Sul Sole un articolo di Luca Orlando presenta alcune evidenze aneddotiche di stretta creditizia causata -indovinate?- dall’aumento di spread ed incertezza. Al momento nelle statistiche (su dati che sono drammaticamente obsoleti, pur essendo solo di un paio di mesi addietro) si vede ancora poco ma il fenomeno è in atto, e senza inversione di tendenza è destinato ad abbattersi con violenza sul paese nelle prossime settimane. Questo mi ricorda che, quando lo spread salì sopra i 200 punti-base, vi segnalai che, persistendo o aggravandosi questa situazione, in autunno il paese sarebbe arrivato all’appuntamento con un credit crunch autoinflitto, oltre che con crescenti tensioni protezionistiche internazionali.

Tra i numerosi proclami lanciati dagli esponenti del “governo del cambiamento”, spiccano quelli del neo-superministro a Lavoro e Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, che ieri ha ribadito la sua idea di “protezione” per imprenditori e cittadini. Avrebbe conseguenze piuttosto distruttive, però, ma solo se fermate l’analisi al primo step.

Il 10 giugno si voterà per impedire alle banche di fare credito se non possiedono tutta la liquidità del denaro prestato

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Il prossimo 10 giugno gli elettori svizzeri si pronunceranno sull’iniziativa referendaria denominata “Per soldi a prova di crisi: emissione di moneta riservata alla Banca nazionale! (Iniziativa Moneta intera)“, che se approvata impedirebbe alle banche commerciali di “creare moneta” mediante il moltiplicatore dei depositi (cioè facendo prestiti senza disporre dell’intera somma), e le costringerebbe a prestare solo i fondi di cui sono in possesso, in rapporto di uno ad uno.

Un post di Fabio Scacciavillani segnala alcune evidenze aneddotiche secondo cui le banche starebbero assumendo un atteggiamento singolare nella richiesta di garanzie alle imprese, e giunge alla conclusione che si tratti di doppiopesismo a danno delle piccole e medie imprese, mentre i soliti maneggioni verrebbero ancora premiati. Non so se le cose stanno effettivamente così, avrei una lettura alternativa, dalla quale comunque i banchieri continuano a non uscire benissimo.

Tanto tuonò che piovve: anche l’antico (di usi e cultura) gentiluomo liberale e presidente del sindacato dei banchieri italiani ha gettato la spugna ed il cuore oltre l’ostacolo. In nome del popolo stressato e contribuente, e dopo pressanti richieste provenienti dalla politica, anche Antonio Patuelli chiede di conoscere i nomi dei primi cento debitori insolventi di MPS, oltre che delle quattro banche risolte e di qualsiasi altra banca che finirà assistita da denaro pubblico. Basta privacy, dice Patuelli, è ora di sapere. Vaste programme, che tuttavia finisce da subito ad impantanarsi in difficoltà e contraddizioni.

Questo mese, nella consueta pubblicazione, l’Associazione bancaria italiana segnala un dato piuttosto interessante, una sorta di margine di interesse “al margine”, cioè la differenza tra il tasso medio praticato sui nuovi finanziamenti e quello medio pagato sui nuovi depositi. Un indicatore che può essere letto come il livello di “onerosità” che il settore dell’intermediazione creditizia esercita sulla società, oltre che (specularmente) come misura della redditività caratteristica di una banca, cioè della sua capacità di intermediare profittevolmente tra soggetti che risparmiano e quelli che hanno bisogno di prestiti. Ma questo numero significa anche un’altra cosa: la conferma della debolezza della “ripresa” di questo paese.

Gli ultimi due giorni si sono incaricati di assestare robusti ceffoni a tutti i patrioti che da tempo insistono sull’autarchia come risposta alla grave incomprensione delle peculiarità del nostro paese da parte dell’universo mondo, segnatamente della parte europea di esso. Ancora una volta, crocevia dell’appuntamento col destino cinico e baro sono le nostre banche, la loro invidiabile solidità, appena scalfita di qualche situazione di lieve criticità che tuttavia non ne modifica l’affidabilità complessiva. Vero? Vero? E poi arrivano secchiate di acqua gelida in pieno viso. Poteva andar peggio, poteva non essere acqua.

Il nuovo veicolo destinato a portare sulle proprie spalle il cielo del credito italiano sta vedendo la luce. Si chiamerà, piuttosto opportunamente, Atlante, sarà la risposta di sistema ad un sistema che rischia di cadere a pezzi. Parte con l’ambizione di generare effetti benefici e sinergici sul costo del capitale delle banche ma rischia, se utilizzato impropriamente, solo di diffondere le tossine anche alle parti sane dell’organismo della finanza italiana.

Oggi la Banca d’Italia ha comunicato il dato di gennaio delle “principali voci dei bilanci bancari”. Si tratta di grandi aggregazioni su base tendenziale, cioè annuale, di prestiti e raccolta (depositi e obbligazioni) in contropartita del settore privato, cioè famiglie e società non finanziarie, ovvero imprese. Da esso si ricavano alcune certezze, sul presunto vigore della nostra presunta ripresa.