Il casello iraniano tassa anche gli americani

Sempre più difficile seguire le posizioni di Donald Trump sulla guerra all’Iran, che ormai è diventata “la guerra per riaprire lo Stretto di Hormuz”. Abbiamo terminato, obiettivi raggiunti, ce ne andremo a breve, Hormuz non è problema nostro, se l’Iran non negozia riaprendo Hormuz li bombarderemo riportandoli all’età della pietra. Qualcuno dirà che si tratta di tattiche negoziali, che tra le altre cose servono a risollevare i mercati quando gli stessi stanno per deprimersi troppo (e magari, nel corso dell’operazione, fare un po’ di “sano” insider trading); altri diranno che si tratta ormai di conclamato problema psichiatrico. A parte ciò, e tentando di sistematizzare, ecco la situazione, in sintesi e successiva analisi.

Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica iraniana (IRGC) ha costruito un sistema di pedaggi sullo Stretto di Hormuz — pagato in yuan e stablecoin, operativamente funzionante, formalizzato legislativamente anche per esigenze di propaganda. L’amministrazione Trump, che nella revisione di fine 2025 della National Security Strategy (NSS) aveva proclamato la fine della centralità mediorientale nella politica estera americana, si trova in una trappola simmetrica: non può riaprire lo stretto militarmente, non riesce a costruire una coalizione che lo faccia, e non può dichiarare il problema “affar degli altri” perché il blocco colpisce i consumatori americani attraverso canali che il dibattito pubblico ignora quasi completamente.

Il casello iraniano

L’IRGC ha costruito un’infrastruttura di accesso a pagamento con caratteristiche istituzionali precise: società intermediaria dedicata, raccolta dati sulla nave (proprietà, bandiera, carico, equipaggio, segnale AIS), verifica del Comando Provinciale del Golfo, sistema di ranking per nazione da 1 a 5, negoziazione del pedaggio, emissione di codice-permesso e istruzioni di rotta, scorta di una motovedetta attraverso la zona già ribattezzata “il casello iraniano.” Il Comitato di Sicurezza Nazionale iraniano ha approvato un disegno di legge per istituzionalizzarne il funzionamento.

Il prezzo di partenza per le petroliere è circa 1 dollaro per barile, pagato in yuan cinese o stablecoin — scelta strutturalmente impermeabile al sistema sanzionatorio occidentale. Una Very Large Crude Carrier (VLCC, le “superpetroliere”) trasporta 2 milioni di barili: pedaggio potenziale per singolo transito quindi nell’ordine di 2 milioni di dollari.

La logica interna del sistema ha una caratteristica che il dibattito tende a ignorare: il pedaggio non sostituisce la violenza, la presuppone. Per restare credibile come casellante, Tehran deve mantenere la capacità di minacciare credibilmente il traffico commerciale. Per essere credibile, deve attaccare petroliere di tanto in tanto. Pedaggio e violenza sono complementari, non alternativi. Potremmo chiamarla pirateria statale, se il concetto non portasse subito alla mente il profilo di Donald Trump in questo suo secondo passaggio alla Casa Bianca.

Strategia Carta straccia

La Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata a novembre 2025 conteneva due affermazioni difficilmente conciliabili. Da un lato proclamava che “i giorni in cui il Medio Oriente dominava la politica estera americana sono — per fortuna — finiti”, descrivendo la regione come in transizione verso “un luogo di partnership, amicizia e investimento.” Dall’altro: “Gli Stati Uniti avranno sempre un interesse primario nel garantire che le forniture energetiche del Golfo non cadano nelle mani di un nemico dichiarato e che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto.”

Il documento non spiegava cosa fare se lo stretto non fosse rimasto aperto. Pochi mesi dopo, la risposta è arrivata dai fatti: guerra con l’Iran, Hormuz chiuso, sistema di pedaggi IRGC operativo. La NSS conteneva già in sé la propria smentita. La credibilità americana è in pezzi e questo non può neppure, assai generosamente, essere considerato come effetto collaterale delle “superiori” doti negoziali di Trump.

