Tra le innumerevoli photo opportunities prodotte dal vertice annuale della Shanghai Cooperation Organization, è arrivato l’ennesimo trionfale annuncio dell’accordo sino-russo per la creazione del gasdotto Power of Siberia 2. Secondo la parte russa, sarebbe infatti stato firmato un memorandum d’intesa legalmente vincolante ta le due parti, in base al quale il nuovo gasdotto potrà rifornire la Cina di gas russo (proveniente dai campi artici di Yamal) con volumi fino a 50 miliardi di metri cubi annui per 30 anni. La parte cinese non ha dettagliato questo accordo, limitandosi a osservare che durante l’evento sono stati siglati oltre venti accordi di cooperazione bilaterale, ambito energetico incluso.
A volte il gasdotto ritorna
Il punto è che questo Power of Siberia 2 è ormai una entità mitologica di cui si parla da anni, cioè dall’entrata in servizio del Power of Siberia 1, nel 2019, e tornato di prepotenza alla ribalta dopo l’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio 2022, con le relative sanzioni occidentali e soprattutto europee al gas russo. A quel tempo, la legione di inutili idioti italiani che s’offrono gratuitamente alla propaganda russa aveva commentato con eccitazione che a Mosca sarebbe bastato “girare i tubi” del gas verso Est. Che tenerezza.
In realtà, il progetto Power of Siberia 2 è rimasto congelato e periodicamente riportato in superficie, per un motivo molto banale: la Cina ha leverage sulla Russia. E ne ha una quantità impressionante. Andando con ordine: Alexei Miller, amministratore delegato di Gazprom PJSC, ha entusiasticamente dichiarato alle agenzie di stampa russe che PoS2 e il suo tratto di transito ancillare attraverso la Mongolia, la pipeline Soyuz-Vostok, sarà il maggior progetto d’investimento mondiale nel settore del gas. Contemporaneamente, la Russia ha annunciato l’aumento di capacità del Power of Siberia 1, da 38 a 44 miliardi di metri cubi annui. Ma le informazioni, si fa per dire, si fermano qui.
Nel senso che nulla è stato indicato sulla tempistica o sugli obblighi dell’acquirente cinese, ad esempio in termini di volumi minimi di acquisto, con la formula take-or-pay, oppure no. Buio anche sui dettagli finanziari. Tranne che Mosca si aspetta che il prezzo del gas cinese sarà inferiore a quello praticato agli europei. Circostanza che non è prova della fraterna amicizia tra i due giganti dell’Est ma, assai più banalmente, del sopra citato leverage cinese su Mosca. Destinato ad aumentare in vista del previsto azzeramento di acquisti europei di energia russa, nel 2027.
Come sappiamo, per la Cina è fondamentale non dipendere in modo decisivo da fornitori esteri di energia. Motivo per cui sta spingendo la produzione domestica di carbone, anche con la conversione del carbone mediante l’antico processo di liquefazione detto di Fischer-Tropsch. Secondo il Wall Street Journal, in Cina esisterebbe una direttiva informale secondo cui ogni singolo fornitore di energia non deve eccedere il 20 per cento del totale degli acquisti cinesi. Anche questo avrebbe frenato il progetto PoS2.
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Mosca ha vincoli fisici notevoli allo sbocco della sua produzione di gas, e dispone di una capacità di produzione di gas naturale liquefatto che è relativamente sottodimensionata. Da qui l’importanza fondamentale di una nuova infrastruttura energetica verso Est. Ma cosa ha convinto la Cina a smuovere, in apparenza, il progetto Power of Siberia 2? Secondo alcuni osservatori, il deterioramento geopolitico del Medio Oriente, con crescente rischio militare.
Ridurre il rischio Medio Oriente
Oggi Pechino importa circa il 30 per cento del suo gas sotto forma di LNG da Qatar ed Emirati Arabi Uniti, quindi le gasiere devono attraversare lo Stretto di Hormuz, il ricorrente luogo della minacciata Apocalisse dei commerci est-ovest in caso di resa dei conti finale tra Israele e Iran. Inoltre, le raffinerie indipendenti cinesi hanno sviluppato una dipendenza dal conveniente (perché sanzionato) greggio iraniano. Oltre il 90 per cento delle esportazioni di greggio iraniano vanno in Cina, secondo gli analisti, malgrado le sanzioni americane. Non a caso, all’indomani della conclusione della “guerra dei dodici giorni” tra Israele e Iran, è stato lo stesso Donald Trump ad affermare che “ora la Cina può continuare a comprare petrolio dall’Iran. Auspicabilmente, ne compreranno molto anche dagli Stati Uniti”, aggiunse in un post sui social.
Quindi, il Power of Siberia 2 appare una diversificazione da parte cinese rispetto al rischio Medio Oriente. Ma, al contempo, è anche la certificazione che Mosca è ormai economicamente assoggettata a Pechino. Dalla guerra di Ucraina, i rapporti commerciali tra i due paesi hanno evidenziato questa situazione: la Cina rappresenta un terzo dell’interscambio commerciale russo, mentre la Russia è solo il 5 per cento di quello di Pechino.
La Cina consente alla Russia di resistere alle sanzioni comprando la sua energia ma soprattutto rifornendola di tutto, dall’elettronica alle lavatrici, dai trattori alle auto, per finire coi motori per droni, microelettronica, ottica ed altre forniture dual-use. Ovviamente, questo sbilancio implica un flusso di risorse nette da Mosca a Pechino. La Cina si sta comprando la Russia, in sintesi.
Ecco perché, se questa fosse la volta buona, più che di Power of Siberia occorrebbe parlare di Power of China. Sulla Russia, ovviamente. Ma non solo, visto che Pechino certifica al mondo che letteralmente se ne frega delle sanzioni occidentali, primarie effettive o minacciate secondarie. Con buona pace della tigre di carta che sta a Washington, e dei suoi ultimatum di due settimane scritti con l’inchiostro simpatico sui pixel dei social.
(Immagine creata con ChatGPT)