Guerra d’Occidente: trappola per tori

Il Segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, a Davos ha assunto una posizione molto assertiva, al limite dell’aggressività ma anche del dileggio nei confronti degli europei (laddove con questo termine bisogna intendere l’intero continente e non la sola Ue), sul “caso Groenlandia”. In sintesi, rilassatevi perché “la resistenza è inutile”, per usare una citazione da Star Trek.

Minacciosi consigli

Calmatevi, cari europei, perché “la cosa peggiore che i paesi possano fare è una escalation contro gli Stati Uniti”. Aggiungendo subito dopo:

Questo è lo stesso tipo di isteria che abbiamo sentito il 2 aprile — c’era il panico. Quello che esorto tutti qui a fare è sedersi, prendere un respiro profondo e lasciare che le cose si svolgano. Come ho detto il 2 aprile, la cosa peggiore che i paesi possano fare è esacerbare la situazione contro gli Stati Uniti. Quello che il presidente Trump sta minacciando sulla Groenlandia è molto diverso rispetto agli altri accordi commerciali. Quindi esorto tutti i paesi a rimanere con gli accordi commerciali che abbiamo concordato.

Il 2 aprile è stato il Liberation Day, e il panico c’è stato sui mercati per alcuni giorni, al punto da costringere lo stesso Trump a fare retromarcia e raffreddare la situazione, con i canonici 90 giorni di “negoziati”. Interessante anche il fatto che Bessent specifichi, in modo ancor più minaccioso, che il “caso Groenlandia” nulla c’entra con la guerra commerciale.

Gli europei, dopo il momento dello sdegno e le minacce di “conseguenze”, stanno in effetti facendo il famoso respiro profondo, nel senso che pare che le rappresaglie commerciali siano rinviate. Il premier britannico Keir Starmer, che pure è assediato dagli americani e rischia la colonizzazione, ha detto che “una guerra di dazi non è nell’interesse di nessuno, e non siamo a questo stadio”.

Segnalo la deprimente coazione a ripetere del presidente francese Emmanuel Macron, che peraltro ho visto arrivare. Prima lancia l’uso dello Strumento Anti Coercizione, poi Trump gli fa buh! per altri motivi, nello specifico l’estorsione sull’Onu privata che sta creando; infine, attendiamo che Macron faccia retromarcia, magari aiutato dal fatto che per lo Strumento Anti Coercizione manca anche la sola maggioranza qualificata, quindi il galletto dell’Eliseo potrà sempre dire che “fosse stato per me lo avrei attivato, ma non mi hanno ascoltato”.

Ordine di vendita

Tornando a Bessent, alla domanda se l’Ue e il Regno Unito avessero strumenti di ritorsione di cui gli Stati Uniti dovrebbero preoccuparsi, il Segretario al Tesoro ha semplicemente risposto: “No.” In questi giorni pare che qualcuno abbia suggerito agli europei di non andare alla ritorsione mercantile bensì a quella finanziaria: “gli europei hanno un sacco di investimenti finanziari americani: li vendano e vedrete gli americani come abbasseranno la cresta”. Segue immancabile codazzo di post sui social, anche quello “professionale”, LinkedIn, dove gli “esperti” mostrano la pistola fumante del grafico a istogrammi. Un peccato che i fumi di quella pistola abbiano un effetto lisergico.

Devo confessare che non ho letto né sentito idiozia maggiore di questa. È arrivata persino sul Financial Times, manco fosse un Sole 24 Ore qualunque, coi suoi editorialisti divoratori di ciliegie e altri che spianerebbero il Turchino per far sparire la nebbia in Val Padana, pronti a fiondarsi al prossimo buffet di convegno. Cito:

Se l’Europa vuole dissuadere Washington da un takeover della Groenlandia, potrebbe segnalare che desidera che gli investitori affiliati al governo, come i fondi pensione pubblici, esaminino e potenzialmente riducano l’esposizione ai Treasury statunitensi. Ciò potrebbe creare aspettative di debolezza nel mercato, spingendo altri detentori di attivi a ridurre anch’essi le proprie partecipazioni, aumentando i rendimenti a lungo termine e creando contagio in altri mercati finanziari statunitensi. Se sostenuti, le perdite azionarie statunitensi potrebbero colpire le vendite al dettaglio e, naturalmente, i tassi ipotecari probabilmente aumenterebbero. Questo è l’ultimo desiderio dei repubblicani a pochi mesi da un’elezione chiave.

