(Post abbastanza tecnico, su fondamentali tecniche di magia ed illusionismo)

Interessante articolo, sul Sole di oggi, sul tormentone della bad bank pubblica italiana. Dopo lunghi mesi trascorsi a tentare di quadrare il cerchio, pare che ora i nostri eroi abbiano estratto dal cilindro un nuovo coniglio psichedelico, nel disperato tentativo di ottenere una società che operi “a condizioni di mercato” ma con prezzi assurdamente superiori al mercato, e che fornisca un robusto aiuto di stato aggirando le norme europee sul medesimo. Sembra incredibile che siamo ancora qui a parlarne ma sapete come sono gli italiani, no? Creativi. E con un rapporto così conflittuale con la realtà da tentare di farsene in casa una alternativa.

Poiché in questo ultimo anno o giù di lì siamo diventati tutti statistici da Superenalotto, mescolando basi dati differenti, oltre a confondere dati effettivi ed indagini campionarie, oggi siamo a sottoporvi un interessante rompicapo (che tale non è), tratto direttamente dalle basi dati di Banca d’Italia e dalla Associazione bancaria italiana (ABI). Non spaventatevi, vedrete che alla fine sarà tutto più chiaro.

Ieri, intervenendo alla quarta edizione di “The Italy Conference“, organizzata a Milano da Euromoney Conferences, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha parlato delle caratteristiche della bad bank che il governo italiano sta cercando di creare senza incappare nella censura europea degli aiuti di stato. I concetti espressi sul tema da Visco, ai nostri occhi, restano un rebus, avvolto in un mistero che sta dentro ad un enigma.

Domani sarà a Roma la commissaria Ue alla concorrenza, Margrethe Vestager, per colloqui con Tesoro, Banca d’Italia ed Antitrust, finalizzati a capire di più sulla struttura della bad bank pubblica che il nostro governo insiste a voler mettere in piedi per liberare i bilanci delle banche dai crediti in sofferenza. Come segnala oggi il Corriere, la proposta italiana per vincere le resistenze Ue è piuttosto ingegnosa ma non meno rischiosa per i contribuenti.

(Nota preliminare dovuta: questo post non è una marchetta ma solo una serie di considerazioni di buonsenso, a fronte di una iniziativa che sulla carta appare interessante)

Come segnala il Sole 24 Ore, sta per partire il progetto che vede coinvolte Intesa Sanpaolo ed Unicredit in quella che impropriamente è stata definita una bad bank ma che in realtà è qualcosa di molto più ambizioso: un esperimento che si colloca al confine del private equity, e che mira di fatto a disincagliare crediti fornendo mezzi finanziari e competenze per gestire ristrutturazioni aziendali.

Oggi su Repubblica, un commento di Alessandro Penati (sempre sia lodato) contro la creazione di una bad bank con soldi pubblici. Sono concetti che ormai dovremmo aver acquisito ma è utile reiterarli, perché questa è una delle classiche vicende italiane che si tende a far sfuggire ai radar per risolvere molti problemi a élite e gruppi di controllo di un paese di piccoli e grandi oligarchi. E sarebbe opportuno continuare a parlarne e spiegare, per evitare gli abituali esiti.