Dopo una giornata di esaltanti bocciature “tecniche”, o meglio da parte della realtà, oggi il nostro prestigioso esecutivo sovranista, intento a comprarsi le elezioni europee e quelle italiane, ha deciso che si procede, business as usual, o i più autarchici “me ne frego”, “se indietreggio, uccidetemi”, “molti nemici, molto onore”, che tanto bene hanno portato al titolare del copyright di quei claims. Ma la giornata di ieri è stata interessante soprattutto perché ha fornito alcune indicazioni su quanto potrebbe attenderci a breve.

Oggi sul Sole c’è l’attesissima intervista a Giovanni Tria dopo la sua personale Caporetto sui numeri del deficit pubblico. Pur se pesantemente ammaccato, il ministro risponde con sufficiente lucidità ai rilievi ed agli interrogativi, e tenta di tracciare la strada che attende lui ed il paese nei prossimi mesi. Alcune considerazioni oggettive e fattuali si affiancano a speranze e programmi che appaiono piuttosto impegnativi. O che fanno tenerezza, a seconda dei punti di vista.

Ieri è uscito un imprescindibile documento, elaborato dagli uffici del ministro per le Politiche europee, Paolo Savona, destinato a fornire una pluralità di spunti di riflessione sulle riforme della governance europea. Anzi. della politeia, come tiene a rimarcare il ministro, perché governance è troppo tecnocratico ed aziendalistico, mentre politeia indica qualcosa di ben più elevato e complesso, nella categoria del bene comune. Tutto ciò premesso, vediamo i punti qualificanti per mutare l’architettura istituzionale dell’eurozona, almeno secondo Savona.

Piccola notazione autobiografica seguita da richiesta pubblica al maggior quotidiano italiano. Mi accorgo solo oggi che il suo direttore responsabile, Luciano Fontana, mi ha bloccato su Twitter. I motivi mi sfuggono ma forse sono riconducibili alla richiesta di chiarimenti che il sottoscritto ed alcune altre persone, ben più titolate di me, gli hanno rivolto tempo addietro riguardo ad una “inchiesta” di Milena Gabanelli sulla mutualizzazione del debito pubblico in Eurozona.

Per l’angolo del buonumore, oggi sul Fatto trovate un’intervista di Stefano Feltri alla cittadina Laura Castelli, viceministro all’Economia del governo legastellato e già protagonista di memorabili performance televisive, che una ne fa e cento ne studia. Anzi, “ne valuta”, in attesa delle decisioni future. Un futuro che è sempre un bersaglio maledettamente mobile.

Inizio oggi una rubrichina a cadenza del tutto irregolare sullo sciocchezzaio di ipse dixit sovrani trovato sulla nostra stampa quotidiana. Ovviamente non c’è alcuna pretesa di esaustività, visto che il tempo resta una risorsa scarsa anche per me. Ma almeno un paio di sorrisi possiamo concederceli, mentre proseguono le analisi chimico-fisiche sui nostri sovrani acquedotti.

Alcune sere fa ho sentito l’informatissimo vicepremier Luigi Di Maio ripetere con fluente eloquio per l’ennesima volta un luogo assai comune dei nostri politici: quanto diamo alla Ue e quanto riceviamo dalla medesima. L’Italia è contributore netto, come noto. Quello che forse è meno noto è che la contribuzione netta è molto contenuta, a differenza di altri grandi paesi comunitari.

Dall’inizio della Grande Crisi, che per l’Italia è crisi esistenziale prima di tutto, si sono levate le voci di quanti vorrebbero reperire fondi fuori dal paese. La storia si ripete in queste settimane, al crescere dello psicodramma per la legge di bilancio 2019, e prima di essa la nota di aggiornamento al Def. Dalla maggioranza e dall’esecutivo arrivano singolari richieste alla Bce di mettere un tetto massimo allo spread o di tenere in considerazione la possibilità di proseguire gli acquisti di titoli di stato (sic).