Dopo mesi di pressione militare, con annesse uccisioni extragiudiziali di persone a bordo di imbarcazioni a cui era stato assegnato il ruolo di corrieri della droga nel lungo viaggio verso gli Stati Uniti, Donald Trump ha rotto gli indugi e ha fatto “estrarre” (alcuni dicono “esfiltrare”, che suona meglio ma a me ricorda operazioni di salvataggio) il dittatore venezuelano Nicolas Maduro, che sino a poche ore prima gli aveva pubblicamente proposto di fare business assieme, avendo forse intuito la natura di Trump. Maduro di comprendonio, quindi. Troppo tardi, ahilui. Ora lo attende un percorso simile a quello dell’ex uomo forte di Panama, Manuel Noriega, anch’egli “esfiltrato” dalle squadre speciali ma in modo più cruento.
Come tutto quello che riguarda Trump, il tasso di obsolescenza e decadimento delle notizie (la “shelf life” o data di scadenza) è rapidissimo, molto più di quello dello iodio-131 (reminiscenze ormai quasi ancestrali). Quindi, poiché questa pubblicazione mi serve anche per prendere appunti e formulare ipotesi che rivedo col trascorrere del tempo, e non per pontificare ex cathedra, provo a imbastire la solita sessione di Q&A, per fissare degli esili ancoraggi che verranno divelti nelle prossime ore.
C’entra davvero la droga?
Come ormai sanno anche gli uscieri e i loro cani, il Venezuela ha un impatto molto debole e molto indiretto sui flussi che entrano negli Stati Uniti. Coltivazione e laboratori di coca sono in Colombia, mentre in Messico arrivano i precursori chimici, di prevalente provenienza cinese (forse per sfiancare gli imperialisti dell’altro emisfero), con cui si prepara il fentanyl. Trump ha già detto al presidente colombiano, l’ex guerrigliero marxista Gustavo Petro, di “pararsi il culo”, e della presidente messicana, Claudia Sheinbaum, che è solo una gentile signora inetta. Quindi “qualcosa bisognerà fare”, ma è chiaro che qui saremmo su livelli ben più critici rispetto alla pur clamorosa impresa venezuelana.
E il petrolio? Tanto, sempre lì si arriva.
Il petrolio, già. Trump e Vance hanno parlato di torto da raddrizzare per gli espropri che hanno colpito a inizio secolo le compagnie petrolifere statunitensi, dopo la nazionalizzazione voluta da Hugo Chavez. Il Venezuela ha le maggiori riserve accertate del pianeta, pari a 300 miliardi di barili ma una infrastruttura petrolifera devastata da anni di chavismo predatorio e criminale. Oggi producono meno di un milione di barili al giorno, di qualità molto pesante, una vera e propria melassa, come quello brasiliano offshore e quelli canadesi. Le raffinerie del Golfo del Messico (pardon, d’America) sono storicamente state realizzate per trattare greggi pesanti. Poi sono arrivati gli shale leggeri…
A parte ciò, il programma pare “interessante”. Gli USA controllano un forziere planetario di greggio, condizionano l’Opec e, volendo, possono piegare il braccio dietro la schiena a Putin.
Sei molto fantasioso. Le prime stime ritengono che, solo per mantenere la produzione al livello corrente, sino al 2040 servirebbero investimenti per 65 miliardi di dollari, che salirebbero a 100 miliardi per raddoppiare la produzione. Ricordo che l’attuale produzione venezuelana pesa per circa l’1 per cento di quella globale. Mi pare difficile che le aziende petrolifere statunitensi si fiondino a investire, visto il prezzo attuale del greggio e visto che nemmeno si sa chi comanderà e come. Per ora, la sola Chevron opera in regime di autorizzazione speciale del Tesoro statunitense, e le sue prime dichiarazioni sono state piuttosto guardinghe. Certo, come dici, sulla carta sembra un bel filotto geostrategico, ma non è che si apre il rubinetto della doccia e piove greggio. Certo, ci sono sempre scorciatoie come la “privatizzazione” di PDVSA, la compagnia petrolifera di stato, che potrebbe essere consegnata agli americani.
Ma chi comanderà a Caracas?
Ah, lo vedremo. Per ora, Trump ha accantonato la Nobel per la Pace, Maria Corina Machado, e il suo candidato presidente, Edmundo González Urrutia, dicendo che sono “brave persone” ma non hanno seguito e sono fragili. Diciamo che c’è del vero nel senso che l’opposizione venezuelana è un enorme camposanto largo, un coacervo di sigle e posizioni, che è realmente fragile. Forse quello di Trump è solo cinico realismo, o forse ha imparato la lezione del suo primo mandato, quando scommise su Juan Guaidò, e sappiamo come andò a finire. Che oggi Guaidò vive a Miami.
Ma quindi Trump potrebbe venire a patti col diavolo, cioè accettare che la vice di Maduro, la ultra chavista Delcy Rodriguez, e la cricca bolivariana, restino al potere?
Solo se rispetteranno diligentemente le richieste americane. Altrimenti, come Trump ha già preannunciato, in nome della “Dottrina Donroe”, verranno “estratti” sin quando non uscirà il numero giusto sulla ruota di Caracas. La lista della spesa (in inglese si chiama lista della lavanderia, suona meglio), l’ha comunicata l’ormai ubiquo Segretario di Stato, Marco Rubio, alla stessa Rodriguez: industria petrolifera gestita “a beneficio del popolo”, stop al traffico di droga, rimozione dei gruppi militanti colombiani delle Farc e ELN, basta lingua in bocca dei venezuelani con Hezbollah e Iran “nel nostro emisfero”. Ah, e sullo sfondo, Cuba, ultimo spelacchiato trofeo di caccia yanqui. Da cui provengono i genitori di Rubio, non scordiamolo.
