Ursula, punching ball per tutte le stagioni

Come fai, sbagli. Questo potrebbe essere il motto della casata di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, che sarebbe sull’orlo di una crisi di nervi se il suo algido aplomb non glielo impedisse. Però la situazione è disarmante e desolante, le colpe non sono tutte in capo all’ex ministra democristiana della Difesa tedesca, che tuttavia ci mette del suo a porgere l’altra guancia e prendersi ceffoni dalla realtà.

Ceffoni che spesso giungono quando Von der Leyen si scorda di essere un prodotto di sintesi oltre che il comune e minimale denominatore dei Ventisette, e si lancia in posture pugnaci, solo per essere ricondotta al suo ruolo istituzionale. Come accaduto quando VDL si è trovata sulla difensiva al Parlamento europeo di Strasburgo dopo che un suo discorso agli ambasciatori Ue ha scatenato un’ondata di critiche interne ed esterne.

Ursula Von Der Hobbes

Von der Leyen ha dichiarato che l’Europa non può più fare da “custode del vecchio ordine mondiale” e ha messo in dubbio se il principio di unanimità nelle decisioni Ue sia un ostacolo — commenti letti da molti come un invito a consolidare il potere nell’esecutivo comunitario e ad allontanarsi dal diritto internazionale come riferimento normativo.

Ora, che vi sia esigenza di superare l’unanimità senza distruggere definitivamente il meccanismo europeo è noto a tutti. Ma se questo concetto viene declinato in assertività geopolitica, forse con termini sfortunati ma che hanno dato l’impressione di una trumpizzazione della mite politica-burocrate tedesca, ecco che le penne si arruffano.

La vicepresidente esecutiva Teresa Ribera (socialista spagnola) ha preso pubblicamente le distanze, ammettendo che le parole della presidente “non erano il modo più adeguato di esprimersi.” Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha direttamente contraddetto la linea von der Leyen, ribadendo che la “politica di potenza” non può sostituire il diritto internazionale. Una commissione divisa è un segnale di debolezza politica difficile da nascondere.

Nel successivo discorso al Parlamento von der Leyen ha attenuato i toni, riaffermando che l’Ue è nata come “progetto di pace” e ne “difenderà sempre i principi.” Non è bastato. Dai banchi del Parlamento europeo sono arrivate critiche trasversali, accomunate da due temi: opposizione ai bombardamenti USA-israeliani sull’Iran e difesa del diritto internazionale come bussola dell’azione esterna europea. Di certo, un parlamento dominato da pulsioni rossobrune non aiuta. O meglio, aiuta i nemici d’Europa.

Sullo sfondo c’è il conflitto in Medio Oriente, esploso con gli attacchi statunitensi e israeliani all’Iran. Lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale — è di fatto bloccato dalle minacce iraniane alla navigazione. Von der Leyen ha quantificato il costo per l’Europa in 3 miliardi di euro aggiuntivi in importazioni di combustibili fossili in soli dieci giorni — cifra usata per argomentare la necessità di ridurre la dipendenza energetica del continente. Vedremo a breve come (si fa per dire).

La Ue è il bastione dell’internazionalismo liberale rules-based, quindi nessuno deve bestemmiare affermando che bisogna diventare improvvisamente hobbesiani. Anche perché, soprattutto, non è affatto chiaro chi abbia titolo a diventare euro-dominus hobbesiano, vista la costruzione europea. Di certo è piuttosto improbabile, per usare un eufemismo, che la presidente della Commissione possa vestire quei panni, essendo neppure eletta direttamente dal “popolo” europeo.

Sono come tu mi vuoi

La stessa storia delle due Commissioni Von der Leyen è la plastica rappresentazione di questa crisi esistenziale: il cambio di maggioranze in corso d’opera, il passaggio da una forma di assolutismo green all’attenuazione del Green Deal, dall’inclinazione a rigettare il nucleare alla sua ripresa in considerazione. Nel mezzo, è riuscita anche a trasformarsi nella vestale del riarmo “europeo”, risoltosi in quello tedesco, ovviamente. Passare per due shock energetici in quattro anni, scompenserebbe anche Gesù Cristo, perdonate la blasfemia.

Nel discorso agli ambasciatori Ue del 9 marzo, von der Leyen ha quantificato il costo immediato della guerra in Medio Oriente: dieci giorni di conflitto sono già costati ai contribuenti europei 3 miliardi di euro aggiuntivi in importazioni di combustibili fossili — con il gas salito del 50% e il petrolio del 27%. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, è praticamente bloccato.

Sul fronte delle misure di emergenza, la Commissione sta preparando un pacchetto che include misure di aiuto di Stato (per la “gioia” di chi non ha i soldi, come l’Italia ma anche la Francia), contratti di acquisto di energia (PPA), sussidi o tetti ai prezzi dell’elettricità, non è chiaro pagati da chi e con che struttura e validità. Von der Leyen ha contemporaneamente respinto la tentazione di tornare al gas russo, definendola un “errore strategico” che priverebbe l’Ue di uno strumento di pressione su Mosca, mentre il Cremlino già minacciava di chiudere i rubinetti prima che Bruxelles imponesse il bando definitivo.

