Il potere d’acquisto e quello delle illusioni

Secondo dati OCSE, nel terzo trimestre del 2025 il reddito reale familiare pro capite nell’area dei paesi aderenti è aumentato dello 0,3% trimestrale, meno rispetto alla crescita del Pil reale pro capite (più 0,5%). Tuttavia, la crescita del reddito reale familiare pro capite nell’area G7 si è bloccata, con la maggior parte delle principali economie che hanno registrato una contrazione.

Tra i paesi del G7, il Regno Unito ha registrato il calo più significativo (-0,8%) nel terzo trimestre del 2025, principalmente a causa dell’aumento delle tasse su redditi e patrimoni, mentre la crescita del Pil reale pro capite è rimasta invariata. In Francia e Canada, il reddito reale familiare pro capite è diminuito (-0,3% e -0,1%, rispettivamente) con l’aumento dell’inflazione dei prezzi al consumo; allo stesso tempo, il Pil reale pro capite è aumentato (0,4% e 0,5%, rispettivamente).

Un’inflazione dei prezzi al consumo più alta ha avuto anche un impatto negativo sul reddito reale pro capite negli Stati Uniti (-0,1%), ponendo fine al lungo periodo di crescita continua post-COVID nell’OCSE che era iniziato nel terzo trimestre del 2022; il PIL reale pro capite negli Stati Uniti è aumentato (0,9%).

Potere (d’acquisto) al popolo (italiano)

E qui arriviamo all’exploit italiano, che anche graficamente è un tale outlier da suscitare sospetti e meritare qualche riflessione aggiuntiva. Secondo l’OCSE, l’Italia ha registrato un aumento del reddito reale familiare pro capite (1,7%) sul precedente trimestre, grazie all’aumento delle “remunerazioni dei dipendenti e dei redditi da proprietà netti”. Questa è la categoria impiegata nella tassonomia. Anche la Germania ha mostrato crescita (0,5%), principalmente guidata dalle remunerazioni dei dipendenti.

Questa notizia ha scatenato un furibondo trenino tra politici di maggioranza, dalla premier in giù, corifei filo governativi e pervicaci editorialisti panglossiani, di quelli che fanno scorpacciate di ciliegie. Chi mi segue da sufficiente tempo sa che uno dei miei maggiori caveat è quello che invita a non proiettare nella stratosfera un singolo dato. In questo caso, Giorgia Meloni ha precisato che non si tratta di dato singolo ma di una vera e propria tendenza, che si sovrappone temporalmente al suo governo:

Dall’insediamento del governo al terzo trimestre 2025, il potere d’acquisto per abitante ha fatto registrare un +7,5%, più che compensando l’alta inflazione del biennio 2022/2023. Rispetto al periodo pre-Covid, la crescita è stata del 7,7%. Sono dati che ci rendono orgogliosi, che smentiscono molte narrazioni e che ci spingono a proseguire su questa strada, con la consapevolezza che c’è ancora molto da fare.

Proviamo a guardare al boom del terzo trimestre 2025, e poi ai dati pluriennali citati da Meloni. Come sappiamo, o dovremmo sapere, i dati trimestrali hanno una elevata variabilità, soprattutto in termini di metriche quali la pressione fiscale. È sufficiente infatti il rinvio di una scadenza tributaria per alterare anche profondamente il dato del trimestre e di conseguenza quello tendenziale.

Gli “aumenti di stipendio” pagati da Pantalone

Pare che nel terzo trimestre 2025 sia accaduto esattamente quello, con un meno 6,8% tendenziale di entrate da imposte dirette, che ha portato la pressione fiscale tendenziale al 40%, con un calo di 0,8 punti percentuali. Questo ha beneficiato i redditi di lavoro, almeno come categoria generale. Specularmente, e ribadendo che i dati trimestrali sono fortemente volatili e spesso poco significativi, nel terzo trimestre 2025 l’indebitamento delle amministrazioni pubbliche (cioè quello che comunemente si chiama rapporto deficit-Pil) è salito al 3,4% del PIL nel terzo trimestre 2025, dal 2,3% dello stesso periodo 2024.

Contemporaneamente, le statistiche Ocse segnalano nei primi tre trimestri del 2025 una impennata dei trasferimenti monetari netti alle famiglie italiane:

Direi che ce n’è abbastanza per contestualizzare quel balzo trimestrale. Riguardo invece alla rivendicazione di Meloni che si tratterebbe non di episodio isolato quanto di una vera e propria tendenza ascrivibile al suo governo, è il caso di ricordare che la cifra distintiva dell’attuale governo è la decontribuzione sino a 35 mila lordi annui, poi elevata a 40 mila e diventata defiscalizzazione.

Se a questa tendenza di fondo aggiungiamo i rinnovi di alcuni rilevanti contratti collettivi di lavoro, privati e pubblici, ben si coglie questo rimbalzo del potere d’acquisto. Ora, è vero che piuttosto che niente è meglio piuttosto e che la politica non usa analisi così “sofisticate” quando si tratta di prendersi meriti ma è sempre consigliabile contestualizzare questi numeri, sia quelli singoli che le tendenze.

Ho più volte segnalato il rischio di creare “aumenti di stipendio” e recuperi di potere d’acquisto mettendo tutto a carico della fiscalità generale. Inoltre, non si deve minimizzare la profonda crisi dell’istituto del contratto collettivo nazionale di lavoro, in termini di difesa del potere d’acquisto, soprattutto in caso di shock inflazionistici. Poi, va da sé che quando i rinnovi arrivano, anche se parziali e non tali da conseguire il pieno recupero del pregresso, si mette l’evento in una opportuna cornice temporale e si fa il trenino.

D’altronde, a voi non sembra anomalo un paese dove, secondo le statistiche, il reddito reale pro capite delle famiglie sta “esplodendo” e contemporaneamente il Pil pro capite stagna? Non è che in questo paese sia in corso una rivoluzione socialista: è che accadono eventi una tantum come i rinnovi dei CCNL e defiscalizzazioni dei redditi più bassi. Che prima o poi finiscono, a meno di cercare affannosamente coperture, di anno in anno. Peraltro, la sola conferma del provvedimento di defiscalizzazione e/o decontribuzione dell’anno precedente determina una variazione nulla del potere d’acquisto, eppure costa lo stesso, e necessita di coperture.

Quindi sì, questo rimbalzo del reddito reale pro capite delle famiglie italiane è una “buona notizia”, tra virgolette, ma attenzione agli artefatti e alle scorciatoie.

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