Oggi su due quotidiani ci sono due interviste che, opportunamente incrociate mediante unione dei puntini, ci suggeriscono cosa bolle in pentola nel Grande Schema delle Cose, o meglio delle visioni per l’Italia che verrà dopo la pandemia. Come sempre, est modus in rebus, ma attenzione a ingegneri sociali, demiurghi e pianificatori centrali onniscienti.

Sul Sole, il direttore intervista il ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. Che lancia un ovvio allarme debito pubblico, destinato a gonfiarsi a causa del collasso economico causato dal lockdown da pandemia. Vi preannuncio che non ci sono particolari originalità nella elaborazione di Messina; c’è invece quello che sappiamo da sempre: compensiamo ricchezza privata e debito pubblico non a mezzo di tassazione bensì attraverso repressione finanziaria, o meglio incentivazione per lo più fiscale, e spostiamo quindi la prima verso il secondo.

A intervalli regolari ed alta frequenza, la politica italiana si fa dei viaggi psichedelici. Da un paio di giorni, il tema è diventato “ma perché non usiamo il MES senza condizioni che ci viene offerto?” E giù tutti a fantasticare, da Confindustria a Romano Prodi passando per Silvio Berlusconi ed altri padri più o meno nobili del paese. Contrari restano i sovranisti letteralisti, quelli che “se si chiama MES, è una fregatura: meglio i Btp patriottici”. Ognuno sogna a modo proprio.

In caso vi fosse sfuggito, ieri sul Sole è comparsa una imprescindibile intervista in cui il leader del movimento delle Sardine, Mattia Santori, ha illustrato la proposta “solidale” per produrre subito liquidità a beneficio di chi boccheggia. L’ho riletta più volte ma continuo ad aver problemi di comprensione. Colpa mia, ovviamente.

Ieri su Repubblica è stato pubblicato un editoriale del professor Roberto Perotti, dal titolo inequivocabile: “L’illusione dei coronabond”. Tutto verte intorno a quella che Perotti definisce “mancanza di realismo”, e che si può considerare più propriamente come una commedia degli equivoci: la distinzione tra manovra espansiva e solidarietà.

L’editoriale di ieri di Mario Draghi sul Financial Times colpisce come un pugno allo stomaco per le parole ed i concetti scelti, da cui traspare una autentica e pienamente giustificata angoscia. La “soluzione”, se così possiamo chiamarla, con grande inadeguatezza lessicale, è una ed una sola. In parte derivante dalla “dinamica dei fluidi” già vista durante la grande crisi finanziaria, cioè il fatto che i debiti privati si trasformano in debito pubblico durante le crisi più gravi.

Ieri pomeriggio, a mercati aperti, la Federal Reserve ha tagliato i tassi d’interesse di mezzo punto percentuale, in reazione alla diffusione dell’epidemia di coronavirus, con una decisione di quelle che classicamente vengono invocate a gran voce dal mercato e che quando si materializzano cedono il passo ad angoscia e preoccupazione “perché allora la situazione è davvero grave”. Psicopatologie a parte, resta il quesito esistenziale: che fare, ora, in termini di stimolo all’economia?