Visto che oggi in Italia si parla di poco d’altro rispetto alle elezioni regionali dell’Umbria, nell’ennesimo giorno del giudizio più o meno divino nel paese che sta inesorabilmente morendo guardandosi l’ombelico e fantasticando di “nuove vie” per raggiungere più in fretta il dissesto, vorrei aggiungere al frastuono anche il mio inutile commento.

Visto che il mondo sovrabbonda di esperti del giorno dopo, quelli che spiegano cosa è andato storto e cosa si sarebbe dovuto fare per raggiungere il lieto fine, proviamo ad analizzare gli errori (di Mauricio Macri prima e del Fondo Monetario Internazionale poi) che hanno condotto al nuovo default sul debito dell’Argentina. Ma soprattutto proviamo a rispondere alla domanda ormai ricorrente: c’era un modo diverso di ballare il tango, per il governo di Buenos Aires ed il Fondo di Washington?

L’ultima volta che ho scritto di Argentina è stato quasi un anno addietro. Dopo il maxi prestito del Fondo Monetario Internazionale, concesso sotto gli auspici di Christine Lagarde e di una rinnovata valenza “sociale” dell’azione del Fondo (una cosa tipo “austerità, ma dolce”), la situazione non è migliorata. O meglio, i conti pubblici si sono più o meno raddrizzati, ma l’opinione pubblica non ha gradito il persistere di una condizione piuttosto misera.

Il paese continua a pagare anni di distruttivo populismo kirchnerista, non certo il presunto liberismo

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Il governo argentino ha inviato al parlamento il progetto di bilancio per il 2019, elaborato sotto l’emergenza di un deprezzamento record del peso contro dollaro e crescenti timori che il paese non sia in grado di ripagare il proprio debito in valuta. Per il prossimo anno è previsto l’azzeramento del deficit primario del paese, cioè della differenza tra entrate e spesa pubblica al netto di quella per interessi, che oggi è pari al 2,6% del Pil.

 

Pronta la linea di credito da 50 miliardi del Fondo monetario internazionale. Macri alle prese con una cura dolorosa

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

L’Argentina è prossima a finalizzare la concessione di una linea di credito triennale col Fondo Monetario Internazionale per 50 miliardi di dollari, importo nettamente superiore alle attese degli osservatori, che ipotizzavano un prestito di 30 miliardi. La misura è stata richiesta dal governo del presidente Mauricio Macri dopo le forti turbolenze di mercato delle settimane scorse, col cambio in caduta libera e la banca centrale di Buenos Aires costretta nel giro di pochi giorni a portare i tassi al 40%, ponendo le basi per un forte rallentamento dell’economia.

La settimana scorsa il governatore della banca centrale argentina ha annunciato un ulteriore passo verso la “normalità”, l’adozione di un obiettivo di tasso d’inflazione (inflation targeting), fissato al 12-17% per il 2017, a 8-12% per il 2018 ed il raggiungimento dell’obiettivo inflazionistico del 5%, con tolleranza di 1,5% in più o in meno, nel 2019. L’Argentina tenta quindi di lasciarsi alle spalle la lunga fase di monetizzazione a oltranza del deficit pubblico, attuata dalla presidenza Kirchner, e che aveva fatto esplodere il tasso d’inflazione. Al contempo, altri eventi e misure di politica economica indicano che il paese sta tornando nel consesso dei mercati internazionali. Probabile che ai sovranisti da terzo mondo tutto ciò suoni anatema.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

A nove mesi dall’insediamento, il governo del presidente argentino Mauricio Macri sta faticosamente tentando di ristrutturare un’economia prostrata da lunghi anni di errori ed orrori di Cristina Fernandez de Kirchner. Tra le prime mosse, Macri ha lasciato fluttuare il cambio del peso, che era irrealisticamente sopravvalutato ed aveva prosciugato le riserve valutarie del paese. Per recuperare preziosi dollari, Macri ha poi eliminato quasi totalmente le imposte sulle esportazioni, ponendo fine alla pratica difensiva degli agricoltori, che immagazzinavano la produzione in attesa di tempi migliori, dato il cambio troppo elevato.