Ma ti pare possibile che questi accettino una simile etero-direzione restando al potere?
No. Sarebbe forse possibile solo se la cricca riuscisse a continuare ad arricchirsi senza problemi, “in nome del popolo”, mentre esegue gli ordini degli americani. Che potrebbero vendere loro anche le armi con cui sparare sul “popolo”, in caso quest’ultimo vociasse troppo. Se ci pensi, altro che Black Mirror o Orange Mirror: una cosca rivoluzionaria che viaggia a braccetto con un’amministrazione statunitense che fatico a definire di estrema destra, perché qui siamo oltre. Forse così a destra da diventare di sinistra, un po’ come il viaggio di Cristoforo Colombo che cercava il levante passando per il ponente. Sarebbe anche la versione estrema e geneticamente modificata del noto precetto “è il nostro figlio di puttana“. Pensa a un Pinochet chavista, e poi vai da un otorino a farti diagnosticare le vertigini. Ma Rubio, che stupido non è e pare disporre ancora di una modica quantità di decenza, ha già detto che l’attuale assetto di potere in Venezuela “non è legittimo”. Al contempo, però, ha invocato “un po’ di realismo”, dopo oltre venticinque anni di chavismo. Punta-tacco. Nel frattempo Rodriguez manda messaggi, soprattutto ai suoi compari interni.
E il diritto internazionale?
Mi pare diventato o ridiventato un “diritto” hobbesiano. I forti comandano, i deboli subiscono. Una Yalta senza infingimenti. La lettura più semplice e semplicistica vede questa azione americana come il via libera alle mire russe e cinesi, sai dove. Ma forse è troppo semplice. Nel senso che bisogna capire se gli americani manderebbero un telegramma di rimprovero in caso Pechino si mangiasse Taiwan o se farebbero altro. Non scordare che solo pochi giorni fa l’amministrazione ha approvato una maxi vendita di armi a Taiwan. Vero che sono tanti soldi ma, se fosse appeasement, quella vendita non sarebbe avvenuta. Quindi non tutto mi suona comprensibile, in quello che vedo e leggo.
Ma cosa intende Trump quando dice che gli USA “gestiranno” il Venezuela?
Se ricordi, lui questa cosa del “gestire” la mette ovunque: ha iniziato con la “riviera” di Gaza, e non ha più smesso. Di certo, arrivare sino alla camera da letto del loro blindato compound ed estrarre la coppia di satrapi chavisti è stata la parte più facile. Incredibilmente facile, se ci pensi. Da qui in avanti, le cose non saranno così facili. E la Cina (e non solo lei) ha il massimo interesse a far cadere in trappola gli americani con un Vietnam nelle giungle venezuelane. Ma non portiamoci troppo avanti, l’anno è appena iniziato.
Quindi Trump non è isolazionista.
Questo lo dice(va) solo qualche assai sopravvalutato idiota italiano, sii serio. Gli Stati Uniti non possono essere isolazionisti. Quando lo diverranno, sarà perché sono al capolinea e il loro ruolo imperiale sarà consegnato alla storia.
E l’Europa?
Chi?
Dai, sii serio tu, adesso.
D’accordo. L’Europa è una deprimente polifonia, al solito. I tedeschi “valutano la legalità” dell’operazione e quando avranno deciso manderanno un fax; i francesi sono solenni comme d’habitude; Keir Starmer “non verserà lacrime” per il tiranno, perché ancora crede che Trump gli toglierà i dazi su acciaio e alluminio. Giorgia Meloni, quando non guida vecchie Mini in Spagna spupazzando il suo amico Santiago Abascal, senza peraltro più berciare contro le accise, dice che l’intervento americano è giustificato perché il Venezuela stava conducendo “una guerra ibrida” contro Washington. Vorrei vedere la faccia del consigliere diplomatico che ha scritto questa versione per Meloni. Quando gli americani invaderanno la Groenlandia e insedieranno un loro governatore, magari delle basse latitudini tipo Louisiana, Meloni dirà che gli inuit hanno fatto delle facce irrispettose agli americani e che la reazione appare proporzionata, purché si fermi all’occupazione militare. Saremo in modalità superior stabat lupus.
Ma perché gli europei fanno così?
Perché sono numerosi nani, in termini di stati nazionali. Ma soprattutto perché se la stanno facendo sotto temendo che, se dovessero contraddire “daddy“, l’Ucraina sarebbe persa. E con essa almeno gli stati baltici. Dopo di che, sarebbero loro a dover mettere gli anfibi sul terreno, e non sto parlando di rane.
Va bene, sono già abbastanza depresso. Quindi per chiudere ti chiedo: e l’Italia?
In Italia i conduttori di teatrini televisivi hanno stappato una bottiglia di quello buono: saranno centinaia di ore di stronzate dibattiti. Con la destra che dirà che la sinistra protegge i dittatori comunisti e la sinistra che dirà che la destra ha un solo dittatore, di colore arancione e facile all’abbiocco. Nel mezzo, nel senso di centro, ci saranno quelli che diranno “evviva, il tiranno è caduto, basta bizantinismi!”, e poi si troveranno a Caracas una junta chavista riverniciata oppure un pinochetismo petrolifero. L’Italia è un teatrino di anime morte, lo vuoi capire una volta per tutte?