Giovedì si vota in Regno Unito in 136 municipalità, dove sono in palio circa 5.000 seggi, oltre che per i parlamenti devoluti di Scozia e Galles. Stando ai sondaggi, si attende il vero e proprio massacro del Labour del premier Keir Starmer – che potrebbe quindi essere avvicendato dal suo partito alla guida dell’esecutivo – e l’affermazione delle estreme populiste di Reform UK di Nigel Farage a destra e del Green Party a sinistra.
I Verdi si presentano con un manifesto, elaborato per le politiche del 2024, che supera a sinistra il Labour in materia di diritti dei lavoratori, con la promessa di aumento del salario minimo orario a 15 sterline entro aprile 2027 “per tutti i lavoratori indipendentemente dall’età”, richiedendo un aumento del 18% rispetto all’attuale livello di 12,71 sterline per gli over 21. La misura comporterebbe di conseguenza un aumento del 38% per i lavoratori tra i 18 e i 20 anni, attualmente a 10,85 sterline l’ora.
Smantellare l’eredità Thatcher
La “Carta dei Lavoratori 2026” dei Verdi è un tentativo di corteggiare i sindacati e indurli a revocare l’affiliazione dal Labour per poter donare a più partiti di sinistra. La strada è già stata tracciata: uno dei maggiori sindacati britannici, Unite, il mese scorso ha votato per tagliare i propri contributi di affiliazione al Labour di 580.000 sterline in segno di protesta contro il partito al governo.
Il leader verde Zack Polanski (Nato David Paulden) ha detto di recente che l’Employment Rights Act di Starmer — che include una più generosa indennità di malattia, maggiori congedi parentali e un divieto sui contratti cosiddetti a zero ore, cioè essenzialmente a chiamata e senza un numero minimo di ore di prestazione — non va abbastanza lontano ed è stato annacquato sotto la pressione delle imprese. Polanski, diventato leader la scorsa estate, si impegnerà anche ad “abrogare tutte le leggi anti-sindacali e anti-sciopero introdotte dal 1979” e a fissare un tetto alle retribuzioni dei dirigenti pari a 10 volte il salario del lavoratore meno pagato in azienda.
La misura sul diritto di sciopero includerebbe la reintroduzione della legittimità dei cosiddetti picchetti secondari, con cui i lavoratori in sciopero possono agire presso le sedi dei fornitori del proprio datore di lavoro come mezzo di pressione sull’azienda. Il divieto di picchettaggio secondario è stato introdotto da Margaret Thatcher e i Verdi puntano dichiaratamente a sanare questa e tutte le misure di quell’epoca, che ritengono abbia determinato uno schiacciante disequilibrio nei rapporti di forza tra imprese e sindacato.
La carta del partito sarà probabilmente accolta con favore da sindacati e lavoratori, ma solleverà allarme in alcuni gruppi imprenditoriali, già a disagio per i cambiamenti alla legislazione sul lavoro introdotti da Labour. I Conservatori e Reform UK hanno dichiarato che cancellerebbero le riforme.
Angela Rayner, ex vice leader del Labour (che peraltro è tra i papabili a subentrare a Starmer alla guida del governo, malgrado ne fosse uscita per “disavventure” fiscali), aveva delineato le proposte originali nel 2021, ma alcuni elementi sono stati poi diluiti dopo la consultazione con i gruppi imprenditoriali. Una proposta iniziale di introdurre la protezione dal licenziamento ingiusto dal primo giorno di lavoro è stata ammorbidita lo scorso autunno sotto la pressione dei Lord conservatori: il periodo di qualificazione per la tutela è stato ridotto da due anni a sei mesi — anziché entrare in vigore dal primo giorno in azienda. Anche l’ipotesi di divieto del cosiddetto fire and rehire, cioè il licenziamento del lavoratore e la sua contestuale riassunzione a condizioni peggiorative, è stata trasformata in riduzione dei casi ammissibili.
Fissare un tetto alle retribuzioni dei dirigenti a non più di 10 volte il salario del lavoratore meno pagato rappresenta un tentativo di invertire una nota tendenza: l’amministratore delegato medio di aziende quotate al FTSE 100 ha ricevuto 5,91 milioni di sterline nel 2024-25, 122 volte in più rispetto al lavoratore britannico a tempo pieno mediano — rispetto alle 22 volte degli anni Settanta. Ma questa non è tendenza esclusivamente britannica, ovviamente, e di conseguenza fare la rivoluzione in un solo paese appare quanto meno problematico.
Un baccanale di tasse
La posizione fiscale dei Verdi è un vero e proprio baccanale di tasse. Il partito stima che variazioni alle imposte dirette personali sul reddito da sole possano raccogliere tra 50 e 70 miliardi di sterline l’anno, e che il totale delle misure fiscali arrivi a 172 miliardi extra annui entro il 2029-30. I Verdi propongono poi una patrimoniale dell’1% annuo per i patrimoni individuali oltre 10 milioni di sterline, 2% annuo per quelli oltre 1 miliardo.
