di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Ad un anno dall’elezione di Donald Trump, trascorso tra un diluvio di tweet ed assoluta siccità di risultati, e ad altrettanto da elezioni di midterm che minacciano di punire pesantemente i Repubblicani, ferve l’attività legislativa per ottenere almeno il trofeo della riforma fiscale, ribattezzata Tax Cuts and Jobs Act.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

L’ultima riunione della Federal Reserve pare aver avvicinato il momento in cui la banca centrale statunitense inizierà a ridurre la dimensione del proprio bilancio, gonfiato durante gli anni della crisi da politiche monetarie non convenzionali. Ciò accadrà riducendo progressivamente il reinvestimento delle cedole sullo stock di titoli posseduto dall’istituto guidato da Janet Yellen.

Nuova, ennesima cocente sconfitta per il povero presidente degli Stati Uniti. O meglio, per il suo partito, che resta spaccato e non riesce a far avanzare la rottamazione e contestuale sostituzione dell’Obamacare, la riforma sanitaria attuata dal predecessore di Donald Trump, e che ha dato copertura assicurativa a più di 20 milioni di persone. Ma c’è anche altro, nella quotidiana dose di ceffoni che la realtà assesta al palazzinaro capitato alla Casa Bianca per uno scherzo di pessimo gusto della Storia.

Annunciati dall’Amministrazione Trump gli assi portanti della riforma fiscale promessa in campagna elettorale. Mancano molti dettagli, entro i quali al solito il demonio tenderà a nascondersi, ma l’impressione è che siamo di fronte ad una nuova puntata della serie “l’apprendista che non riusciva ad apprendere”.

Lo stop alla riforma sanitaria certifica che la nuova presidenza è già in stallo

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Il mercato azionario statunitense sta dando segni di nervosismo di fronte allo stallo che si sta impossessando della caotica e sin qui declamatoria presidenza di Donald Trump. A due mesi dal giuramento, il bellicoso immobiliarista che uno scherzo del destino cinico e sovrano ha portato alla Casa Bianca sta scoprendo quanto può essere ampio il golfo tra proclami e realtà, mentre gli osservatori ripassano una lezione sempre dimenticata: avere dalla propria parte il Congresso, come omogeneità partisan, è condizione necessaria ma non sufficiente per avanzare la propria agenda.

Dietro i record di Wall Street la fiducia nel programma del presidente, ma non si prende sul serio il suo protezionismo

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Come è possibile avere contemporaneamente alla Casa Bianca un uomo che passa il tempo lanciando virulenti proclami protezionistici e mercati finanziari di tutto il mondo che crescono come se fossimo entrati in una nuova era di libero scambio e globalizzazione rampante, con la ciliegina sulla torta della “soglia 20.000” dell’indice Dow Jones? È quello che molti osservatori ed investitori si chiedono, dopo i rialzi successivi all’elezione di Donald Trump, lo scorso 9 novembre.

I primi atti della presidenza Trump paiono andare nella direzione indicata in campagna elettorale: convocazione dei produttori di auto alla Casa Bianca per mostrare il campionario di bastoni e carote, fuoriuscita dal TPP, annuncio dell’avvio della costruzione del muro col Messico. Occorre tuttavia prestare attenzione alla linea di confine tra azioni ad alto contenuto simbolico e quelle sostanziali, cioè aderenti nei fatti alla lettera della campagna elettorale. È ancora presto per dare un giudizio ma le contraddizioni potenziali non mancano.

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

In attesa dell’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, e di capire se la sua retorica protezionista verrà tradotta in realtà, è utile analizzare il progetto di riforma dell’imposizione sulle imprese, elaborato dai Repubblicani della Camera dei Rappresentanti, guidati da Paul Ryan, che di fatto tenta di raggiungere gli stessi effetti dei dazi minacciati da Trump, ma con apparentemente minori effetti collaterali.

Come riporta e ricorda il Financial Times, Donald Trump si accinge a passare alla storia come il presidente degli Stati Uniti con il maggior potenziale di conflitto d’interessi. I suoi affari appaiono inestricabili dal suo ufficio pubblico, malgrado egli affermi vigorosamente il contrario, mentre tenta di incolpare di questo spin la “stampa imbrogliona”. Le cose in effetti sono piuttosto problematiche, e per noi italiani molto familiari. Il caro, vecchio e romantico concetto di democrazia liberale, già da tempo consunto dall’uso e ormai derubricato a nobile simulacro, è a rischio di finire come il dodo.