Su l’Economia del Corriere, questa settimana Marcello Minenna si occupa della proposta di ridurre la concentrazione di titoli di stato domestici nel portafoglio delle banche. Come noto, si tratta di un intervento che, attenuando il legame banco-sovrano, riduce il rischio di avvitamento di una crisi e rappresenterebbe anche il passo decisivo per raggiungere l’agognata unione bancaria, con assicurazione dei depositi, togliendo ai tedeschi (e non solo a loro) l’attuale poderoso argomento per il nein. Come altrettanto noto, Minenna si batte patriotticamente da tempo per giungere alla creazione di un asset comune europeo, ignorando sistematicamente l’interesse nazionale altrui. Ma in questo psichedelico articoletto si supera.

Pare che oggi si imponga un commento ed un’analisi delle parole di Yoram Gutgeld, zar della spending review, che ieri in un paio di tweet da Asilo Mariuccia ha duramente rampognato il finlandese Jyrki Katainen, vicepresidente della Commissione Ue, che aveva detto, in modo un po’ bizzarro, che “la situazione in Italia non sta migliorando”, e che “la gente merita di conoscere la situazione per poi decidere liberamente ciò che vuole decidere”. Sono bastate queste parole per provocare lo sdegno patriottico di mezzo paese, soprattutto ora che l’inno di Mameli è diventato ufficialmente il nostro inno nazionale. Un’analisi più ravvicinata del contesto permette di dire che si tratta di molto rumore per poco e nulla.

Sul Corriere trovate un’intervista al presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, reduce da quella che egli considera una grande vittoria non per sé ma per i cittadini (ça va sans dire) contro gli orridi tecnocrati che attentano alla democrazia. Tema del contendere, al solito, è l’Addendum della Vigilanza della Bce sui crediti deteriorati. Ma si va anche oltre, in una giornata dove la schizofrenia italiana ha fatto bella mostra di sé in Europa.

di Massimo Famularo

Egregio Titolare,

il patriottico impegno del ministro Piercarlo Padoan nel difendere strenuamente le banche italiane e il tesoretto delle sofferenze italiche dai perfidi attacchi dei regolatori teutonici, potrebbe anche essere comprensibile (in fondo ben rappresenta la cultura e lo spirito del tempo del paese in questione) se purtroppo non giungesse al punto di fare a pugni con la logica e il buon senso.

L’ultimo numero di Democratica, house organ in pdf del Partito democratico, presenta una ficcante ed incalzante serie di domande sulla crisi delle banche italiane, quelle che il partito di Matteo Renzi pone e porrà in commissione parlamentare d’inchiesta. Tra tali domande ce n’è in particolare una che ci ricorda che, dietro i ricorrenti rimbrotti, Renzi ama la Ue ed i suoi precetti.

A quasi un anno e mezzo dal referendum, e ad altrettanto dal termine di uscita dalla Ue ex articolo 50 del Trattato di Lisbona, il Regno Unito prosegue a trascinarsi da un proclama all’altro, senza riuscire a schiodare il negoziato con l’Unione. Dopo innumerevoli proclami, minacce, blandizie, teoremi, castelli in aria, ipotesi di proroghe, bizantinismi, guerriglia parlamentare, accessi di tosse incoercibile, fondali che si sbriciolano, “Brexit means Brexit” e così spero di voi, siamo di fatto fermi al punto di partenza.

di Massimo Famularo

Egregio Titolare,

preso atto che la pubblicazione dell’ultimo addendum alle linee guida per la gestione dei NPL, pubblicate lo scorso marzo dalla Banca Centrale Europea, ha offerto ai commentatori nostrani l’occasione di fare sfoggio delle più raffinate doti nell’antica arte dell’orazione “Cicero pro domo sua”, appare oltremodo opportuno provare a valutare nel merito il contenuto e le possibili conseguenze per gli istituti di credito italiani delle best practices suggerite dall’organo di vigilanza.