Sui contributi alla National Insurance, i Verdi propongono di eliminare il tetto di reddito attuale di 50.270 sterline annue. Con un’aliquota contributiva di 8% a carico del lavoratore, chi guadagna 55.000 sterline ne pagherebbe circa 284 in più l’anno, chi guadagna 65.000 sborserebbe circa 883 sterline in più. Questa misura, oltre a massacrare il ceto medio già penalizzato, di fatto contiene misure “italiane” che identificano la soglia dell’agiatezza economica a livelli risibili di reddito.
Il partito propone poi di allineare le aliquote sui capital gain e sui redditi da investimento alle aliquote dell’imposta personale sul reddito della contribuzione alla National Insurance sui redditi da lavoro dipendente.
La maggior misura fiscale nel pacchetto è una carbon tax da 90 miliardi di sterline l’anno, pensata sia per finanziare la spesa pubblica sia per accelerare la transizione verso il net zero. Partirebbe dal fantasmagorico livello di 120 sterline a tonnellata di CO2 emessa e in dieci anni toccherebbe le 500 sterline per tonnellata.
Il partito rifiuta esplicitamente le regole fiscali convenzionali come una “falsa economia”, dichiarandosi disponibile a indebitarsi per investire in trasporti, scuole e transizione verde. Si propone di uniformare la detrazione fiscale sui contributi pensionistici all’aliquota base del 20%, eliminando i vantaggi di cui godono attualmente i contribuenti nelle fasce più alte.
Gettito fantasioso, spese reali
La valutazione dell’Institute for Fiscal Studies, rispettato think tank indipendente di ricerca economica, è critica su più fronti. Secondo l’IFS, il piano dei Verdi porterebbe a un aumento senza precedenti delle tasse — oltre 170 miliardi di sterline l’anno — per finanziare 160 miliardi di spesa corrente aggiuntiva e 90 miliardi di spesa in conto capitale; anche prendendo per buone le cifre del partito, il debito pubblico salirebbe di circa 80 miliardi l’anno per tutta la legislatura. Sull’ipotesi di raccogliere 90 miliardi dalla carbon tax, l’IFS osserva che più la tassa funziona nel modificare i comportamenti, meno gettito produce — una contraddizione interna al modello. Sulla wealth tax, Tax Policy Associates è ancora più diretta: le stime universitarie di 130 miliardi di gettito vengono definite “pura fantasia”.
La tassazione degli extraprofitti (windfall tax) porterebbe solo gettito temporaneo, per definizione. I Verdi scoprirebbero che per finanziare le più elevate spese permanenti servirebbero nuove fonti di gettito.
Alcune singole misure fiscali sembrano sensate, ad esempio la chiusura dei loopholes dell’imposta sulle successioni. Il Green Party ha inoltre ragione a impegnarsi a realizzare la tanto attesa rivalutazione dell’imposta comunale in senso di minore iniquità se non esattamente di maggiore equità, allineando al mercato i valori immobiliari fermi al 1991. Ma una patrimoniale ordinaria resterebbe un problema, soprattutto in compresenza di un aumento del prelievo contributivo e dell’imposta sui redditi. La nuova soglia della “ricchezza all’italiana” colpirebbe con un maggior prelievo contributivo anche lavoratori del ceto medio e medio-basso quali insegnanti e infermieri.
In sintesi, molte delle misure sarebbero potenti disincentivi a lavoro e investimento. I comportamenti adattivi dei soggetti tassati causerebbero un inevitabile crollo del gettito realizzato rispetto a quello atteso. E mentre alcune delle misure sono mirate ai ricchi, gli effetti del pacchetto sarebbero molto più ampi. Ovviamente, sarebbe impossibile raccogliere oltre 90 miliardi l’anno tassando le emissioni di carbonio senza che l’effetto si faccia sentire su tutti, quindi regressivamente.
Questo è il manifesto politico-elettorale, e come tale è in ampia misura un evidente libro dei sogni. Ma, visto l’abbrivio del Green Party nelle intenzioni di voto, è verosimile che il Regno Unito si prepari alle prossime elezioni generali con piattaforme elettorali basate tanto a destra che a sinistra su sistematica sopravvalutazione delle entrate e altrettanta sottovalutazione delle spese. È l’era del populismo ambidestro, e guai ai conti pubblici.
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Se a tutto ciò aggiungiamo che in Regno Unito sta verificandosi il fenomeno detto di “olandesizzazione”, cioè di proliferazione di partiti politici ma nel quadro di una legge elettorale uninominale secca, dove quindi la rappresentanza viene letteralmente disintegrata, con tutto ciò che ne consegue in termini di frustrazione e alienazione dell’elettorato, si comprende che il futuro del Regno Unito non appare esattamente luminoso. E ora, si proceda con la macellazione di Sir Keir Starmer, e avanti il prossimo.
(Photo by Green Party UK)



