La fase di avvio del nuovo esecutivo è diventata la prosecuzione della campagna elettorale con altri mezzi e non poteva essere altrimenti, visto che parliamo di forze politiche che fanno del proiettile d’argento a problemi complessi un marchio di fabbrica, e sono quindi costrette a rilanciare a oltranza, appena la realtà tenta di andare a vedere le loro carte. Sui ciclofattorini e sui lavori della cosiddetta gig economy potrebbe esserci l’opportunità di riscrivere le tutele senza tentare di riprodurre l’Unione Sovietica o ripiombare il paese nella palude del sommerso.

Il Centro Studi Confindustria ha prodotto una nota in cui si analizzano portata e criticità del reddito di inclusione e di quello di cittadinanza. Nel primo caso sulla base di legislazione esistente, nel secondo da quanto risulta da un ddl del 2013 presentato dal M5S. Sul fatto che il sindacato degli imprenditori prediliga il REI, non ci piove. Ma il documento analizza in modo laico anche quello che manca al RdC per diventare uno strumento compiuto di welfare, sia di attivazione (welfare-to-work) che di inclusione, ammesso che le due funzioni possano realmente coesistere in un unico strumento. Quello che emerge è ciò che sappiamo da sempre: e cioè che il reddito di cittadinanza è una scatola vuota, molto colorata ed attraente, che ha solo finalità di acchiappa-consenso elettorale.

A proposito di Primo Maggio: oggi sul Sole si dà conto dell’avvio di una sperimentazione che di fatto raccorda ammortizzatori sociali e politiche attive del lavoro per evitare licenziamenti collettivi. Si tratta della circolare che prevede che l’attivazione dell’aiuto alla ricollocazione, che si sostanzia in un assegno erogato non al lavoratore ma all’agenzia che ne cura l’outplacement, possa scattare già in caso di messa in cassa integrazione straordinaria e non, come accade ora, dopo almeno quattro mesi di disoccupazione. Nel complesso, sono sostegni piuttosto generosi ma con una specifica che lascia perplessi.

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

insistere sulla sostenibilità, oggettivamente molto dubbia, del reddito di cittadinanza non ha forse molto senso, anche l’altrettanto oggettiva scarsa probabilità di vederlo realizzare, visto che ciò presupporrebbe la formazione di un Governo ad oggi piuttosto complicata. Il tema, tuttavia, resta di estremo interesse perché il confronto tra il progetto di reddito di cittadinanza (che resta per ora solo un progetto) ed il reddito di inclusione (Rei), invece già, operante, è al centro dell’attenzione e dell’esame di alcuni (in particolare, Ella, caro Titolare, Chiara Saraceno su LaVoce.info e Stefano Feltri su Il Fatto Quotidiano del 14 marzo 2018).

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

quanti sono i disoccupati in Italia? E gli “scoraggiati”, quelli che non hanno un lavoro e nemmeno lo cercano? Come noto, l’Istat periodicamente si sforza di fornirci queste importantissime cifre, che sulla base delle ultime rilevazioni danno un numero di disoccupati poco superiore ai 2,9 milioni.

Ieri è stato presentato il Quarto Rapporto su “Il Bilancio del Sistema Previdenziale Italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2015“, curato dal centro studi Itinerari Previdenziali. La sintesi e le sconsolanti conclusioni si trovano oggi in un commento di Alberto Brambilla (che del centro studi è presidente) sul Corriere.

Il marketing politico trova in Italia fertile terreno di applicazione. Una popolazione mediamente assai credula, oltre che sprovvista (sempre in media) dei più elementari strumenti di valutazione economica delle politiche pubbliche, ed al contempo ancora pesantemente contaminata dall’oppressione del pensiero delle “due chiese”, quella cattolica e quella comunista, sul disvalore sociale del denaro, è da sempre fertile terreno di scorribanda di demagoghi ed incantatori di serpenti.

Oggi Repubblica segnala che il governo, dopo il fallimento del periodo concesso alle parti sociali per la riforma della contrattazione collettiva, potrebbe prendere l’iniziativa e spostarne il baricentro verso l’ambito aziendale e territoriale, introducendo contestualmente il salario minimo. In questo troverebbe sponda da parte di Confindustria, il cui presidente, Giorgio Squinzi, sta mandando evidenti segnali di insofferenza per lo stallo nel negoziato con i sindacati, arenatosi sulla precondizione di Cgil e Uil a trattare solo dopo il rinnovo col vecchio schema dei contratti collettivi dell’industria.