Ieri, al termine della riunione del governing council, il presidente della Bce, Mario Draghi, tra le altre cose ha detto che

I rischi per le prospettive di crescita nell’area dell’euro si sono orientati al ribasso per via delle persistenti incertezze connesse a fattori geopolitici e alla minaccia del protezionismo, alle vulnerabilità nei mercati emergenti e alla volatilità nei mercati finanziari.

Ieri a Davos il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha tenuto il suo “atteso” discorso, davanti ad una platea non particolarmente folta. L’evento non resterà negli annali della storia ma è stato l’occasione per ribadire alcuni assai logori luoghi comuni che fanno ormai parte della cultura mainstream di questo paese, e che ne garantiranno il declino.

Venerdì scorso, sul Corriere, un colloquio del corrispondente Stefano Montefiori con Marine Le Pen sul radioso futuro dell’ossimorica internazionale sovranista. Nulla di inedito, neppure l’abituale illusione (o cinismo verso gli elettori) di riuscire a “cambiare l’Europa”, tutti assieme isolazionisticamente.

Dopo che il governo ha deciso di fotocopiare su Carige il template di salvataggio di MPS, infuria (yawn) la polemica su chi abbia fatto cosa e a chi vadano i meriti (spoiler: a nessuno). I più spericolati ultrà con in tasca la tessera del cosiddetto Ordine dei giornalisti si lanciano in improbabili paralleli tra il caso Carige e la demoniaca Etruria e rimediano solo figure di palta, visto che la cornice dei due interventi non potrebbe essere più differente e normativamente lontana. Ma tant’è.

Alla disperata ricerca di spin da dare in pasto alle folle festanti ed ai piccoli lemming da social, per coprire alcuni problemini che si stagliano all’orizzonte, il buon Luigi Di Maio ha fatto la ola per i dati del suo ministero, che mostrano nel terzo trimestre un aumento delle stabilizzazioni a tempo indeterminato. Naturalmente, per Di Maio è stato il Decreto Dignità. Per la realtà, anche no.

Ieri la Cassa Depositi e Prestiti ha presentato il proprio piano industriale triennale, 2019-2021. Avremo tempo e modo di valutarlo, anche perché da quel piano non paiono essere esplicitate ipotesi di redditività. Quello che invece vorrei segnalarvi è che oggi il prestigioso vicepremier e bisministro, Luigi Di Maio, nel corso di una delle sue famigerate “dirette Facebook”, ha pensato bene di spiegare al Popolo sovrano e manovrato alcuni dettagli del piano industriale. Ovviamente con esiti comici, almeno per chi ancora riesce a ridere per gli sfondoni di questa gente.

Confesso che non è affatto semplice seguire la girandola di dichiarazioni quotidiane dei nostri due prestigiosi vicepremier, soprattutto quando si ha la fortuna di avere un lavoro. Tuttavia, mentre attendiamo di conoscere che diavolo di legge di bilancio uscirà dalla “interlocuzione” che il non meno prestigioso premier italiano ha in atto con la Commissione Ue, segnalo tre perle delle ultime ventiquattr’ore di Giggino Di Maio,  l’uomo che non perde mai occasione per chiudersi in un dignitoso silenzio e preservare il dubbio negli interlocutori.

Nei giorni scorsi ho segnalato più volte un bizzarro atteggiamento del direttore del Tg La7, Enrico Mentana. Nello specifico, quello di commentare il livello giornaliero dello spread tra Btp e Bund enfatizzando le chiusure su livelli inferiori ai massimi di giornata, anche quando tali chiusure sono comunque superiori a quelle del giorno precedente. Ad esempio, cose del tipo “oggi lo spread ha toccato un massimo di 320 punti base ma poi ha ripiegato chiudendo a 318″, quando il giorno precedente la chiusura era a 310. Questo modo di dare la notizia, solo in apparenza oggettivo, è in realtà distorsivo perché, concentrato sul brevissimo termine (la giornata), finisce col decontestualizzare il trend, che è invece di fortissimo allargamento, da mesi.

Oggi su MF compare l’ennesima letterina alla stampa del professor Paolo Savona, che proprio non si capacita del fatto che la sua rivoluzionaria proposta di riscrittura dei trattati europei non trovi l’eco che meriterebbe, fuori dall’Italia. Nell’esercizio divulgativo di oggi, sempre in bella prosa, Savona ci spiega che il keynesismo non è morto. Con qualche suggestione per rianimarlo, almeno entro le patrie mura.