In vista del prossimo vertice Ue, von der Leyen ha promesso proposte formali sui prezzi energetici. Tra le misure già in discussione, aggiustamenti alla fiscalità energetica e possibili modifiche al sistema ETS (Emission Trading System) che prezza il carbonio e che pesa per circa l’11% sui costi industriali dell’elettricità. In tal modo, farebbe felice il governo italiano, che per colmo di disperazione ormai ha scoperto che la rimozione della “tassa” sull’ETS sarebbe il “frutto basso” da cogliere immediatamente per raffreddare i prezzi dell’energia.

Non è un caso che questa posizione sia stata stentoreamente avanzata dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che in tal modo soccorre l’ormai disperato presidente di Confindustria e neo-architetto honoris causa, Emanuele Orsini, che quotidianamente singhiozza concetti del tipo “Presto, subito nuovo deficit europeo, come col Covid”, seguito dall’immancabile “L’Europa deve svegliarsi”. Circostanza che suggerisce che la Ue dovrebbe potenziare il suo già poderoso ufficio comunicazione e produrre un agile volumetto da consegnare a ogni esponente della cosiddetta classe dirigente italiana, in modo che risulti subito chiaro chi fa o può fare cosa, come e quando. Ma sto divagando.

Il problema della scorciatoia degli ETS è che si risolverebbe in un gravissimo danno per le imprese che hanno investito e stanno investendo miliardi sulla decarbonizzazione, e questo potrebbe avere contraccolpi anche esiziali per l’economia della regione. Ma purtroppo siamo in ballo, abbiamo adocchiato il jackpot e battiamo i piedi per averlo. La materna Ursula, una parola buona per tutti, cerca di accarezzare la testa di chiunque, e propone. Mentre gli oftalmologi europei sono in allarme per questa gravissima epidemia di strabismo che ha colpito eletti, quasi-eletti e non eletti della regione.

Made in Europe, tra e-car e reattori da cortile

Tornando al revival nucleare, il passaggio più rilevante è avvenuto il 10 marzo al Nuclear Energy Summit ospitato da Macron a Boulogne-Billancourt, vicino Parigi. Von der Leyen ha pronunciato quella che può essere considerata un’autocritica storica: abbandonare il nucleare è stato “un errore strategico”, perché l’Europa ha voltato le spalle a una fonte affidabile, accessibile e a basse emissioni. La quota del nucleare nell’elettricità Ue è crollata da un terzo nel 1990 a circa il 15% oggi.

Sul piano operativo, ha annunciato tre misure concrete per il rilancio: primo, la creazione di “regulatory sandboxes” — ambienti regolatori semplificati — per consentire alle aziende di testare tecnologie innovative; secondo, un fondo di garanzia da “ben” 200 milioni di euro (vertigini) per attrarre investimenti privati in tecnologie nucleari innovative; terzo, un coordinamento europeo per allineare i quadri regolatori nazionali, accelerare le autorizzazioni e sviluppare le competenze necessarie nel settore.

L’obiettivo dichiarato è rendere i reattori modulari di piccola taglia (SMR) operativi in Europa entro i primi anni 2030, in complemento ai reattori tradizionali. Il rilancio nucleare di von der Leyen porta con sé contraddizioni difficili da ignorare. Von der Leyen è parte dell’élite politica tedesca che ha sistematicamente spinto per l'”uscita dall’atomo” della Germania. Quella scelta, combinata con la lunga crisi dell’industria nucleare francese, ha di fatto smantellato l’ecosistema nucleare europeo: ingegneri migrati verso altri settori, catene di approvvigionamento deteriorate, autorità di regolazione che hanno perso la capacità di gestire grandi progetti senza anni di ritardi.

Sul fronte dei costi, i grandi reattori EPR mostrano sistematicamente sforamenti enormi: il cantiere di Hinkley Point C nel Regno Unito ha registrato una svalutazione di circa 11 miliardi di euro dopo il ritiro del co-finanziatore cinese, con EDF a dover sostenere da sola la maggior parte del progetto. Gli SMR su cui punta von der Leyen rimangono in larga misura una tecnologia futura: in Occidente non ne esiste ancora un solo impianto commercialmente operativo.

Sul piano globale, la “rinascita nucleare” in Occidente è più una rinascita di dichiarazioni d’intenti che di capacità reale: chi sta tenendo un’andatura forsennata è essenzialmente la Cina. Cosa possiamo aspettarci, da questa Ursula per tutte le stagioni? La proposta del piccolo reattore modulare europeo sulla traccia dell’utilitaria all-electric europea? Coraggio.

Ah, scusate, per fatto personale: questi sono dati, non opinioni del sottoscritto. Pertanto, accusarmi di “non capire nulla di energia” indica solo che l’accusatore ha ancor meno dimestichezza con la realtà e – soprattutto – con concetti di base economici e finanziari. Ma transeat (entro dati limiti, perché potrei anche decidere di dedicarmi ad alcuni di questi luminari, e per loro non sarebbe piacevole).

Quindi, tirando mestamente le fila: c’è un’Ursula per tutte le stagioni. Da green e venusiana può diventare marziana e di colore che vira al brown. Può passare dall’irenismo internazionalista delle regole al mostrare acuminati e ingialliti canini hobbesiani, prima di essere messa a cuccia dai suoi mandanti eletti e diventare un punching ball per tutte le stagioni. Questa è la plastica rappresentazione del declino europeo, che vi descrivo da anni. Perché, per costruzione, temo ci sia ben poco da fare per invertire la tendenza.

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