Oggi l’Arabia Saudita ha confermato che dal prossimo mese rifornirà il mercato con 12,3 milioni di barili di greggio al giorno, ufficializzando la guerra dei prezzi in reazione alla decisione di Mosca di non accordarsi su un taglio della produzione per sostenere le quotazioni. Questa iniziativa, che fa collassare il supercartello OPEC-Russia noto come OPEC+ ma anche la stessa OPEC, di fatto mette nel mirino i produttori americani di shale oil, è derivato in larga misura il crollo dei mercati finanziari globali nella giornata di ieri.

Oggi (domenica) le borse del Golfo sono colpite da fortissimi ribassi. Non è il timore per la pandemia di coronavirus (almeno, non è la motivazione diretta ma certamente quella indotta), bensì la resa dei conti tra Arabia Saudita e Russia, che minaccia di far crollare il prezzo del greggio. E per il mondo non sarebbe una buona notizia: soprattutto ora, anche se in molti penserete il contrario.

Dall’inizio della Grande Crisi, che per l’Italia è crisi esistenziale prima di tutto, si sono levate le voci di quanti vorrebbero reperire fondi fuori dal paese. La storia si ripete in queste settimane, al crescere dello psicodramma per la legge di bilancio 2019, e prima di essa la nota di aggiornamento al Def. Dalla maggioranza e dall’esecutivo arrivano singolari richieste alla Bce di mettere un tetto massimo allo spread o di tenere in considerazione la possibilità di proseguire gli acquisti di titoli di stato (sic).

E’ di ieri la notizia che Russia e Cina sarebbero finite in stallo nei colloqui per la realizzazione del secondo gasdotto che dovrebbe rifornire i cinesi di gas russo. Gli accordi di maggio 2014 tra i due paesi hanno dato il via libera alla realizzazione della pipeline Power of Siberia, una direttrice orientale che a regime, cioè dal 2019, dovrebbe fornire alla Cina 38 miliardi di metri cubi di gas e che costerà a Pechino 400 miliardi di dollari. I colloqui per il gasdotto gemello, di direttrice occidentale e di capacità pari a 30 miliardi di metri cubi annui, sono finiti su un binario morto, e la notizia è filtrata ieri.

La Corte Permanente di Arbitrato de l’Aja ha condannato lo stato russo ad indennizzare con 50 miliardi di dollari gli ex azionisti di controllo del defunto gigante petrolifero Yukos, già guidato dall’oligarca Mikhail Khodorkovskij che, dopo aver scontato dieci anni di carcere, è stato graziosamente amnistiato da Vladimir Putin nel 2013 ed ora vive in Svizzera. Khodorkovskij non ha partecipato all’azione legale contro lo stato russo, avendo ceduto nel 2005 la maggioranza delle azioni della società a Leonid Nevzlin. La motivazione del maxi risarcimento (auguri per la sua esecuzione, comunque) è che la distruzione di Yukos, i cui asset sono poi stati rilevati dal gigante energetico statale Rosneft, è avvenuta per mano dello stato russo per motivazioni prettamente politiche.

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha annunciato che Vladimir Putin sarà il primo docente dell’Università del Pensiero Liberale che sarà aperta a Villa Gernetto, la villa settecentesca acquistata dal premier dove oggi si è tenuto il vertice Italia-Russia.

“Questa villa – ha detto Berlusconi concludendo la conferenza stampa – sarà la sede dell’Università del Pensiero Liberale dove verranno personalità da tutto il mondo che nei loro paesi hanno ricoperto ruoli di prestigio. Ho detto a Putin di mandare anche giovani russi e l’ho invitato ad essere il primo professore a tenere una lezione in questa università. Da come ha accolto questa mia proposta ho capito che sarebbe contento di farlo”