Trump, Hegseth e Rubio hanno sviluppato una linea coerente nella retorica: Hormuz è un problema internazionale, gli altri paesi devono contribuire, gli Usa hanno già fatto “la parte difficile.” Trump agli europei: “Andate allo Stretto e prendetevi il vostro petrolio.” Agli alleati asiatici: “Iniziate a imparare a difendervi da soli.”

Secondo quanto trapelato da un briefing classificato al Congresso, i primi 6 giorni di guerra sono costati 11,3 miliardi di dollari; una successiva stima sale a 16,5 miliardi al dodicesimo giorno, con la Casa Bianca che chiede al Congresso 200 miliardi aggiuntivi. La guerra è stata avviata senza coinvolgere alleati, salvo chiedere rabbiosamente agli stessi di pagarla. Il precedente invocato (Guerra del Golfo 1990: 54 miliardi raccolti dagli alleati, equivalenti a 134 miliardi di oggi) non è replicabile: allora la coalizione fu costruita prima della guerra, non dopo.

Il vero conto per gli americani

Intanto, negli Stati Uniti, la benzina a 4 dollari al gallone ha monopolizzato i titoli. Ma, come osserva Paul Krugman, questa è meno della metà della storia economica.

Il diesel è aumentato di circa 1,70 dollari al gallone contro 1 dollaro della benzina — il 70% in più in termini relativi. Quasi tutti i camion girano a gasolio: il rincaro si trasmette al costo di trasporto di quasi ogni bene. Stima Krugman: 100 miliardi di dollari annui di impatto sui consumatori americani solo dal diesel, a prezzi correnti. A cui si aggiungono fertilizzanti e petrolchimici: il Golfo produceva circa la metà dell’urea mondiale e il 30% dell’ammoniaca — un terzo dei fertilizzanti globali transitava per Hormuz prima della guerra. Urea e polietilene sono esplosi in prezzo, con impatto diretto sui costi agricoli e sull’intera filiera industriale che usa derivati petrolchimici.

Il canale più sottovalutato, secondo Krugman, è quello della Fed. La banca centrale esclude energia e alimentari dall’inflazione core per filtrare la volatilità di breve termine — ma questa esclusione riguarda solo i prezzi energetici pagati direttamente dai consumatori. I rincari di diesel, cherosene e petrolchimici si trasmettono “a matrice” come costi di produzione e logistica, e quindi entrano nell’inflazione core, con ritardi variabili. Lo shock di Hormuz spingerà quindi la Fed verso una posizione più restrittiva indipendentemente dalla dinamica di prezzo della benzina alla pompa, aumentando il rischio di stagflazione.

È certamente vero che gli Usa sono esportatori netti di greggio, quindi l’industria petrolifera incassa enormi windfall di utili, quelli che noi italiani chiamiamo “extraprofitti”. Ma non esiste alcun meccanismo redistributivo: le famiglie americane subiscono l’intero impatto dello shock, mentre il vantaggio va interamente ai produttori privati. A meno che, approssimandosi la data delle elezioni di midterm, Trump non decida di diventare “redistributore in chief”.

Countdown

Per tirare le somme: una guerra i cui obiettivi strategici si sono progressivamente sfocati col passare dei giorni, che appare sempre più come imposta da Israele a Trump, con enormi deficit di intelligence, è diventata “riaprite Hormuz”. Trump dà in escandescenze, minaccia l’eutanasia della Nato, che sospetto sia già avvenuta da tempo, e si esibisce in un campionario di minacce tra gangsterismo e frustrazione, perché comprende che andarsene ora sarebbe autolesionismo geopolitico. L’Iran “rischia” di fare soldi veri e di calibrare il pizzo-pedaggio in funzione della costruzione di relazioni e diventare ancor più pericoloso nella regione. Israele, ovviamente, non può accettarlo, quindi nuove guerre sono in incubazione.

In tutto ciò, il tempo scorre, i prodotti che dovevano transitare dal Golfo e arrivare ai porti di destinazione sono arrivati. Ora inizia il progressivo inaridimento degli approvvigionamenti, che ci porterà a razionamenti, a partire dai paesi più poveri. Cosa fermerà questo countdown? E che ne sarà dell’Europa, parlandone da viva?

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