prelievo sociale aggiuntivo dell’1 per cento sulle grandi successioni (gettito di 1 miliardo). La somma di queste misure sarebbe di circa 41 miliardi, non lontana dai 44 previsti da Bayrou. La differenza rispetto al premier deriva dal fatto che i socialisti vogliono spendere circa metà di questi risparmi in salute, abitazione, trasporti e istruzione e la restante metà destinarla alla “sospensione immediata” della riforma delle pensioni, con riapertura del leggendario “cantiere” per trovare coperture strutturali al ripristino della precedente età di pensionamento.
Le decontribuzioni degli altri
Ciliegina sulla torta, a conferma che non si inventa nulla, è una misura imparentata alle nostre decontribuzioni. Da noi, come noto, abbiamo avuto quella (poi diventata defiscalizzazione) per i redditi inferiori a 35 mila lordi annui, la nostra soglia del benessere. In scia a questo ricco filone e in vista del teatrino autunnale sulla legge di bilancio, il leader (si fa per dire) di Forza Italia, Antonio Tajani, ha proposto l’ennesima decontribuzione per aumentare il netto in busta a chi ha salari orari compresi tra 7,5 e 9 euro.
La differenza con i francesi? Presto detto: il loro PS vuole destinare 6 miliardi di taglio alla CSG (contribuzione sociale generalizzata) a beneficio di quelli che in Francia sono considerati “redditi a minore potere d’acquisto”, cioè quelli fino a 1,4 volte lo Smic (Salaire minimum interprofessionnel de croissance). Ora, 1,4 volte lo Smic fa un reddito lordo di 2.520 euro, che netti diventano 1.920 euro. Beati i poveri di Francia, dunque.
Ma questo tragico confronto con i nostri redditi è solo l’immagine speculare delle nostre aliquote Irpef, che toccano il massimo del 43 per cento per i riccastri che eccedono i 50 mila euro lordi annui di reddito. Ora vi mostro le aliquote Irpef francesi per il 2025, guardate dove stanno le due più elevate, del 41 e 45 per cento:
Piccolo dettaglio aggiuntivo: in Francia è previsto che ogni anno, con la legge di Bilancio, si trovino risorse per sterilizzare il fiscal drag indicizzando gli scaglioni d’imposta. Quindi c’è copioso grasso che cola, per spremere gettito dall’imposta personale sui redditi. E infatti le proposte in questa direzione sono già arrivate da tempo.
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Sulla base di questi numeri, sono quindi tentato di concludere che la Francia ha davanti a sé ancora un lungo percorso, prima di toccare il nostro impoverimento. I loro Kulaki sono decisamente più agiati di quelli italiani. Le pezze al culo d’Oltralpe stanno iniziando a comparire solo ora. Però la loro strada mi pare ben avviata. Nel frattempo, alcune teste d’uovo di Sciences Po hanno sentenziato che il problema francese non è l’eccessiva incidenza della spesa sul Pil (al 57 per cento circa) ma la bassa incidenza delle entrate, malgrado sia la più alta o tra le più alte d’Europa. Cosa potrà mai andare storto?
(Photo by Service Photographique de Matignon)