Ma certamente, come non averci pensato prima? Le “autorità” devono ordinare ai fondi pensione pubblici di disinvestire dai Treasury. Seguirà il settore privato, immagino. Il fascino degli strumenti “cinesi” è giunto nel decadente Occidente. Si noti, non stiamo parlando di una scelta deliberata e razionale, frutto di valutazione sul crescente rischio-America. No, si tratta di un “ordine”. E poi, dove mettere i soldini? Nei Bund, negli OAT, nei Gilts, nei Btp? Dite, dite: mi interessa. Facciamo emettere una grida bruxellese alla Commissione Ue, che dite? Ma soprattutto, visto che ben il 60 per cento degli asset statunitensi detenuti in Ue sono azioni, dovrebbero uscire anche da quelle? Poi, è un vero peccato che i residenti statunitensi posseggano investimenti di portafoglio pari a circa il 30 per cento del Pil dell’Eurozona. Vado pazzo per le rappresaglie ben riuscite.

Bessent ha buon gioco a dire che un simile scenario “sfida ogni logica”. Poco prima, peraltro, l’americano aveva deriso la Ue, dicendo che attendeva la formazione del loro “temuto gruppo di lavoro”. Come dargli torto?

Saranno i mercati a decidere

Dal Liberation Day, i flussi di acquisti di asset finanziari statunitensi da parte del resto del mondo non hanno fatto che aumentare, attratti soprattutto dal boom dell’AI. L’unica misura di protezione è stata la riduzione dell’esposizione al dollaro. Che infatti si è robustamente deprezzato e ha fatto grattare la testolina agli economisti, i cui libri di testo spergiuravano che, dopo lo tsunami di dazi, il dollaro si sarebbe rafforzato. Mai sottovalutare i flussi finanziari e la loro dominanza su quelli reali.

Non solo: i rendimenti sui Treasury sono anche calati, in questi mesi. Oggi tornano a salire, sia per reazione alla nuova impennata di incertezza di matrice trumpiana sia per la situazione giapponese, dove la premier Sanae Takaichi ha convocato elezioni a inizio febbraio promettendo di azzerare per due anni la sales tax sugli alimentari, oggi all’8 per cento, ma senza specificare con quali soldi. Nel frattempo, la Bank of Japan è alle prese con l’inflazione, minaccia di aumentare i tassi ma lo fa a passo glaciale, e di conseguenza i mercati hanno fiutato un nuovo Japan Trade: vendere yen e titoli di stato, i JGB. Almeno, sin quando qualcosa non si romperà, anche a livello planetario. Avremo il momento Liz Truss anche per la batterista metallara Takaichi?

A parte ciò, quello che voglio dirvi è semplice, all’incirca: gli europei non hanno vere armi di rappresaglia contro Trump. Quelle le hanno i mercati. Ma non in conseguenza di qualche editto politico che ordini di vendere asset americani, facendosi esplodere in una stanza di cemento armato. No. Ciò accadrà se (o quando) Trump avrà tirato la corda sino a spezzarla, provocando la fuga degli investitori, in primo luogo quelli domestici statunitensi. In quel caso sarà costretto a calmarsi e troverà il giusto dosaggio di gocce. Oppure qualcuno troverà modo di somministrargliele.

Nel frattempo, temo di dover ammettere che l’irritante spavalderia di Bessent è solo realismo. Per tutto il resto, mi stupisco dello stupore di chi commenta le quotazioni raggiunte dall’oro.

P.S. “E allora il fondo pensione danese?”

  1. È danese, e scusate se è un dettaglio;
  2. Venderà una quantità omeopatica di Treasury;
  3. Con motivazione ufficiale di natura economico-finanziaria e non politica;

Quindi è l’eccezione che conferma la regola, non eccitatevi troppo.

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